• METODI COMUNISTI

Dietro la multa alla Polonia c’è l’Ue sovietica

Perché la Corte dell’Ue ha multato per un milione di euro la Polonia già impegnata a modificare le norme sulla giustizia? L’establishment comunitario non sopporta i valori cristiani del Paese, il cui Parlamento ha da poco messo in agenda una proposta di iniziativa popolare contro i dogmi Lgbt. E pure Solidarność, dopo un’altra multa, accusa l’Ue di fare “quello che fece Mosca in passato”.

Il 28 ottobre il Governo polacco ha accusato Bruxelles di “ricatto”, dopo che la Corte di Giustizia dell’Unione europea, su istanza della Commissione von der Leyen, aveva imposto il giorno precedente una multa giornaliera di un milione di euro a Varsavia (che dovrà versare la cifra alla stessa Commissione) per non aver ancora abolito definitivamente la Camera disciplinare per i giudici, pur essendo già sospese le sue attività dallo scorso 6 agosto e sino al prossimo 15 novembre, per decisione della stessa Corte costituzionale polacca.

Il Governo polacco, come abbiamo già descritto sulla Bussola, è già impegnato a riproporre nuove norme che rispondano alle obiezioni della Corte costituzionale e alla prima sentenza della Corte dell’Ue (14 luglio), per la metà di novembre. L’impegno del Governo a smantellare la Camera disciplinare polacca era stato ribadito anche nella fiera intervista rilasciata dal premier Mateusz Morawiecki al Financial Times del 24 ottobre scorso, in cui egli ricordava anche la tracotanza europea di fronte alle ragioni polacche. Perciò sono condivisibili le reazioni polacche alla decisione ingiusta della Corte di Giustizia. Piotr Müller, portavoce del Governo polacco, ha reagito alla decisione della Corte, ribadendo che “l’Unione europea è una comunità di Stati sovrani che è governata da regole chiare (…). La questione della regolamentazione dell’organizzazione della magistratura è di competenza esclusiva degli Stati membri”. Ancora più esplicito il viceministro della Giustizia polacco, Sebastian Kaleta: “(…) la Corte dell’Ue ignora completamente la Costituzione della Polonia e le sentenze del suo Tribunale costituzionale”.

Dunque, perché questa sentenza sanzionatoria verso un Paese che sta provvedendo a modificare le proprie norme? Non è solo un aspetto della lotta per imporre la primazia del diritto comunitario su quello nazionale in tutte le materie, con la quale la Corte di Giustizia e l’intero establishment dell’Unione europea vogliono strangolare la Corte costituzionale polacca e trasformare l’Ue in un’istituzione marcata dal centralismo socialista. Piuttosto è un’ulteriore conferma di come le evocazioni europee dello “Stato di diritto” e delle “riforme giudiziarie” siano in realtà argomenti fittizi adoperati per colpire vigliaccamente la Polonia, il suo Governo cristiano e conservatore e la cultura e religiosità popolare. Stiamo parlando di una vendetta continua contro la Polonia che taluni attori europei non vogliono dismettere, siamo già al dopo Merkel. Eppure, sia al Consiglio europeo della scorsa settimana, pur tra feroci accuse e divisioni, sia nei giorni scorsi, stavano crescendo le quotazioni di una ripresa del dialogo costruttivo tra Varsavia e Bruxelles.

Cosa è veramente accaduto, dunque, in questi ultimi sette giorni che possa aver indotto le istituzioni comunitarie e la Corte ad intervenire così ingiustamente contro la Polonia e rompere quell’esile filo di dialogo? Presto detto, i fatti sono ben chiari e dimostrano un pregiudizio e un’intolleranza verso un popolo e un Governo proprio perché cristiani. L’Ue non sopporta che nei giorni scorsi il Parlamento polacco abbia messo in agenda per il prossimo 28 ottobre la proposta di legge popolare (più di 140.000 le firme raccolte) “Stop Lgbti”, presentata dalla “Fondazione per la vita e la famiglia”, che prevederebbe il divieto assoluto di propaganda dei dogmi Lgbti nei luoghi pubblici, dai gay pride alle altre forme di disseminazione del verbo gender. Non solo, è incomprensibile per Bruxelles che i giovani polacchi siano felici di vivere nelle proprie famiglie nate da un uomo e una donna uniti in matrimonio. In un recentissimo report del commissario indipendente per l’infanzia, Mikołaj Pawlak, presentato lo scorso 25 ottobre, si dimostra, sintetizza Radio Poland, che “più del 90% dei giovani polacchi, sia nelle aree urbane che in quelle rurali, si sente felice in famiglia. Inoltre, tra l’80 e il 90% degli studenti della scuola primaria si sente amato, compreso e sostenuto a casa”. Per l’Ue di oggi tutto ciò è assolutamente inspiegabile e, allo stesso tempo, accresce l’accanimento contro i polacchi.

Infine, possiamo solo immaginare le nevrotiche reazioni europee quando, lo scorso 22 ottobre, si sono sentiti risuonare, sotto le finestre del palazzo lussemburghese della Corte di Giustizia dell’Ue, i cori e le dichiarazioni infuocate dei minatori di Solidarność, giunti a protestare contro la decisione del 20 settembre di sanzionare la Polonia, con una multa di 500.000 euro al giorno, per l’estrazione di carbone da una miniera al confine con la Repubblica Ceca. I cartelli alzati dagli operai - “Fate quello che fece Mosca in passato”, “Volete far precipitare le nostre famiglie nel freddo e nella povertà energetica” - e le parole al microfono del loro rappresentante Wojciech Ilnicki (“Non siamo in Corea del Nord”) devono aver messo i brividi ai burocrati europei. E chissà quale onta sia stata considerata la decisione del Senato polacco che ha approvato, nonostante l’Ue abbia negato i finanziamenti, la costruzione di un muro di confine con la Bielorussia per scoraggiare la tratta di migranti. Oggi come ieri, noi siamo al fianco degli operai e delle famiglie polacche, mentre l’Europa socialista di Ursula von de Leyen deve decidere se vuol emulare i soprusi di Wojciech Jaruzelski e condannarsi alla sua stessa sconfitta.

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