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Dagli al tridentino: il testo non letto di Roche al concistoro

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Proseguire le restrizioni al rito antico in nome dell'unità, citando a sproposito persino san Pio V. Questo e molto altro nella relazione del porporato che, depennata la liturgia dai lavori, è stata risparmiata al sacro collegio. Provvidenzialmente.

Ecclesia 15_01_2026

Di molti avvenimenti che capitano e che spesso ci contrariano, non sempre capiamo le ragioni. Non sempre, ma a volte sì. Come nel caso del provvidenziale cambio di programma che avrebbe dovuto discutere, durante il recente concistoro, quattro punti (evangelizzazione, sinodalità, Curia romana e liturgia) e che invece è stato dimezzato, conservando solo i primi due, a scapito della liturgia.

Già, perché se le cose non fossero andate così, avremmo avuto il triste spettacolo della lettura dell’intervento del prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il cardinale Arthur Roche. Il contenuto della sua relazione, in inglese e in italiano, è stato infatti reso noto da Diane Montagna, sulla sua pagina web, e manifesta piuttosto chiaramente a chi conosca, anche solo per sommi capi, la questione legata alla riforma liturgica, da Sacrosanctum concilium a Traditionis custodes, la faziosità dell’intervento.

In sostanza, Sua Eminenza ci racconta dell’importanza dell’unità del rito romano, tanto cara già a san Pio V, di cui cita la bolla Quo primum, un’unità che in fondo viene minata da coloro che vorrebbero una maggiore libertà di ricorrere ai libri liturgici precedenti la riforma; e così «l’uso dei libri liturgici che il concilio ha voluto riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo la sua promozione». Roche ci spiega poi, citando nientemeno che Benedetto XVI, che la Tradizione non è trasmissione di cose morte, ma un fiume vivo che sempre ci collega alle origini; e ci ricorda, ricorrendo a Sacrosanctum concilium, che custodia della Tradizione e legittimo progresso non devono essere esclusivi l’uno dell’altro. Questo bilanciamento sarebbe stato raggiunto dalla Riforma, elaborata, ci spiega il Concilio, sulla base di «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale» (SC 23).

Iniziamo proprio da quest’ultima citazione, che è piuttosto curiosa, perché utilizza un documento antecedente la realizzazione della riforma liturgica, quale garante dell’appropriatezza della riforma successiva. Il problema è che SC auspicava sì una tale accuratezza, ma non confermava che le cose siano state fatte come auspicato, semplicemente perché il documento viene prima della riforma, non dopo. Ed in effetti, è sufficiente proseguire la lettura del medesimo paragrafo, per realizzare che la riforma, così come essa è stata realizzata, non ha affatto seguito i criteri del concilio. Infatti, i Padri conciliari avevano raccomandato di non introdurre «innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti». Può Roche affermare che la demolizione e costituzione ex-novo dei riti d’offertorio abbia seguito questo duplice criterio? O che l’abbiano osservato la quasi completa sostituzione delle pericopi del Lezionario, il rifacimento del 90% delle orazioni, la mutilazione del calendario liturgico nel suo ciclo temporale, la sostituzione pressoché in toto del Rituale romanum e del Pontificale romanum? Evidentemente no. Ragione per cui il cardinale, che pure ha fatto riferimento al § 23 di SC per ben due volte in poche righe, si è guardato bene di riportare anche questa citazione.

In questo modo, egli dimostra di non aver compreso per nulla  – e di non voler compiere alcuno sforzo in questa direzione di comprensione  – le ragioni che portano centinaia di migliaia di fedeli, in numero sempre crescente, che abitualmente hanno frequentato e frequentano la liturgia riformata, a ricercare il rito antico. Senza aver probabilmente mai letto SC, questi fedeli testimoniano che alcune riforme hanno tradito l’organicità dello sviluppo liturgico, derubando i fedeli di tesori inestimabili che sono stati sottratti senza alcuna vera necessità e calando al contrario dall’alto “invenzioni” che scaturiscono da una presunta erudizione accademica, spesso rivelatasi infondata (si pensi all’orientamento “verso il popolo”), ma non di certo dallo sviluppo organico.

