Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Aspreno di Napoli a cura di Ermes Dovico
La parabola

I Cinque Stelle, da forza anti-casta alla fissa per le poltrone

Ascolta la versione audio dell'articolo

Grillo ha accusato il Movimento da lui fondato di aver smarrito la sua identità. Non è un semplice scontro con Conte, ma la fotografia di una forza politica che ha archiviato molti dei temi che ne avevano decretato il successo elettorale.

Politica 03_08_2026
Giuseppe Conte ospite a Cinque minuti nel 2024 (LaPresse)

«Dovevamo cambiare la politica, invece è stata la politica a cambiare noi». Più che un semplice sfogo, quello pronunciato da Beppe Grillo contro Giuseppe Conte e l'attuale classe dirigente del Movimento 5 Stelle suona come un atto d'accusa nei confronti della creatura politica da lui stesso fondata. Il garante ormai estromesso dai nuovi equilibri interni ha parlato di un Movimento che avrebbe smarrito la sua identità, sostituendo l'ascolto dei cittadini con quello dei sondaggi e l'ambizione di trasformare le istituzioni con la ricerca delle poltrone. Parole durissime, alle quali Conte ha replicato rivendicando le battaglie politiche condotte dal M5S e ricordando le stesse oscillazioni di Grillo negli ultimi anni.

Lo scontro, tuttavia, va ben oltre il tradizionale regolamento di conti tra fondatore e successore. Rappresenta infatti la fotografia di un Movimento che, a distanza di oltre quindici anni dalla nascita, sembra aver progressivamente archiviato molti dei principi che ne avevano decretato il successo elettorale. L'identità originaria del grillismo si fondava su alcuni pilastri molto netti: il rifiuto della politica professionale, la rotazione degli incarichi, il limite rigoroso dei due mandati, l'avversione verso le correnti interne e la convinzione che il cittadino prestato temporaneamente alle istituzioni fosse preferibile al politico di mestiere. Erano gli anni del motto "uno vale uno", dei "cittadini in Parlamento" e dell'idea che la permanenza troppo lunga nelle istituzioni producesse inevitabilmente privilegi, compromessi e distacco dalla realtà.

Oggi, però, il quadro appare profondamente diverso. Il Movimento è diventato un partito strutturato, con una leadership consolidata, organismi interni e una rete di dirigenti che vivono ormai stabilmente la dimensione politica. Un'evoluzione forse fisiologica per qualsiasi forza di governo, ma che inevitabilmente entra in tensione con i proclami delle origini.

Il caso più evidente riguarda proprio il principio dei due mandati, per anni elevato a simbolo della diversità grillina. Quella regola doveva impedire la nascita di una classe politica permanente. Invece, con il passare del tempo, si sono moltiplicate le richieste di deroghe, eccezioni, interpretazioni e percorsi alternativi per consentire il ritorno sulla scena di dirigenti che avevano formalmente concluso il proprio percorso istituzionale. L'elenco è lungo e comprende figure di primo piano della stagione d'oro pentastellata. Virginia Raggi, dopo l'esperienza da sindaca di Roma conclusa con una pesante sconfitta elettorale, ambisce a rientrare nel giro. Danilo Toninelli, già ministro delle Infrastrutture e volto simbolo dei governi gialloverde e giallorosso, rimane in attesa. Vincenzo Spadafora, dopo essere uscito dal Parlamento, continua a muoversi nell'area politica pentastellata attraverso iniziative associative e reti di relazione. Attorno all'universo grillino ruotano inoltre comitati, associazioni, fondazioni e gruppi di elaborazione politica che contribuiscono a mantenere sulla scena dirigenti che, secondo l'impostazione originaria, avrebbero dovuto lasciare spazio a una nuova generazione di cittadini. Alcuni sono rimasti negli organi del Movimento, altri cercano nuove forme di protagonismo, ma il risultato è comunque lontano dall'idea di una politica come esperienza temporanea.

Non è soltanto una questione di nomi. È cambiata anche la cultura politica del Movimento. Le correnti, un tempo considerate la degenerazione dei partiti tradizionali, oggi esistono di fatto anche nel M5S. C'è l'area più strettamente contiana, quella dei fedelissimi del fondatore, gli ex amministratori locali, i parlamentari di lungo corso, gli esponenti più vicini alla sinistra e quelli più attenti ai temi identitari. Magari nessuno le chiama ufficialmente correnti, ma gli schieramenti interni sono ormai una realtà consolidata.

Anche il rapporto con il potere istituzionale si è profondamente trasformato. Il Movimento nato per aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno» è diventato forza di governo con la Lega, poi con il Partito Democratico, quindi protagonista della maggioranza Draghi prima della rottura finale. Una lunga stagione di governo che ha inevitabilmente imposto compromessi e mediazioni, ma che ha anche alimentato l'accusa, formulata oggi dallo stesso Grillo, di essersi adattato alle logiche della politica tradizionale. Bisognerebbe dunque chiedersi quanto resta del Movimento nato nelle piazze e nei V-Day. La risposta probabilmente sta proprio nella trasformazione vissuta dal M5S. Da forza antisistema è diventato uno dei protagonisti del sistema politico italiano. Da movimento liquido è diventato partito organizzato. Da comunità di cittadini temporaneamente prestati alla politica si è progressivamente dotato di una classe dirigente stabile, composta da professionisti della politica come avviene in tutte le altre forze parlamentari.

Forse è un'evoluzione inevitabile. Ma è anche la più evidente delle contraddizioni rispetto alla promessa originaria. Perché il Movimento che denunciava “la casta”, i politici di professione e le carriere costruite nei palazzi, oggi si trova a fare i conti con dirigenti che, in mancanza di altre opportunità occupazionali concrete, cercano nuovi spazi politici anche dopo la conclusione dei mandati, con gruppi organizzati che assomigliano sempre più alle vecchie correnti e con un dibattito interno che ruota, come accade in tutti i partiti, attorno alla leadership e agli equilibri di potere. È proprio questa distanza tra il racconto delle origini e la realtà del presente che rende le accuse di Grillo così politicamente significative: non perché provengano da un osservatore esterno, ma perché arrivano dal fondatore che oggi rimprovera al suo Movimento di essere diventato ciò contro cui era nato.