Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Giovanni I a cura di Ermes Dovico
REGIME OPPRESSIVO

Crescono le persecuzioni contro la Chiesa in Nicaragua

Ha fatto il giro del mondo la foto di mons. Alvarez Lagos in ginocchio, circondato da poliziotti armati. Il vescovo di Matagalpa, oggi ai domiciliari con 5 sacerdoti, paga le critiche contro la dittatura di Ortega. Non è un caso isolato: dalle proteste del 2018 le persecuzioni si sono intensificate. La Chiesa risponde con la preghiera.

Attualità 09_08_2022 Español

La persecuzione religiosa per mano del regime tirannico che opprime il Nicaragua è più che evidente: in questi giorni ha fatto il giro del mondo l'immagine di monsignor Rolando José Alvarez Lagos in ginocchio e con le mani alzate, circondato da poliziotti armati.

È il vescovo della diocesi di Matagalpa e amministratore apostolico della diocesi di Estelí, noto per le sue parole critiche contro gli abusi di potere del dittatore Daniel Ortega. Oggi si trova ai domiciliari, dopo che le forze dell'ordine gli hanno permesso di entrare nella sede della Curia giovedì 4 agosto ma per non uscirne più. «Siamo sei sacerdoti e sei laici; ci hanno rinchiusi nella Curia episcopale. Rimarremo qui senza mancare di rispetto alla polizia, non le abbiamo mai mancato di rispetto», ha detto il 5 agosto, in un video pubblicato sul sito ufficiale della diocesi.

Ma non è un evento isolato, è l'intensificarsi delle vessazioni subite dalla Chiesa in Nicaragua dopo le proteste avvenute lo scorso 2018 contro il regime sandinista e che la Bussola ha denunciato attraverso numerosi articoli (leggi qui, qui e qui), mentre permane un silenzio “assordante” da parte della Santa Sede.

È solo il corollario di una situazione che si sta deteriorando a livelli pericolosi. È opportuno ricordare mons. Juan Abelardo Mata Guevara, vescovo emerito della diocesi di Estelí, di cui Papa Francesco il 6 luglio 2021 ha accettato le dimissioni con un processo express, pochi giorni dopo il 75° compleanno. Nel 2018 il prelato è stato vittima di un attentato a Nindirí da parte degli uomini di Ortega, che hanno sparato colpi di mitra contro il veicolo su cui viaggiava. Inoltre, il vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Managua, mons. Silvio José Báez Ortega, e il sacerdote Edwin Heriberto Román Calderón, parroco della chiesa di San Miguel Arcángel della città di Masaya, sono in esilio anche per salvaguardare la loro vita.

Ora è nel mirino monsignor Rolando José Álvarez Lagos. Il 19 maggio ha annunciato un digiuno indefinito e tante preghiere insieme alla comunità fino a quando la Polizia non fermerà le molestie e garantirà l'incolumità sua e della sua cerchia familiare. Ha invitato i parrocchiani a tenere veglie di sostegno, con il digiuno e l'adorazione del Santissimo Sacramento, «affinché possa cessare questa situazione di aspre vessazioni nei confronti di tutti noi».

E di cosa ha paura il regime di Ortega-Murillo? «La preghiera è ciò che salverà il Nicaragua», ha detto il prelato di 55 anni lo scorso 18 luglio, quando ha invitato il popolo a una crociata di preghiera e adorazione. Infatti, il sito della diocesi di Matagalpa mostra una Chiesa attiva e massiccia, con un pastore che non ha paura di denunciare nelle sue prediche le ingiustizie che il popolo del Nicaragua sta soffrendo.

Basta dare un'occhiata alla pagina Facebook della diocesi di Matagalpa per testimoniare la cronaca di persecuzioni e intimidazioni che si è intensificata dal mese di agosto. Il 1° agosto ha riferito in un comunicato che l'Istituto nicaraguense delle telecomunicazioni e degli uffici postali (TELCOR) ha chiuso tutte le stazioni radio della diocesi (cinque in totale).

Il 2 agosto numerosi video hanno denunciato e mostrato l'angoscia vissuta a Sébaco, mentre la polizia violava i cancelli della cappella Niño Jesús de Praga, adiacente alla casa parrocchiale Divina Misericordia. Hanno anche mostrato le immagini della polizia sandinista che ha fatto irruzione nella sede della stazione della radio cattolica locale per portarne via l’attrezzatura; i momenti di tensione con i colpi sparati in aria quando i parrocchiani sono scesi in piazza a difesa della radio; e perfino le immagini della polizia che si portava via i giovani dei gruppi cattolici. «Non permettete al male di trionfare», è stato l’appello disperato della ragazza che ha parlato durante la diretta.

Il 3 agosto la Conferenza episcopale del Nicaragua ha ricordato su Facebook che il regime ha censurato anche le emittenti cattoliche San José e Tv Merced, della diocesi di Matagalpa, e il canale 51, di proprietà dell'episcopato. Così, ogni giorno, i social sono testimoni degli sforzi comunicativi di una Chiesa che grida al cielo. E, nonostante la sua prigionia, il vescovo Rolando José Álvarez Lagos è rimasto attivo sulle reti, pur continuando nella preghiera e nell'adorazione, «per i nostri sacerdoti e per il nostro amato Nicaragua».

Anche il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ha espresso la sua vicinanza e solidarietà a tutto il popolo di Dio del Nicaragua, di fronte alle dure vessazioni da parte delle autorità governative. «Gli ultimi avvenimenti, come l'assedio di sacerdoti e vescovi, l'espulsione di membri delle comunità religiose, la profanazione dei templi e la chiusura delle stazioni radio, ci hanno ferito profondamente. Esprimiamo loro la nostra solidarietà e vicinanza», si legge nel comunicato del 5 agosto, firmato da mons. Miguel Cabrejos Vidarte e da mons. Jorge Eduardo Lozano, rispettivamente presidente e segretario generale. Per questo «accompagniamo i nostri fratelli che, attraverso strade diverse, cercano di essere la voce di coloro che non hanno voce, per costruire un dialogo capace di tracciare un cammino di unità e di pace». «Vogliamo ricordare la Parola di Dio che in mezzo alle difficoltà ci dice: Non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il SIGNORE, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai (Gs 1, 9)», hanno scritto.

Nel frattempo, la Polizia Nazionale intensifica ancora di più la persecuzione. Secondo il regime, la preghiera quotidiana di mons. Rolando José Álvarez Lagos sui social è un «tentativo» di «organizzare gruppi violenti, incitandoli a compiere atti di odio contro la popolazione, provocando un clima di ansia e disordine, alterando la pace e l'armonia della comunità, con lo scopo di destabilizzare lo stato del Nicaragua e aggredire le autorità costituzionali», si legge nel comunicato del 5 agosto, attraverso il quale hanno informato di aver aperto un'indagine contro le alte autorità della Chiesa cattolica del Nicaragua.

«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26), ha risposto l’episcopato del Nicaragua attraverso un comunicato, ribadendo la propria solidarietà a monsignor Rolando Álvarez.