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AMNESTY INTERNATIONAL

Come il regime di Pechino terrorizza gli studenti cinesi all'estero

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Nel nuovo rapporto di Amnesty International, tutti i modi con cui il Partito Comunista Cinese segue, spia, perseguita e reprime gli studenti all'estero. Un totalitarismo transnazionale, anche in casa nostra. 

Esteri 22_05_2024 English
"Lunga vita al Partito Comunista Cinese" (La Presse)

Il 13 maggio, l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha pubblicato un rapporto completo, intitolato Nel mio campus, ho paura, che documenta quella che, secondo il rapporto, è l’analisi più approfondita finora condotta sulla sorveglianza transnazionale del Partito Comunista Cinese (PCC) nei confronti degli studenti cinesi all’estero. In particolare, il rapporto ha definito il fenomeno della sorveglianza, delle molestie e della polizia del PCC come metodi della repressione transnazionale: “azioni governative per mettere a tacere, controllare o scoraggiare il dissenso e le critiche dei cittadini all'estero, in violazione dei loro diritti umani”.

Gli studenti intervistati nel rapporto hanno espresso il timore di essere sorvegliati dal governo comunista cinese o da suoi agenti. Il rapporto indica che i funzionari di sicurezza del PCC hanno molestato e intimidito le famiglie degli studenti cinesi all’estero ritenuti dissidenti in patria. Inoltre, la “sorveglianza statale delle attività degli studenti all’estero e la censura online” sono stati altri esempi degli sforzi del PCC per “limitare la libertà accademica e altri diritti” degli studenti cinesi all’estero, inducendoli a vivere e studiare “in un clima di paura”, con il timore di essere “presi di mira dalle leggi e dai regolamenti della Cina e di Hong Kong in materia di sicurezza nazionale e di intelligence”.

Una studentessa, che nel rapporto viene chiamata col nome fittizio di “Rowan”, ha descritto come i funzionari di sicurezza del PCC in Cina abbiano contattato suo padre poche ore dopo la sua partecipazione a una commemorazione del massacro di Piazza Tienanmen del 1989. Questi funzionari della sicurezza hanno dato istruzioni al padre di Rowan di «educare la figlia che studia all’estero a non partecipare a eventi che potrebbero danneggiare la reputazione della Cina nel mondo». In risposta, Rowan ha espresso sconcerto per la rapidità e la capacità del regime del PCC di identificarla e di riferire i suoi spostamenti ai funzionari in Cina, dato che non aveva rivelato la sua vera identità alla commemorazione, né aveva pubblicato online le sue attività.

Più di un anno dopo, dopo aver partecipato a una veglia nei pressi di una missione diplomatica cinese nella sua città, il padre di Rowan è stato informato delle sue “attività” all’estero. Contattata da Amnesty International, Rowan ha dichiarato che il messaggio che le autorità del PCC volevano dare era chiaro: «Sei sotto osservazione e anche se siamo dall’altra parte del pianeta, possiamo comunque raggiungerti».

Il caso di Rowan non è isolato. Altri studenti cinesi all’estero intervistati da Amnesty International hanno ammesso di «essersi autocensurati in qualche misura nella loro espressione, sia online che offline, e nelle loro attività - in alcuni casi in modo estensivo - temendo ripercussioni da parte delle autorità cinesi».

Ad esempio, “Charlotte” (pseudonimo utilizzato nel rapporto di Amnesty International) ha ammesso che, per paura di essere perseguitata dal regime del PCC, ha dovuto evitare di seguire alcune lezioni politicamente sensibili a scuola: «Ho fatto del mio meglio per evitare di seguire lezioni di politica, dove so che ci saranno altri studenti cinesi, perché so che probabilmente non sarei in grado di controllarmi e probabilmente direi qualcosa che mi metterebbe nei guai».

Allo stesso modo, gli studenti intervistati hanno dichiarato che il timore di subire molestie li ha indotti a modificare i loro interessi accademici. Studenti come “Logan” (altro pseudonimo), che avrebbero potuto pubblicare i loro lavori accademici relativi ai diritti umani o alla politica, hanno scelto di non farlo per paura di rappresaglie: «Se non avessi questo tipo di preoccupazioni, vorrei davvero pubblicare la mia tesi, in modo che gli altri siano consapevoli di questi problemi. Ma sono preoccupato, quindi ho scelto di non farlo».

Anche “Alexandra”, una studentessa cinese in Nord America, ha descritto come le sue preoccupazioni di essere pubblicamente identificata dal PCC le abbiano impedito di approfondire determinati argomenti di studio. «Ci sono stati momenti in cui volevo fare determinate ricerche, ma sentivo di non poterle fare, ad esempio la ricerca sui social media e l’impatto della censura. Se scrivo una tesi di laurea, devo poi tenere una discussione pubblica e non posso farlo... sono cose che vorrei fare, ma non posso. Se voglio fare ricerca [con la mia università], per richiedere una borsa di studio, dovrei poi fare presentazioni in pubblico».