La selettività faziosa di Roche è ancora più evidente nel suo riferimento a Benedetto XVI, di cui riferisce un’Udienza generale (26 aprile 2006) sul senso della Tradizione, ma omette di riportare il documento chiave sulla liturgia del suo pontificato, ossia Summorum pontificum, unitamente alla lettera ai Vescovi che accompagnava il Motu Proprio. In questi documenti, Sua Eminenza avrebbe trovato due principi importanti, che contraddicono la sua linea. Il primo: se è certamente vero che l’unità del Rito romano è importante, non meno importante è quella «riconciliazione interna nel seno della Chiesa» che papa Ratzinger non solo auspicava, ma per la quale concretamente operava, e che invece si è evidentemente incrinata con Traditionis custodes. Il secondo: il rito romano antico non è semplicemente qualcosa da tollerare  – concedere e non promuovere, scrive lui ̶ , ma un patrimonio sacro da custodire e stimare: «Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto».

Che dire del riferimento alla Quo primum? Questa bolla è un testo abusato su più fronti: da un lato lo si invoca per squalificare ogni genere di riforma successiva e la legittimità del nuovo messale, sulla base del comando di san Pio V di non aggiungere, detrarre o cambiare nulla del messale promulgato nel 1570; dall’altro, come piace fare a Roche, lo si brandisce con lo scopo di mostrare la legittimità del “pugno duro” per evitare la frammentazione all’interno dell’unico rito romano. In entrambi i casi, si tratta di un travisamento. Se è vero che nessun pontefice può legare i futuri successori di Pietro ad una propria norma liturgica, è altrettanto vero che nessun pontefice ha ricevuto l’autorità di stravolgere la tradizione liturgica.

Quando si guarda l’opera di riforma svolta da san Pio V, si può notare che egli non ebbe in mente di creare un nuovo messale rifacendo in modo sostanziale parti dell’ordinario, del proprio, del lezionario e dell’antifonario, ma di purificare le celebrazioni liturgiche da aggiunte arbitrarie che si erano introdotte in tempi recenti. Per esempio, il Kyrie e il Gloria in excelsis furono purgati dei numerosi e vari tropi che interpolavano e appesantivano il testo; vennero ridotte (forse troppo drasticamente) le sequenze, che occupavano ormai ogni festa e commemorazione liturgica; si regolarono alcuni riti che venivano svolti in modalità differenti; il santorale venne ridimensionato, in modo da non sopraffare il ciclo temporale dell’anno liturgico, che non venne pressoché toccato. Minime furono anche le modifiche apportate al Lezionario, alle orazioni e alle antifone.

Pochi cenni, che però permettono di capire che l’unità ricercata da san Pio V nella sua riforma non fu realizzata mediante un ritorno ad una presunta “liturgia delle origini” vivente solo nell’erudizione di qualche accademico calpestando secoli di sviluppo organico, ma mediante la purificazione di testi e riti sopraggiunti in epoca più recente, non uniformemente condivisi, o riti liturgici che non erano in grado di mostrare un radicamento di almeno due secoli. Il ricorso a san Pio V dovrebbe dunque essere maneggiato dal cardinale Roche con estrema prudenza, perché, seguendo quei principi, sarebbe il nuovo messale ad avere serie difficoltà, non l’antico.

L’intervento che il cardinale Roche avrebbe dovuto leggere al Concistoro è la manifestazione di un andazzo assai preoccupante in voga nella Curia romana; Egli, come il suo collega a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede, ama scorrazzare tra i testi del Magistero, selezionando faziosamente solo ciò che torna a suo uso e consumo, e tacendo accuratamente quanto gli è scomodo. «Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero», dice un antico proverbio. Potrebbe essere un buon criterio per la riforma della Curia che si discuterà nel concistoro a venire.



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