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ISLAM

Egitto, è lotta contro il velo. Altro che islamofobia

Le donne che indossano lo hijab (il velo) sono sempre più spesso discriminate, nei luoghi pubblici e non solo. Il velo, in Egitto, è ormai considerato socialmente associato ai poveri. L'imam di al Azar, però, lo vuole imporre ancora, almeno nei giorni di festa. In Nord Africa il dibattito è aperto. Contrariamente all'Europa. 

Esteri 29_08_2022
Egitto

Sempre più spesso le donne che indossano l’hijab, il velo islamico che copre il capo, si vedono negato l’ingresso a ristoranti e altri luoghi pubblici. All’ingresso dei locali si sentono dire che all’interno l’hijab è proibito. Succede anche che una coppia non riesca ad acquistare una casa in un complesso residenziale, se la moglie indossa l’hijab, che si senta dire dall’agente immobiliare: “in tutta franchezza, decisamente è meglio che cerchiate una alternativa”.  

Tutto questo capita non Italia, in Francia o in Gran Bretagna, ma in Egitto, Paese a maggioranza islamica, con una consistente componente integralista. «È più facile indossare l’hijab a Londra che al Cairo. A portarlo mi sento più giudicata in Egitto che qui. Questa estate non sono potuta entrare in due ristoranti di lusso della costa settentrionale». A dirlo, intervistata da un giornalista della Bbc, è Dalia Anan, egiziana, che fa l’ingegnere e lavora e vive in Gran Bretagna. «Non avrei mai immaginato che in Egitto mi sarebbe capitato di dover domandare se sono ammesse le donne con l’hijab prima di recarmi in un locale pubblico», conferma Dina Hisham, egiziana anche lei, residente in Canada, e riferisce di molte donne alle quali in alcuni resort è stato proibito nuotare indossando il “burkini” (il costume da bagno islamico che copre tutto il corpo salvo viso, piedi e mani) o la muta da sub.

È una situazione che sta diventando famigliare soprattutto alle donne di ceto alto e medio alto del Cairo e della costa settentrionale. In certi ambienti l’hijab è ormai considerato un abbigliamento da “ceti bassi”. È per questo che i locali di lusso o che desiderano qualificarsi come tali non ammettono donne che lo indossano. «Nella maggior parte dei casi è una questione di classe», spiega Nada Nashat, avvocato e militante per i diritti delle donne. I ceti alti oggi in Egitto parlano inglese piuttosto che arabo, sono di “mentalità aperta”, il che vuol dire che bevono alcolici, non indossano abiti tradizionali. Le donne rifiutano il velo islamico in tutte le sue modalità. 

In realtà le donne egiziane avevano incominciato a sbarazzarsi del velo quasi un secolo fa. Ma l’hijab è ricomparso circa a metà degli anni 70 del secolo scorso quando i Fratelli Musulmani, integralisti, hanno ottenuto il via libera dal presidente Anwar Sadat. Il suo uso si è diffuso incontrastato fino al 2013, anno in cui il presidente Mohammed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, è stato destituito.

Nel 2014, contro il declino del velo che tuttavia la maggior parte delle donne egiziane continuano a indossare, è stato costituito il gruppo Facebook privato Surviving Hijab che si propone di sostenere in tutto il mondo le donne che intendono indossarlo e quelle che dopo averlo tolto desiderano ricominciare a metterlo. Oggi conta 1.027.049 socie, per la maggior parte egiziane, con 255 nuove iscrizioni nella scorsa settimana. A maggio, alla fine del mese di Ramadan, sui social media egiziani è stata lanciata la campagna #MyChoice, dedicata alle donne che desiderano continuare a indossare l’hijab. Donne che portano il velo e che hanno successo in diversi settori hanno raccontato le loro storie: il messaggio veicolato è che l’hijab non rappresenta un impedimento, non deve essere considerato un ostacolo alla realizzazione personale.

Sulla questione del velo è intervenuto di recente Sheikh Ahmed al-Tayeb, il grande imam di Al-Azhar, la più alta autorità religiosa dell’islam sunnita. Non indossare il velo non fa di una donna una rinnegata – ha dichiarato – ma semplicemente una donna che disobbedisce ad Allah. Inoltre l’8 luglio il grande imam ha emesso una fatwa (una sentenza) contenente una serie di regole da osservare durante Eid al-Adha, la festa del sacrificio che stava per essere celebrata, una delle quali prescriveva alle donne di non uscire di casa senza l’hijab. La fatwa ha suscitato critiche e polemiche tanto che il giorno successivo è stata modificata limitando l’uso obbligatorio del velo solo durante le preghiere nei giorni della festa. Ma le discussioni sono continuate per giorni tra chi invoca la costituzione egiziana, garante delle libertà personali di tutti i cittadini donne incluse, e denuncia il tentativo delle autorità religiose di imporre un controllo patriarcale sul corpo delle donne e chi sostiene che le tre religioni abramitiche – giudaismo, cristianesimo e islam – prescrivono il velo e abiti ampi alle donne e cita a conferma il verso 31 della sura an-Nur del Corano.

Negli altri paesi dell’Africa settentrionale l’uso dell’hijab è in declino soprattutto tra le giovani e non solo come segno di appartenenza ai ceti alti. In Tunisia, Marocco, Algeria le donne senza velo sono ormai numerose. Emblematico è il caso della Tunisia. Subito dopo l’indipendenza è stato indossato soprattutto come atto di resistenza, di sfida contro la secolarizzazione imposta dal regime autoritario del presidente Habib Bourghiba. È diventato di nuovo popolare per un breve periodo nel 2011 durante la rivoluzione dei gelsomini conclusasi con la destituzione del presidente Zine El-Abidine Ben Ali e con la presa del potere da parte del movimento islamista Ennahda.

In tutti i Paesi nordafricani l’opinione pubblica è divisa sul velo, le stesse donne lo sono. Ma, mentre nei paesi europei criticare l’uso dell’hijab suscita l’accusa di islamofobia e di attacco ai diritti delle minoranze, nei paesi a maggioranza islamica nord africani è considerato parte del legittimo dibattito sui diritti delle donne e sulla liceità delle loro rivendicazioni.