Gambetti lascia una San Pietro ecologica che ha perso il sacro
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Riportare il senso del sacro in San Pietro, basilica che sotto la gestione Gambetti ha avuto l'ambizione della neutralità climatica ad alto efficientamento energetico, ma che ha ceduto ad una musealizzazione caotica e irrispettosa. Tra profanazioni dei turisti e distrazioni dei fedeli.
La sostituzione del cardinale Mauro Gambetti alla guida della Basilica di San Pietro come arciprete avrà un senso compiuto solo se il suo successore non proseguirà la strada percorsa durante il suo quinquennio. Cinque anni sono bastati per alterare quegli equilibri, che oggi mostrano tutto il loro fallimento nella percezione della Chiesa del Papa. Cinque anni appena, soprattutto se tutto viene ricondotto alla riforma degli statuti del Capitolo di San Pietro che ha contribuito a snaturare questa preziosa istituzione, indispensabile per garantire il decoro e la dignità della Basilica più importante della Chiesa.
Per questo motivo, se il nome che Papa Leone XIV ha in mente (ha fatto una rassegna ragionata ieri Nico Spuntoni proprio sulla Bussola) non imprimerà una svolta nella gestione del capitolo, la “retrocessione” dell’ingegnere francescano a vescovo di Chieti sarà destinata ad essere un’occasione persa.
Perché sotto la gestione Gambetti si è impressa un’accelerazione di stravolgimenti che chi frequenta tutti i giorni il colonnato del Bernini si sente e ha ricadute anche nella stessa percezione che i fedeli hanno della stessa Basilica.
Il punto, come detto, è la revisione degli statuti capitolari che hanno ridotto il numero dei canonici a poche decine, umiliati nel loro antico compito che è quello di curare la liturgia e il funzionamento della fabbrica di San Pietro e sostituiti a volte con parvenu incapaci di percepire il peso del compito.
Noto per il celebre e contestato bistrot sui tetti di San Pietro, che è stato completato, ma ancora non inaugurato a settembre scorso, Gambetti ha associato il suo nome ad una gestione della Basilica che secondo alcuni riflette i fasti dell’ideologia bergoglista. Ha portato la “vita” dei canonici a soli 5 anni, costringendoli alla pensione a 80, ha tolto gli stalli dei canonici dall’area presbiterale - un gesto che qualche monsignore di curia ha definito addirittura “volgare” - ha messo un tetto allo stipendio dei canonici di 1800 euro e anche alla loro pensione. E soprattutto, ha sottoposto il capitolo di San Pietro alla Fabbrica di San Pietro, di fatto depauperandone il servizio.
Questa attività di decluttering pastorale abbastanza arbitraria ha avuto ricadute nella vita liturgica della Basilica e a cascata nella stessa sensibilità dei fedeli e da ultimo nei turisti, che oggi faticano a percepire il sacro dentro la Basilica. E ha favorito la musealizzazione della Basilica.
Per questo, per inserirsi dentro la revisione di Papa Leone, bisogna avere il coraggio di revocare gli statuti che pure sono ad experimentum e per lo meno richiamare in vigore la validità degli statuti di San Giovanni Paolo II. Non per passatismo, ma per necessità.
Sotto Gambetti, infatti si sono ridotte notevolmente le Messe in Basilica e soprattutto sono state cancellate le celebrazioni private nelle cappelle laterali che avevano il grande merito di conferire alla Basilica, fin dal mattino presto, un’aura di severa sacralità oggi perduta.
Gambetti, poi, non conoscendo il latino, ha tolto l’officiatura in latino. E come documentavamo nel reportage che abbiamo scritto la primavera scorsa sulla giornata trascorsa in San Pietro, l’istituzione di una corsia dedicata per i fedeli che entrano in chiesa solo per pregare, provoca un corto circuito che alla lunga evidenzia una grossa «vivisezione da supermercato» (sempre il monsignore di prima): una corsia praticamente sempre vuota e dietro il brulicare dei turisti.
Turisti che, sempre come riferito nel nostro reportage, una volta varcata la porta del Filarete assumono tutti gli atteggiamenti possibili, tranne quello di rendersi conto che sono entrati dentro un luogo di culto. Abbiamo documentato che nessuno, entrando, si fa il segno della croce e nemmeno si genuflette; il via vai di turisti alle prese con selfie improbabili, foto in posa, telefonate come se stessero passeggiando in via del Corso, ha ridotto San Pietro ad un grosso suk dentro il quale trovare di tutto. Anche un po’ di sacro, che non viene escluso, ma viene relegato solo a chi lo vuole cercare.
Non è un caso che durante la gestione Gambetti, se da un lato sono state effettuate migliorie per l'efficientamente energetico dello stabile e la sua "neutralità" climatica entro il 2030 (sic!), si siano moltiplicate le profanazioni, alcune davvero gravi come quella del “matto” che si mise a orinare di fianco alle colonne del Bernini, altre meno visibili ma non meno importanti, come una allegra gestione della Santa Comunione nelle Messe particolarmente affollate. E anche il successivo atto di riparazione, è avvenuto non senza difficoltà.
Per questo motivo, riportare San Pietro alla sua dimensione di luogo sacro, che i turisti anche non cattolici devono imparare a riconoscere, è una delle condizioni principali per dare dignità ad una chiesa che è molto più di una chiesa, ma è lo specchio della crisi di sacro che la Chiesa vive in molte sue dinamiche. E per farlo bisogna avere il coraggio di ristabilire il decoro e il rispetto del luogo, che anche un arciprete con un mandato chiaro può ottenere non senza fatica e buona volontà.