I timori di Alexandra non erano infondati: altri studenti contattati da Amnesty International hanno notato persone sconosciute che scattavano fotografie ai partecipanti o ai presentatori degli eventi, nel tentativo evidente di sorvegliarli. Nel rapporto leggiamo: «Uno studente che ha partecipato a un seminario universitario nel 2019, sul movimento contro la legge sull'estradizione di Hong Kong, ha riferito che alcuni individui, che pensava potessero essere studenti cinesi, si sono presentati e hanno iniziato a fotografarlo».

Sorprendentemente, secondo il rapporto, quasi un terzo degli intervistati ha affermato che i funzionari del PCC hanno intimidito le loro famiglie per le loro critiche al governo cinese, con minacce di revocare i loro passaporti o di rovinare le loro opportunità di lavoro. Almeno tre studenti hanno spiegato come la polizia del PCC abbia costretto le loro famiglie a non sostenerli economicamente. Ad esempio, leggiamo: «Gli studenti uiguri negli Stati Uniti, i cui genitori sono stati detenuti nei campi, come parte della campagna del governo cinese di detenzione arbitraria di massa, rivolta alle minoranze musulmane nello Xinjiang, sono stati privati del sostegno finanziario dei loro genitori. Hanno faticato a pagare le tasse universitarie e a mantenersi da soli, secondo gli episodi registrati dall’Uyghur Human Rights Project che risalgono al 2017».

Inoltre, il rapporto rivela come gli studenti cinesi all’estero si siano sentiti socialmente isolati dai loro coetanei nei Paesi ospitanti, non potendo esprimere liberamente le proprie opinioni e “sentendosi tagliati fuori” dalla famiglia e dagli amici in Cina. Un’altra studentessa di Hong Kong, citata con lo pseudonimo di “Hannah”, ha ammesso: «Anche in questo Paese non mi sento a mio agio. Mi sento come se fossi in mezzo a un guado. Non ho la rete di sostegno sociale che avevo a Hong Kong. Nessuno può capire la mia paura, come a Hong Kong. Quando sono arrivata [all’estero] all’inizio è stato molto difficile, mi sentivo molto sola... Come migrante, non mi sento sostenuta».

È allarmante che gli studenti intervistati da Amnesty International abbiano dichiarato di essere preoccupati, non solo di essere identificati per “attività anticomuniste” da funzionari del governo cinese o da loro agenti, ma anche dai loro compagni cinesi che studiano all’estero con loro.

Un intervistato ha raccontato come alcune persone delle associazioni di studenti e studiosi cinesi all’estero (CSSA) abbiano «postato in una chat di gruppo WeChat studentesca un messaggio in cui si incitava a “dare la caccia” agli studenti cinesi all’estero che avevano affisso manifesti critici nei confronti della situazione dei diritti umani in Cina, perché “l’ambasciata vuole davvero sapere [chi affigge i manifesti, ndr]”».

Secondo il rapporto, uno studente filo-regime ha persino chiesto a un tutor universitario di rivelare i nomi di altri studenti che «hanno sollevato in classe questioni relative ai diritti umani in Cina, come il trattamento delle minoranze etniche e religiose nello Xinjiang». Fortunatamente per questi studenti, il tutor si è rifiutato di fare i nomi, per rispetto della privacy.

Inoltre, il rapporto sostiene che il PCC si è affidato alle app cinesi approvate dallo Stato, come WeChat, per monitorare e censurare online gli studenti cinesi all’estero che usano queste app per comunicare con la famiglia e gli amici in Cina. Oltre la metà degli studenti intervistati da Amnesty International ha dovuto costantemente autocensurare le proprie conversazioni e i propri post sulle piattaforme digitali per evitare la sorveglianza e il monitoraggio del PCC.  Il rapporto cita esempi di come la “lunga mano” della sorveglianza del PCC agisca, compreso il caso esemplare di come la polizia comunista abbia mostrato ai genitori di uno studente le trascrizioni delle sue conversazioni online su WeChat con loro e altri famigliari.

Il rapporto raccomanda alle scuole che ospitano studenti cinesi di attuare «politiche e codici di condotta relativi alla repressione transnazionale», di istituire un meccanismo di segnalazione confidenziale, di garantire che gli studenti «siano sufficientemente informati sulle politiche che vietano le minacce nei confronti di altri studenti o del personale» e di garantire la disponibilità di assistenza tecnica per gli studenti che pensano di poter diventare bersaglio della sorveglianza del PCC, come ad esempio «fornire VPN gratuite».

Per quanto riguarda i risultati del rapporto, Sacha Deshmukh, direttore generale di Amnesty International del Regno Unito, ha dichiarato che è «estremamente preoccupante che la lunga mano del governo cinese stia raggiungendo i campus qui e interferendo con i diritti degli studenti di studiare, discutere, protestare e parlare liberamente. A tanto arriva lo Stato cinese che terrorizza gli studenti all’estero».

Deshmukh afferma che è “ovvio” che il regime del PCC stia cercando di «esportare il clima di terrore che imbavaglia le persone in Cina e a Hong Kong, infondendo negli studenti la paura di come possano essere percepiti e il sospetto per i loro compagni».