Livatino proposto a patrono dei magistrati. Ma c'è ancora omertà
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La CEI chiede di proclamare il beato Rosario Livatino patrono dei magistrati italiani. La richiesta passa ora al vaglio del Dicastero delle Cause dei Santi. Al riconoscimento dei vescovi fa da contraltare una certa omertà nei luoghi nativi del giudice ucciso dalla mafia. Il racconto della Bussola.
L’ottantaduesima Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), terminata giovedì 28 maggio, si è pronunciata sulla richiesta di elevare il beato Rosario Livatino (1952-1990), magistrato martire della giustizia e della fede, a patrono dei magistrati italiani. Nel comunicato finale si legge che «i Vescovi hanno espresso all’unanimità parere favorevole, riconoscendo l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio». Adesso spetterà al Dicastero delle Cause dei Santi pronunciarsi sulla proposta della CEI.
Rosario Livatino veniva ucciso ormai quasi trentasei anni fa. Vittima della mafia che durante la sua carriera giuridica ebbe il coraggio di contrastare e combattere senza mai scendere ad alcun compromesso, il beato si è sempre distinto per una vita fatta di amore e servizio della giustizia, della fede e del sacrificio. Era la mattina del 21 settembre 1990 quando, sulla statale che collega Agrigento a Caltanissetta (SS 640), due macchine e una moto raggiunsero l’auto del giudice iniziando a sparargli addosso. Un inseguimento durato pochi minuti, in cui Livatino cercò di scappare uscendo dalla macchina e correndo lungo la scarpata sottostante, rompendosi una gamba e cadendo a terra; raggiunto dai suoi aggressori, che già gli avevano sparato alla spalla, venne colpito in pieno volto. «Che vi ho fatto, picciotti?», disse Rosario rivolgendosi ai suoi assassini. E li perdonò, con la carità cristiana di chi sa di aver sacrificato la propria vita per un Bene più grande. Uno di questi, Gaetano Puzzangaro, ha poi testimoniato il proprio ultimo ricordo del giudice: dopo aver affiancato la sua auto, lo vide girare la testa e guardare verso di loro, in silenzio. Poi, la fuga e gli spari.
«Il sommo atto di giustizia – affermava Livatino – è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico». E tale fu la sua vita. Definito “giudice ragazzino”, al contrario, Livatino dimostrò di essere un intrepido assertore della giustizia, tutt’altro che inesperto. Eppure, di lui si sente parlare ancora poco soprattutto nei luoghi in cui visse e operò, a partire dalla sua città natale, Canicattì. La sua figura, infatti, ancora oggi sembra infastidire chi si trova in contrasto con la Legge e favorevole alla mentalità mafiosa che ben sappiamo non essere ancora sconfitta.
Chi scrive si è recata sui luoghi del beato in occasione dell’ostensione del suo corpo, esposto alla devozione dei fedeli nella chiesa di Santa Chiara a Canicattì, dal 2 al 17 maggio 2026, per il quinto anniversario della sua beatificazione, avvenuta il 9 maggio 2021. A colpire è la sensazione di una presenza silenziosa che sembra continuare il suo mandato nell’umiltà e nella fedeltà alla verità e a Dio in una terra ancora martoriata e ferita. La maggior parte delle persone anziane che vi abitano hanno incontrato o conosciuto personalmente il giudice: alla domanda sulla sua figura molti rispondono di ricordarselo come una persona integra e integerrima, un uomo serio e sempre disposto ad aiutare il prossimo con atteggiamento umile e servizievole, mai sottomesso.
Ma, quando si chiede che ruolo ha avuto la mafia nella sua vita, in particolare la Stidda, branca della mafia staccatasi da Cosa Nostra, capita di vedere calare il silenzio di fronte a domande esplicite sul suo ruolo di giudice. Appare evidente che tale comportamento non ha nulla a che fare con il modo di vivere di Rosario Livatino, il quale si è opposto fino all’ultimo alle numerose ingiustizie, senza mai scendere a compromessi con i vari “padrini”. Il suo motto «sub tutela Dei» (S.T.D.), infatti, indicava la sottomissione a un unico padrone: Dio.
