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CONFERENZA SUL CLIMA

Eliminare il petrolio? I due fronti aperti dalla Cop28

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Alla Cop28, proprio gli Emirati Arabi Uniti che ospitano la conferenza non vogliono rinunciare al petrolio. Fra i sostenitori delle rinnovabili, inedita alleanza Usa-Cina. 
- VIDEO: Un problema di potere, non di clima, di Riccardo Cascioli

Creato 12_12_2023
Al Jaber (La Presse)

Alla Cop28, la Conferenza internazionale sul clima giunta oggi (martedì 12 dicembre) al suo ultimo giorno, si stenta a trovare un accordo e si sta ripiegando su un compromesso. Proprio il paese ospite, gli Emirati Arabi Uniti, si oppone alla formula più drastica per il comunicato finale, che includerebbe l’eliminazione totale dei combustibili fossili.

Il petrolio è dato per morto tante volte, ma ogni volta si rivela duro a morire. Negli anni Settanta del secolo scorso si stimava che sarebbe finito entro la fine del Novecento. Invece, con la scoperta di nuovi giacimenti e l’uso di nuove tecnologie per l’estrazione, ce n’è ancora in abbondanza, ad oggi, nel 2023. Le nuove stime parlano ancora di esaurimento imminente delle scorte, questa volta entro il 2065 (a parità di giacimenti, di tecnologie estrattive e anche di consumo). Ma stiamo a vedere se entro la fine degli anni 50 di questo secolo non verrà spostata ancora in avanti questa data. Più che chiedersi quando finirà il petrolio, i leader di tutto il mondo che si sono riuniti a Dubai, per la Cop28, si pongono un’altra domanda: come fare a smettere di estrarlo. E non perché sia in esaurimento, ma perché fa male al clima, a causa delle emissioni.

La prospettiva, dunque, è drasticamente cambiata. Non si cerca di affrontare il problema di risorse utili ma scarse, ma semmai di eliminarle, ritenendole pericolose per il pianeta.

A fronte di questo nuovo paradigma, si sono formati due schieramenti, mossi sia da interesse che da ideologia. Sono certamente mossi da interesse quei paesi (membri dell’Opec, soprattutto) che vivono di esportazione di petrolio e gas e si oppongono all’obiettivo più ambizioso della loro eliminazione. «Ho bisogno che tutte le parti mostrino ancora più flessibilità per arrivare al traguardo», ha dichiarato Sultan Al Jaber, amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale degli Emirati Arabi Uniti, alla testa dei negoziati della Cop28. La bozza proposta dagli Emirati Arabi Uniti (d’accordo con l’Arabia Saudita) usa un linguaggio più soft: non parla di "eliminazione" dei combustibili fossili, ma di riduzione graduale dei combustili fossili “non abbattuti”. Cioè di quei combustibili che così vengono definiti dall’Ipcc: «combustibili fossili prodotti e utilizzati senza interventi che permettono di ridurre sostanzialmente la quantità di emissioni di gas serra lungo l’intero ciclo di vita».

Gli europei, su questo punto, appaiono i più intransigenti. «L’obiettivo deve essere quello di eliminare le emissioni legate ai combustibili fossili, e per questo la cattura del carbonio non ci salverà», dichiarava lunedì 11 dicembre il ministro dell’Energia francese Agnès Pannier-Runacher. Anche la Francia, prima potenza nucleare civile in Europa, parla per interesse.

Sul fronte di chi vorrebbe l’eliminazione dei combustibili fossili, oltre all’Europa, si schiera l’inedita alleanza di Usa e Cina. Le due potenze sono rivali e antagoniste in tutto, ma almeno sull’energia si trovano a parlare lo stesso linguaggio. Hanno già raggiunto un accordo, il mese scorso, nell’incontro di Sunnylands, dove hanno promesso di sostituire gradualmente i combustibili fossili (non solo quelli “non abbattuti”) con fonti rinnovabili. Secondo i termini dell’accordo, Cina e Usa si impegnano a triplicare la produzione energetica con le rinnovabili entro il 2030.

La Cina, esattamente come la Francia, parla per interesse. Ha tutto da guadagnare in una svolta globale verso le rinnovabili, considerando che il petrolio e il gas li deve importare, mentre è nazione guida nella produzione ed esportazione di batterie per automobili elettriche e pannelli solari.

Gli Usa, invece, sono gli unici che, finora, parlano per ideologia. Non avrebbero interesse in una svolta verde, perché dovrebbero importare il grosso della tecnologia dalla Cina nei prossimi anni. Per incentivare l’innovazione interna nel settore, il governo federale deve intervenire con sconti e spesa pubblica, oltre a promuovere leggi come l’Inflation Reduction Act, che hanno però il pessimo effetto collaterale di fare concorrenza sleale all’Europa. Gli Usa sono ancora, di gran lunga, al primo posto nel mondo per la produzione di petrolio, più dell’Arabia Saudita. Ma vogliono rinunciare al loro vantaggio competitivo. Gli storici ci spiegheranno il perché.