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l'inteevista

Siria, un anno dopo. Come uscire dal corto circuito fondamentalista

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A poco più di un anno dall'insediamento dell'autoproclamatosi governo di Hayat Tahrir al Sham, sovvenzionato dalle istituzioni occidentali UE, ONU e World Bank, il corto circuito di una situazione in cui il fondamentalismo prolifera. Intervista all'attore e attivista Saad Lostan.

Esteri 23_05_2026

Nel dicembre 2015 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adottò all'unanimità la Risoluzione 2254 sulla Siria, stilata con il supporto del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria (ISSG), organismo diplomatico composto da più di venti nazioni e organizzazioni internazionali. Tale documento, redatto nel pieno della guerra civile siriana, conteneva una “roadmap” per una “transizione democratica del Paese guidata dal popolo siriano.

La Risoluzione stabiliva i punti necessari per raggiungere tale obiettivo: l'entrata in vigore di un cessate il fuoco e l'apertura di corridoi umanitari in tutto il Paese, l'implementazione del “dialogo tra governo e opposizione”, lo svolgimento di “libere ed eque elezioni” sotto l'ombrello di una “nuova costituzione” entro diciotto mesi. Tale Risoluzione, che negli anni seguenti ha fatto da modello alle istituzioni internazionali nei rapporti con la Siria, è rimasta pressoché sul piano squisitamente teorico ed è stata ampiamente superata dai fatti.

Dopo la caduta di Bashar al Assad nel dicembre 2024 e l'avvento al potere della formazione estremista islamica di Hayat Tahrir al Sham, le istituzioni occidentali di vertice e la finanza mondiale - UE, ONU, World Bank in primis – hanno iniziato a trasferire milioni di dollari al governo dell'autoproclamatosi presidente Ahmed al Sharaa, che opera in palese violazione dei diritti umani, per supportare la "transizione politica inclusiva" del Paese, prevista dai piani della ormai desueta Risoluzione 2254.

I risultati di poco più di un anno di governo di al Sharaa e dei suoi uomini in Siria - perdita di controllo sulle milizie, eccidi, violenze e requisizioni territoriali ai danni delle minoranze religiose, restringimento delle libertà individuali, adeguamento della Costituzione alle norme della legge islamica, tracollo dell'economia - sono sotto gli occhi di tutti; eppure, le massime potenze occidentali continuano ad accordare ad Ahmed al Sharaa una fiducia incomprensibile. 

La Nuova Bussola Quotidiana ha parlato di questi temi con Saad Lostan, 52 anni, attore siriano a livello internazionale e attivista “contro ogni dittatura che minacci la Repubblica Siriana”, come tiene a precisare. Di famiglia sunnita laica, Lostan ha iniziato ad interessarsi di politica negli anni dell'adolescenza, durante la dittatura di Bashar al Assad, e continua a portare avanti il suo impegno oggi che “l'ascesa del fondamentalismo estremista ha preso il controllo del Paese e spinto la Siria a un nuovo livello di e violenza”. Dal 2012 Saad Lostan vive in Europa.

Lostan, come si spiega lo scarto tra la narrativa occidentale sulla Siria e la realtà del nuovo regime?
Questa domanda coglie l'essenza del gap esistente tra il discorso diplomatico teorico e la realtà politica sul campo. Il fatto è che le potenze straniere – occidentali, ma non solo - con la Risoluzione 2254 hanno costruito un quadro legale e politico per un nuovo governo siriano, eppure trovano difficoltà sia a implementarlo che a prenderne le distanze, trovandosi perciò in una contraddizione perpetua. Se la narrazione occidentale assume che ogni riconoscimento dello status quo senza un'adeguata transizione politica va a legittimare l'uso della violenza e solidificare modelli di governance che minacciano la stabilità regionale nel lungo periodo, guardando sotto la superficie, è facile capire come l'Occidente non agisce solamente in base al diritto internazionale o alla salvaguardia dei diritti umani.
L'Occidente è vincolato anche da rigide costanti strategiche, che spesso vanno a discapito dei suoi propri interessi: innanzitutto il contenimento dell'influenza iraniana, la sicurezza di Israele, il dominio delle risorse energetiche e dei “corridoi geografici” in grado di assicurare l'egemonia occidentale e l'indebolimento dell'influenza russa in medioriente. In realtà, le autorità de facto della Siria sono divenute una realtà militarmente stabile spalleggiata dalle potenze regionali e occidentali.
Frattanto, il processo politico è stato congelato e la Risoluzione 2254 è divenuta un “testo sospeso” intrappolato tra legittimazione teorica e realtà che dice tutt'altro. L'Occidente sta affrontando simultaneamente un dilemma morale e politico: vuole fornire aiuto per impedire il collasso totale della società siriana, allo scopo di evitare nuove ondate di rifugiati; allo stesso tempo, condiziona il supporto internazionale su larga scala e i fondi per la ricostruzione del Paese a una transizione politica che non c'è.
Il risultato è l'invio di milioni di dollari a vario titolo: “resilienza comunitaria”, “risposta umanitaria”, “gestione della stabilità” senza che ci sia un vero cambiamento politico.  Di conseguenza, la Siria si è trasformata da un problema politico ad un problema di “gestione della crisi” - controllo dei confini, gestione dei rifugiati, prevenzione del collasso totale, congelamento dei conflitti entro termini accettabili.
C'è però un altro motivo che spiega l'ambiguità dell'Occidente nei confronti della Siria, e cioè la mancanza di alternative politiche al governo di al Sharaa. L'opposizione politica, a Bashar al Assad come al nuovo regime siriano, è estremamente frammentata e si perde in lotte di influenza, affiliazioni regionali, istanze populiste politicamente immature, che impediscono la nascita di un progetto democratico unificato alternativo al governo attuale.  In questo scenario l'Occidente non trova partner credibili che abbiano la capacità di redigere un programma per tutti i cittadini siriani o implementare la 2254. Perciò, il supporto internazionale si trova anche a dover gestire un vuoto politico dall'altra parte, non ha interlocutori alternativi al governo.

Secondo lei, come se ne esce?
Uscire da questo cortocircuito, sia da parte occidentale che siriana, richiede una presa di coscienza della realtà e un duro lavoro per creare un blocco democratico unito all'interno della società siriana, capace di dar vita a un nuovo modello di Stato che garantisca tutti i cittadini siriani e di imporsi alle potenze internazionali come partner credibile.

Cosa il mondo occidentale ignora della Siria attuale?
Il mondo occidentale sa tutto sulla Siria! Ma finge di ignorarlo.