Educazione al rispetto, si eviti la propaganda gender
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Il Ministero dell’Istruzione ha avviato, per tutte le scuole, il progetto “Educazione al rispetto e alla parità di genere”: dietro il titolo in apparenza rassicurante c’è il rischio di una massiccia promozione dell’ideologia gender.
Proseguono senza sosta e nell’indifferenza quasi generale (passività, rassegnazione o tragico silenzio/assenso?) le folli iniziative per promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado l’ideologia gender.
Ultimo, in ordine di tempo, il progetto nazionale di rieducazione dei maschietti delle elementari proposto dalla Fondazione Libellula, che si presenta come un «network di aziende in Italia e in Europa unite dalla volontà di prevenire e contrastare la violenza di genere e ogni forma di discriminazione» ed è ufficialmente riconosciuta, addirittura, come ente accreditato per erogare formazione sulla piattaforma Sofia! Il disegno di legge che obbliga le scuole a chiedere il permesso dei genitori per svolgere attività su temi intimi, da parte sua, rischia di naufragare.
È all’interno di questo panorama desolante che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato, con una nota del 15 aprile 2026, il progetto nazionale di accompagnamento “Educazione al rispetto e alla parità di genere”, realizzato in collaborazione con INDIRE e operativo dal 9 aprile. L’iniziativa è rivolta a tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado, ha una durata triennale e si propone di promuovere una cultura del rispetto e della parità di genere attraverso un approccio sistemico. L’orizzonte è totale; non si tratta, infatti, di un intervento circoscritto agli studenti, ma di un’azione che pretende di coinvolgere l’intera comunità scolastica: i dirigenti, i docenti, il personale amministrativo e, in modo attivo, anche gli studenti, chiamati non solo a partecipare, ma a contribuire alla progettazione di percorsi e attività di sensibilizzazione.
Tra i temi da affrontare figurano le dinamiche relazionali, l’empatia, la convivenza civile e la collaborazione nei contesti educativi. Inutile dire che dietro al paravento di queste definizioni generali si può nascondere ogni sorta di sorpresa… Il progetto si colloca nel solco dell’educazione civica che, da materia storicamente “cenerentola”, in questi ultimi anni è diventata una sorta di moloch onnivoro utilizzato per far entrare nella scuola ogni parola d’ordine coniata dal potere dominante. L’accento posto dal Ministero sulla partecipazione diffusa e sulla continuità nel tempo indica con chiarezza un tentativo di integrare stabilmente questi temi nella didattica e nell’organizzazione scolastica. A dimostrazione di ciò, la nota invita le scuole a favorire la più ampia adesione del personale, sottolineando la rilevanza del tema come responsabilità condivisa del sistema educativo. L’obiettivo dichiarato è la costruzione di una “comunità di pratica” tra scuole, favorendo lo scambio di buone pratiche e il rafforzamento delle reti professionali, lasciando intravedere l’intento di promuovere sempre di più una omologazione generale. Altro che autonomia scolastica!
Non si vuole, tuttavia, fare un processo alle intenzioni: “Educazione al rispetto e alla parità di genere”, di per sé, è un titolo che potrebbe preludere a qualcosa di positivo, purché siano tenuti fermi alcuni principi fondamentali. È giusto e doveroso che fra le persone ci sia rispetto, e che non ci siano preferenze o differenze ingiustificate di trattamento, sia fra gli studenti che fra gli adulti che operano all’interno della scuola a vario titolo; analogamente, può essere utile aiutarsi a migliorare le dinamiche relazionali, l’empatia, la convivenza civile e la collaborazione, come in ogni collettività e luogo di lavoro. Tutto questo, però, a patto che quando si parla di parità di genere sia chiaro anche per il Ministero che i generi sono solo due, come confermato dalla natura, dalla retta ragione e dalla scienza: maschile e femminile. Eventuali anomalie, che pure possono esserci (una volta rare, e oggi indotte massicciamente dal mainstream), certamente devono essere trattate con il rispetto che è dovuto a ogni persona, però non possono e non devono essere considerate “normalità”. Oggi, purtroppo, vediamo che accade tutt’altro: i generi si moltiplicano (siamo arrivati all’acronimo LGBTQIA+) nell’apparente consenso-indifferenza-buonismo generale e il rispetto non è dato a chi la pensa diversamente, fino a mettere in atto vere e proprie persecuzioni verso chi difende la verità su maschile e femminile. Non vorremmo che dietro l’iniziativa del MIM si celasse proprio il tentativo di rendere definitivamente e ufficialmente normale e indiscutibile ciò che normale e indiscutibile non è affatto. Chi ha spinto, dietro le quinte, per varare questa iniziativa del Ministero non lo sappiamo, però il timore che si vada in questa direzione è forte. Speriamo bene.
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