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Corpus Domini a porte chiuse, la diocesi si contraddice sulla processione

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La processione del Corpus Domini a Milano si farà al chiuso, ma la Diocesi aveva espressamente vietato ai parroci di svolgerle in chiesa perché “pseudo processioni”. La risposta della curia alla Bussola non chiarisce. 

Ecclesia 30_05_2026

Non deve essere stata una grande idea quella della Diocesi di Milano di non svolgere la processione del Corpus Domini in Duomo anziché per le vie cittadine come si è sempre fatto. Come abbiamo scritto sulla Bussola non più tardi di due giorni fa, la tradizionale processione non si farà sulla pubblica via, ma a causa di traffico e overtourism, si è deciso di ripiegare tra le quattro mura del Duomo.

Una decisione incomprensibile, che fa pensare piuttosto ad un disinteresse verso una forma di devozione che affonda le sue ragioni nei secoli scorsi e che evidentemente per le gerarchie che guidano la Diocesi più grande d’Europa, suscita solo moti di fastidio.

Eppure, c’è qualcosa che stona vieppiù dopo aver letto ciò che la diocesi ambrosiana scrive nella guida liturgica della diocesi di quest’anno. Proprio il 4 giugno, giovedì in cui è calendarizzata la solennità del Corpus Domini, la Diocesi invitava i parroci a svolgere le processioni lungo le vie cittadine previste per domenica 7 giugno. Un invito caloroso dato che nel testo proposto ai sacerdoti viene scritto che le processioni potranno avere luogo “lodevolmente” secondo le regole.

Ma in coda al breve trafiletto, la Diocesi scriveva: “Rimane però esclusa la pseudo processione fatta all’interno della chiesa”. E per rafforzare la prescrizione negativa, la curia ambrosiana citava il documento Comunione e culto eucaristico fuori della Messa ai paragrafi 134 e 136.

Del resto, la prescrizione aveva e ha un senso: la processione viene fatta esclusivamente per portare alle case Gesù nel Santissimo Sacramento. È un atto di culto pubblico, che nel pubblico trova la sua ragione d’essere. Cosa che non può essere – e non potrà mai essere neppure se la location fosse il Duomo cittadino – per una processione che viene svolta nel chiuso di quattro mura. Insomma, perderebbe proprio il senso che le processioni hanno.

Invece per la processione del vescovo addirittura si opta per la formula indoor e senza che ce ne siano ragioni gravi, che possano giustificarne la scelta. Il traffico, infatti, non può essere una scusa valida, dato che la legge consente da sempre lo svolgimento delle processioni. E non può essere neppure l’overtourism, inglesismo che dovrebbe significare un eccesso di presenze turistiche tale per cui Milano sia letteralmente invasa da un surplus di visitatori. Tanto più che proprio la presenza di turisti, molti dei quali neppure cattolici, dovrebbe indurre la diocesi a promuovere queste forme di devozione visto che anche questa è una forma di evangelizzazione.

Quella della Diocesi di Milano è una forma di “schizofrenia” liturgica davvero inspiegabile. In buona sostanza, la diocesi proibisce ai parroci di svolgere quelle che non esita a chiamare “pseudo processioni” dentro le chiese, giustamente non riconoscendo valore alcuno a queste forme di para liturgia. Ma per la Chiesa madre e per il vescovo si concede una deroga al precetto. Davvero non si comprende la ratio di questa decisione, che la stessa diocesi aveva proibito per tutto il clero.

Come si giustifica una contraddizione del genere? La Bussola lo ha chiesto direttamente alla curia e il portavoce ci ha risposto a nome di monsignor Azzimonti, il moderator curiae della diocesi.

«Lo svolgimento della processione resta consigliato, e così infatti avverrà quest’anno in moltissime parrocchie ambrosiane – ci spiega -. Ma nella stessa Guida liturgica si suggerisce anche che la processione si conservi “là dove le circostanze attuali lo permettono e la processione può essere davvero un segno della fede e dell’adorazione del popolo”. La decisione relativa alla celebrazione diocesana di quest’anno a Milano è legata proprio a questo aspetto e nasce dalle esperienze degli ultimi anni, alcune delle quali citate anche nel vostro articolo».

Per poi aggiungere: «Chi ha vissuto negli anni scorsi la processione del Corpus Domini al giovedì sera a Milano purtroppo non ha fatto questa esperienza di gioiosa testimonianza, personale e pubblica, e ha avuto piuttosto la sensazione che il significato profondo della celebrazione venisse tradito».

Fin qui la diocesi, che però non spiega la contraddizione: per quale motivo viene esclusa per tutti la processione al chiuso, salvo che per la funzione con il vescovo? Anche in altre città della diocesi potrebbero non esserci le condizioni per svolgerla, eppure i parroci non sarebbero comunque autorizzati a svolgerla al chiuso. 

E anche in altre parrocchie, quasi tutte, la processione si svolge ormai nel disinteresse dei frequentatori della strada. Lontani i tempi in cui le saracinesche dei negozi venivano abbassate in segno di rispetto. Oggi - e chi è solito svolgere processioni lo sa bene - questi cortei sacri si svolgono nel disinteresse quasi totale della gente che sta attorno, impegnata in aperitivi e in altre faccende. Ma questo non è un buon motivo per rinunciare a portare il re dei re in giro per la città. Anzi, proprio laddove il disinteresse si fa marcato è quella l'occasione per attirare l'attenzione di chi ormai ragiona da pagano. 

L’impressione è che qualcuno in curia, piuttosto allergico ad una forma di devozione popolare che ha alimentato la fede nei secoli di milioni di fedeli, non abbia considerato che questa decisione avrebbe cozzato con l’input dato a tutti i preti. Una figuraccia che rischia di far apparire la Diocesi come incoerente e incurante di una forma di devozione popolare che ha alimentato e alimenta la fede nei secoli. E che la stessa Milano non esita a promuovere, salvo nasconderla per interessi che nulla hanno a che fare con la pastorale.



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