Quello che invece si percepisce in queste terre è una sorta di silenzio omertoso, forse per timore, forse perché il ruolo e l’operato di Livatino hanno urtato diverse situazioni e vicende. E ciò è confermato anche dai numerosi atti vandalici compiuti sul luogo del suo martirio.
A spingere maggiormente verso il riconoscere la figura del beato sono la chiesa locale e i postulatori della causa. Anche papa Leone XIV ha indicato l’esempio di Livatino e lo ha fatto in occasione del Giubileo degli uffici cerimoniali istituzionali, il 25 ottobre 2025, affermando che «col suo impegno incrollabile per la giustizia, egli ha testimoniato che la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita».
C’è anche un aspetto particolare riguardo alla scelta della parrocchia dove ora si trova il corpo del beato. Sembra, infatti, che all’edificazione della chiesa di Santa Chiara siano legate alcune situazioni gestite dalla mafia, per cui il fatto di traslarvi il corpo di Livatino ha voluto essere una denuncia da parte della Chiesa verso quello che è stato uno dei lati oscuri della storia locale oltre a un richiamo alla giustizia difesa dal beato.
Alla luce di quanto detto, si comprende come la terra che ha dato i natali al giudice beato risenta ancora di quanto vissuto neanche troppi anni fa. Canicattì è la città natale anche di un altro giudice vittima della mafia, Antonino Saetta (1922-1988), ucciso da Cosa Nostra lungo la stessa strada statale dell’agguato a Livatino. Altre città hanno visto il sacrificio di tanti altri uomini che si sono spesi per la giustizia. Ne sono un esempio Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi entrambi nel 1992, sempre da Cosa Nostra. La mafia continua ad operare in molti luoghi del nostro Paese in forme nuove e differenti da quelle degli anni di fuoco: a denunciarlo è il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Tango, il quale ricorda come oggi essa adoperi ancora una strategia di intervento all’interno delle istituzioni.
La speranza è quella che venga abbattuto questo muro di silenzio e di corruzione e che l’esempio di Livatino diventi motivo di contrasto alle varie mentalità mafiose. La sua figura, infatti, ancora oggi non smette di operare e intercedere nel campo della giustizia e della fede, nel pieno servizio alla Verità.
«Così assolsi a distanza Livatino, giudice che viveva la fede»
Per il 35° anniversario dell’uccisione di Rosario Livatino, la Bussola intervista don Filippo Barbera, il sacerdote che il 21 settembre 1990 diede al futuro beato, crivellato di pallottole dai mafiosi della Stidda, l’assoluzione sub conditione.
Livatino, il giudice beato che si è messo sub tutela Dei
Domani la solenne traslazione del corpo del beato Rosario Livatino, giudice antimafia martirizzato in odium fidei. Il suo lascito spirituale e il suo esempio per conciliare fede e diritto.
Rosario Livatino, un giudice come Dio comanda
Domani, domenica 9 maggio, è in programma la cerimonia di beatificazione del giudice Rosario Livatino, ucciso in odium fidei il 21 settembre 1990 da quattro uomini della Stidda. Una figura straordinaria, che alla professionalità unì una grande fede, come spiega il libro Un giudice come Dio comanda (Il Timone), a firma di Alfredo Mantovano, Domenico Airoma e Mauro Ronco.
Sarà beato il giudice Livatino, martire in odium fidei
La Chiesa riconosce il martirio «in odio alla fede» di Rosario Livatino, ucciso dalla Stidda il 21 settembre di 30 anni fa. Visse la professione di giudice come una vocazione, strettamente legata alla carità cristiana. Andò controcorrente, come su difesa della vita e obiezione di coscienza. Parlano alla Nuova Bussola il postulatore diocesano e il magistrato Domenico Airoma.

