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SESTO CENTENARIO

Enrico V: dai bagordi alla gloria di Dio

Sei secoli fa moriva Enrico V d'Inghilterra, una figura grande nell'ambito politico e nel cambiamento di vita. Asceso al trono rinnegò la dissolutezza precedente e prese estremamente sul serio il suo ruolo nel drammatico frangente della Guerra dei Cent'anni. Anche il cinema ne tramanda il Discorso di San Crispino, in cui esortava i soldati a dimenticare se stessi per indirizzare ogni azione a gloria di Dio.

Cultura 31_08_2022

Sei secoli sono trascorsi da quel 31 agosto 1422, quando, colpito da grave malattia, moriva a soli 35 anni nel castello di Vincennes, alle porte di Parigi, un impenitente libertino divenuto uno dei più grandi re del suo popolo: Enrico V d’Inghilterra.

Il principe di Galles era nato nel settembre 1387 a Monmouth, Galles sudorientale, figlio primogenito di Enrico IV. Salito al trono a 15 anni, così come racconta Shakespeare, rinnega il suo passato tanto da rispondere al suo vecchio compagno di bagordi, Falstaff: «Non ti conosco, vecchio. Va’ a dir le tue preghiere […]. Non credere che io sia la stessa persona di prima. Perché Iddio lo sa — e presto se ne accorgerà il mondo — che ho rinnegato i miei trascorsi; e così rinnegherò anche colo che, in essi, mi furono compagni. Quando sentirai dire che sono tornato quel che ero, allora vieni pure a me e anche tu tornerai ad essere quel che eri un tempo, colui che alimentava, cioè, e che dirigeva i miei disordini: ma fino a quel giorno, io ti bandisco, pena la morte, così come ho fatto con il resto dei miei compagni, e ti proibisco di avvicinarti alla nostra persona per un raggio di dieci miglia. Quanto ai mezzi per vivere, te ne accorderemo in tale misura che la loro mancanza non ti spinga al male: e, come avremo udito che vi siete emendati, ti faremo promuovere a seconda della vostra capacità e dei vostri meriti» (W. Shakespeare, Enrico Quarto, V, v, in Opere complete, Rizzoli 1963, p. 378).

Interrogato da Enrico, l’Arcivescovo di Canterbury gli conferma la fondatezza delle pretese dinastiche inglesi sulla Francia. Il re, evitando il più possibile inutili spargimenti di sangue, inaugura così la seconda fase della più drammatica delle continue guerre fratricide tra i popoli cristiani d’Europa: l’interminabile «Guerra dei cent’anni» che contrappose la monarchia inglese a quella francese tra il 1339 e il 1453. Il 25 ottobre 1415, giorno di san Crispino, Enrico V fu vincitore sui francesi di re Carlo VI nella decisiva battaglia di Azincourt, villaggio nel nord della Francia.

Il sovrano inglese, e soprattutto quest’episodio centrale del suo regno, è celebrato da William Shakespeare (†1616) in Henry V, dramma storico, in cinque atti, in prosa e in versi, andato in scena per la prima volta nell’estate 1599 al Globe Theatre di Londra, appena costruito. Anche in questo lavoro rileviamo »come la profonda umanità di Shakespeare, sempre aperto allesplorazione avventurosa e poetica, porti alla scoperta delle leggi morali, che rendono grande e sacra la vita, e ci riconduca a una comprensione religiosa del mondo» (Paolo VI, Discorso, 12 novembre 1964).

Forse molti ricorderanno la versione cinematografica del regista, attore, sceneggiatore e produttore britannico Kenneth Branagh (n. 1960), che nel 1989 esordì al cinema proprio con quel dramma di Shakespeare. Del suo film dice Branagh: «Il mio personaggio vive il dramma del conflitto interno, della contraddizione, autentico humus di tutto il discorso shakespeariano nel suo complesso. È un film di guerra contro la guerra […], in Shakespeare — ed ecco la sua strabiliante modernità — il “nemico” cova sempre dentro di sé, i re sono tormentati, tutt’uno con il dramma sociale e morale che stanno vivendo» (Intervista al regista ne Il Messaggero, Roma, 24 novembre 1989). «Il dramma fornisce un’attenta esplorazione del protagonista, costretto ad affrontare le pressioni del suo ruolo di comando…». L’Enrico Quinto è «una commistione di grande fascino personale, tragico eroismo, ma anche di notevole crudeltà. È un assassino. Ciò che rende il dramma così potente è che lo spettatore deve pensarci due volte prima di esprimere un parere su di lui» (Intervista al regista ne Il Manifesto, Roma, 11 luglio 1989).

In questo film debutta pure il compositore scozzese Patrick Doyle (n. 1955), che interpreta anche il ruolo del soldato Court. La sua musica, che in questa pellicola ha passaggi drammatici e lirici, raggiunge il suo culmine alla fine della battaglia di Azincourt. Dopo l’ordine da parte di Enrico V di cantare il Nos nobis, il Te Deum, e di seppellire caritatevolmente i morti, Court intona il versetto del Salmo 113B: «Non nobis Domine, sed nomini tuo da gloriam», ossia «Non a noi, Signore, ma al tuo nome dà gloria». In un climax di grande intensità emotiva, che esprime sia la straordinaria vittoria inglese sia la tragica perdita di vite umane, gli altri uomini si uniscono a Court nel canto, le prime due volte a cappella, la terza volta con l’orchestra sinfonica. Il re, eseguendo egli stesso quanto aveva ordinato, porta in spalla una delle vittime, un «soldato» adolescente.

Una sequenza che dura poco più di quattro minuti, geniale e toccante, che invita anche «noi pochi; noi felici, pochi; noi manipolo di fratelli», come conforta i suoi soldati Enrico V prima della battaglia nel suo Discorso di San Crispino, lontano da ogni narcisismo a indirizzare i nostri buoni successi alla maggior gloria di Dio.