Ceuta, c'è chi sfrutta il desiderio di «un futuro migliore»
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Sui media impazzano ipotesi sul "mandante" dell'assalto all'enclave spagnola in Marocco, ma sarebbe più corretto chiedersi chi sta sfruttando ragazzi che pensano di trovare l'Eldorado partendo senza documenti e senza prospettive concrete per un Paese straniero nel quale dovrebbero chiedere asilo.
Continuano a essere confuse e contraddittorie le notizie che arrivano da Ceuta, l’enclave spagnola in Africa affacciata sul Mediterraneo e confinante con il Marocco, invasa nei giorni scorsi da decine di migliaia di ragazzi nordafricani in gran parte marocchini. Il governo spagnolo il 31 luglio ha dichiarato che la maggior parte degli oltre 50 mila ragazzi che sono entrati a Ceuta via mare e via terra hanno già fatto volontariamente ritorno a casa. In tutto sarebbero 48.300 ad aver lasciato Ceuta. Ne resterebbero quindi poche centinaia, a meno che non abbia ragione il sindaco presidente di Ceuta, Juan Jesus Vivas, secondo cui gli arrivi sono stati 60.000. Se avesse ragione, allora sarebbero più di diecimila le persone rimaste nell’enclave e questo determinerebbe una situazione critica, al limite del sostenibile, dal momento che Ceuta ha meno di 90 mila abitanti e, già prima, le sue strutture di accoglienza si stavano occupando di un afflusso considerevole di emigranti irregolari: quasi tremila dall’inizio del 2026.
Quale che sia la situazione reale, a proposito di quanto sta succedendo a Ceuta quel che sembra suscitare maggiore interesse sono i “mandanti”. Dando per certo che l’“attacco”, come lo ha definito il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, sia stato organizzato dal Marocco, mass media e talk show si domandano perché lo abbia fatto, se altri si siano uniti a re Mohammed VI e per che cosa si sia voluto “punire” la Spagna. Entrambi i Paesi peraltro continuano a dire di essere in ottimi rapporti e di agire di comune accordo in questo come in altri frangenti.
Ma il fenomeno da capire, la domanda a cui trovare risposta è un’altra: che cosa, alla notizia ampiamente diffusa grazie alle reti social che per una serie di motivi quello era il momento buono per farlo, può aver spinto 50-60 mila ragazzi quasi di punto in bianco a lasciare il loro Paese, e nel modo in cui lo hanno fatto: filmati e immagini mostrano ragazzi senza niente salvo gli abiti che avevano addosso, neanche una sacca, uno zainetto.
Chi ha messo loro in testa, così come alle centinaia di migliaia di giovani che prima di loro negli ultimi dieci anni hanno raggiunto l’Europa senza documenti, che lì avrebbero trovato, come dicono di volere, un futuro migliore? Ma soprattutto, che cosa intendono quei ragazzi per «un futuro migliore»? «Emigrare vuol dire migliorare le nostre vite, abbiamo deciso di provare e di affidarci ad Allah», ha detto a un giornalista della Reuters Ayoub El Abyad, un ragazzo marocchino di 16 anni. Lui e suo cugino hanno visto su Instagram i loro coetanei che riuscivano ad attraversare il confine con Ceuta e hanno deciso di provarci anche loro. Hanno fatto l’autostop fino alla frontiera, ma poi li hanno fermati.
Gli esperti in questi giorni spiegano che la vita in Marocco è difficile, in particolare per i giovani. Secondo dati ufficiali, un quarto dei ragazzi marocchini di età compresa tra 15 e 24 anni non vanno a scuola, non lavorano e non seguono corsi di formazione professionale. Si ricordano le proteste della Generazione Z lo scorso autunno, un movimento chiamato GenZ 212 (dal prefisso telefonico del Marocco) nato a settembre su iniziativa di alcune centinaia di ragazzi che in poche settimane ha visto l’adesione alla sua rete social di 250.000 giovani. I manifestanti chiedevano migliori servizi sanitari e scolastici, investimenti nel trasporto pubblico, creazione di posti di lavoro. Esortavano a evitare ogni forma di violenza, ma come sempre succede in questi casi ne approfittarono altri giovani per compiere rapine e atti vandalici. Ci furono dei morti. Tuttavia le proteste hanno ottenuto dei risultati. Il governo marocchino si è impegnato in riforme e investimenti volti soprattutto a migliorare la condizione e le opportunità delle nuove generazioni.
Il punto è che di fronte a oggettivi, seri problemi sociali ed economici quei giovani, e milioni di altri in tutto il continente africano, non si rassegnano. Inoltre non si lasciano confondere dalla propaganda di molti politici che cercano di far ricadere la colpa di quei problemi su fattori esterni – sfruttamento, pressioni e ricatti da parte di potenze straniere – e denunciano la corruzione e il malgoverno. Vogliono governance, giustizia, che il loro diventi un Paese migliore e credono che possa succedere. È una ipotesi da verificare, ma probabilmente non ci sono esponenti della GenZ 212 tra i 50-60 mila ragazzi arrivati nei giorni scorsi a Ceuta.
«Sono venuta qui in cerca di un futuro migliore – ha detto a un giornalista Dounia Kherradi, una cameriera, una delle poche donne arrivate a Ceuta –, il mio stipendio non basta per mantenere i miei genitori e ho una figlia... che Dio ci aiuti». «Siamo venuti per migliorare, non per farci ingannare – ha spiegato Brahim, un panettiere di Fez che ha lasciato il lavoro e ha attraversato il confine dopo aver visto video di migliaia di persone che facevano lo stesso –, pensavo di costruirmi un futuro migliore lì. Ma a Ceuta sono rimasto sorpreso. Come è possibile che un panino al tonno costi 100 dirham (10,75 dollari)?».
L’inspiegabile è che Dounia e Braim possano pensare di migliorare la loro vita recandosi senza documenti e senza prospettive concrete in un Paese straniero nel quale per non essere respinti devono chiedere asilo. Parlano francese, forse speravano di poter arrivare in Francia, forse conoscono dei marocchini che già vivono in Francia e speravano nel loro aiuto. Forse proprio loro hanno contribuito a far pensare a Dounia e a Braim che basti arrivare in Europa e poi tutto andrà bene: loro e i trafficanti che guadagnano miliardi portandoli a destinazione e che hanno tutto l’interesse a dipingere l’Europa come l’Eldorado, come chiamava l’Europa nel 2014 il governo del Mali - prima del golpe che ha portato al potere i militari - quando cercava di far capire alle famiglie, ai giovani che emigrare illegalmente è la peggiore delle scelte e aveva fatto affiggere manifesti per le vie delle principali città su cui era scritto “Il mio Eldorado è il Mali. Stop all’emigrazione irregolare”.
I ragazzi che sono tornati in Marocco spontaneamente dicono di averlo fatto perché avevano fame, erano stanchi e poi perché gli abitanti di Ceuta si sono dimostrati ostili, cosa che non si erano aspettati. Hanno chiuso i negozi, dicono, costringendoli a cercare acqua e cibo con i vestiti tutti bagnati.
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