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IRAN

Guerra del Golfo a rischio allargamento

La necessità di superare il blocco iraniano dello stretto di Hormuz sta spingendo a un maggiore coinvolgimento altri Paesi, mentre la Russia manifesta il sostegno pieno al regime degli Ayatollah. Chi potrà farsi carico dell'appello del Papa a «intraprendere cammini di pace»?

Editoriali 23_03_2026

Mancano 5 giorni al compimento di quelle 4 settimane di guerra previste dal presidente americano Donald Trump all’indomani dell'inizio della guerra contro l’Iran il 28 febbraio. Mancano 5 giorni ma la fine della guerra appare molto più lontana, tanto che il Pentagono ha chiesto tre giorni fa al Congresso 200 miliardi di dollari per proseguire la guerra e diverse indiscrezioni concordano nel ritenere che ci siano anche preparativi per un intervento di terra. Dunque, a meno di un crollo improvviso – e per ora non preventivabile – del regime iraniano, la guerra appare ben lungi dall’essere prossima alla fine, né ci sono segnali di quell’allentarsi dell’intensità annunciato da Trump.

 Anzi, l’ultimatum di 48 ore lanciato ieri da Trump alle autorità di Teheran perché “liberino” lo stretto di Hormuz, pena l’attacco alle centrali elettriche dell’Iran, promette una ulteriore escalation, che invece è già realtà sull’altro fronte di questa guerra: il Libano, dove gli israeliani hanno cominciato a bombardare ponti e infrastrutture nel sud del Paese che, per il presidente libanese Joseph Aoun, sono il preludio a un’invasione di terra. Il disegno, neanche troppo nascosto, del premier israeliano Benjamin Netanyahu è quello di prendere il controllo del territorio libanese fino al fiume Litani.

Tornando poi all’ultimatum di Trump è evidente che i Paesi del Golfo sono estremamente preoccupati: secondo il Wall Street Journal starebbero facendo pressioni sull’amministrazione americana per evitare attacchi che porrebbero le loro infrastrutture energetiche nel mirino del regime iraniano. Finora infatti Teheran ha dimostrato di essere in grado di atti di ritorsione contro i Paesi che ospitano le basi americane, malgrado i gravi danni inferti da Usa e Israele al proprio apparato militare.

In questa situazione, che si fa sempre più preoccupante e vede l’Europa come la principale vittima economica del conflitto, appare quanto meno cinico il duello che spopola su giornali e social: «Chi sta vincendo la guerra?». «Chi vincerà alla fine?». Ancora una volta trionfano le tifoserie: chi sta con gli Usa e Israele a prescindere – e giudica propaganda la sottolineatura delle difficoltà non previste di questa guerra -; chi li odia a prescindere ed esulta a ogni missile iraniano che buca le difese israeliane e americane sperando nel trionfo degli ayatollah.

Posizioni che dal nostro punto di vista giudichiamo adolescenziali e irresponsabili. Come diceva ieri il Papa all’Angelus «la morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio!», la guerra significa la «sofferenza di tante persone, vittime inermi di questi conflitti». Bisogna rendersi conto che qualunque sia l’esito di questa guerra, le conseguenze saranno comunque molto pesanti e – già lo vediamo – saranno pagate da tutto il mondo. Ci si illude tragicamente se si pensa che tutto sarà risolto e più pacifico con la eventuale distruzione del regime degli ayatollah, così come – all’opposto - con un nuovo Vietnam per il duo americano-israeliano. In entrambi i casi lo scenario più probabile è una nuova fase di instabilità e di guerre.

Ma oggi il pericolo più grave è che, davanti alle difficoltà nell’ottenere i risultati voluti e sperati, il conflitto si allarghi a sempre nuovi attori, precipitando in una vera guerra mondiale. Negli ultimi giorni Trump sta insultando i Paesi europei e i membri della Nato perché non intervengono a liberare lo stretto di Hormuz – da cui passa il 20% del petrolio mondiale – e piano piano ci sono risposte possibiliste, per ora a condizione che si fermino i combattimenti, tra qualche giorno chissà. Intanto Arabia Saudita e Regno Unito, dopo un iniziale rifiuto, hanno acconsentito all’uso delle proprie basi da parte degli americani. E ieri sera, il comunicato di Downing Street che dava conto della telefonata tra Trump e il premier britannico Keir Starmer, nel sottolineare che «la riapertura dello Stretto di Hormuz è essenziale per garantire la stabilità del mercato energetico globale» lascia intendere che ci potrebbe essere anche un maggiore coinvolgimento di Londra nel conflitto.

Sull’altro fronte la Russia ostenta l’amicizia con l’Iran: ieri il presidente russo Vladimir Putin ha inviato un significativo messaggio di auguri al presidente iraniano Masoud Pezeshkian per il Capodanno persiano, definendosi «amico leale e partner affidabile» per Teheran; mentre il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov condannava gli assassinii dei leader iraniani parlando di «conseguenze molto profonde». E anche la Cina, per ora discretamente, offre il suo aiuto a Teheran.

Stiamo camminando sul ciglio del burrone e si comprende quindi l’appello del Papa, ancora all’Angelus, a intraprendere immediatamente «cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana». È un appello che, per come stanno andando le cose, suona lontanissimo dalla realtà, eppure è la strada più realistica per evitare il peggio. Ma il problema è: chi oggi può comprendere la profondità di quelle parole e farle diventare azione?

 



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