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Ci mancava il cappellano ateo (difeso da cattolici)

Greg Epstein è il nuovo presidente dei cappellani dell’Università di Harvard. Segni particolari: ateo e autore di testi di impronta laicista. Ma l’Harvard Catholic Center e un’altra organizzazione cristiana ne difendono la nomina, relegandola a fatto marginale. Un punto di vista assurdo che si spiega con la sottomissione alla cultura dominante.

Un giovane studente cristiano potrebbe mai affidare la sua guida spirituale ad un ateo? A prima vista paradossale, anzi certamente paradossale, il dilemma non è però astratto. Tutt’altro: risulta molto concreto dato che poggia già su un clamoroso precedente. Risale infatti ad alcuni giorni fa la notizia della nomina, nel prestigioso ateneo di Harvard, di un nuovo presidente della cappellania universitaria, che è tale Greg Epstein. Un nome che, in fondo, avrebbe relativa importanza se non si trattasse di un ateo. Proprio così: alla guida dei cappellani di una delle più celebri università del pianeta è stato scelto un signore che con la religione ha ben poco a che vedere.

Non solo: Epstein è pure autore di testi di chiara impronta laicista, come Good Without God: What a Billion Nonreligious People Do Believe (William Morrow & Co., 2010). Per rendere l’idea dell’originalità di tale nomina, è un po’ come se in Italia il matematico Piergiorgio Odifreddi fosse chiamato a guidare la cappellania di un ateneo: un assurdo. Tanto più, per tornare a noi, che Harvard è un’università originariamente fondata con la missione di formare i sacerdoti al fine di servire i primi coloni puritani del New England. Insomma, siamo davvero oltre i confini normalmente conosciuti del paradosso; e infatti la notizia, nel mondo statunitense, ha sollevato un polverone, con tanti che si sono interrogati sull’adeguatezza e sull’opportunità di una simile scelta.

Il punto però - e qui emerge un secondo aspetto sconvolgente di questo caso - è che a prendere le difese della nomina di Epstein non è stato qualche intellettuale ateo, come magari ci si sarebbe potuti aspettare. No, in prima fila a difendere il capo cappellano ateo vi sono, paradosso nel paradosso, i cristiani. Ben due organizzazioni legate all’ateneo in questione - l’Harvard Catholic Center e l’Harvard Christian Alumni Society - si sono difatti schierate a difesa della contestata nomina, spiegando come essa sia più che altro amministrativa e organizzativa, e non abbia nulla di religioso. «Non c'è davvero alcuna influenza in quel ruolo, se non il fatto che consiste nel titolo di capo dei cappellani di Harvard e che funge dal collegamento tra quel gruppo e il presidente di Harvard», ha dichiarato Nico Quesada, portavoce dell'Harvard Catholic Center. Analogamente, dall'Harvard Christian Alumni Society fanno sapere che «c’è poca gloria» nel ruolo affidato ad Epstein, che consiste perlopiù «in un servizio» e che dura uno o al massimo due anni «a titolo di cortesia». Ora, con tutto il rispetto per queste organizzazioni e per i loro punti di vista, è difficile considerare la nomina in questione come un fatto marginale.

Tanto per cominciare perché, a sollevare il caso, non è stato qualche autore conservatore in vena di polemiche, dal momento che a scriverne sono soprattutto state, per limitarsi a due nomi, prima Emma Goldberg sulle colonne del New York Times e, poco dopo, Maya Yang su quelle del Guardian: possibile che due dei più celebri quotidiani del pianeta rilancino una notizia che non c’è? Difficile. Anche perché l’Harvard Catholic Center e l’Harvard Christian Alumni Society saranno due ottime realtà, ma non risulta curino giornali all’altezza di quelli poc’anzi citati.

In secondo luogo, colpisce che, anziché optare almeno il silenzio, due realtà di ispirazione cristiana si siano attivate per suffragare una scelta che meraviglia le stesse testate giornaliste che, come prova il New York Times, sono spesso pure laiciste. Ciò che ne segue è un’amara sensazione: quella che, per la verità ormai da tempo, certi ambienti cattolici preferiscano strizzare l’occhio alla cultura dominante prima - e più - che alla propria. Come se ci fosse qualcosa di superiore o comunque più affascinante nella lontananza dalla fede; con tanti saluti, va da sé, ad ogni proposito di conversione verso chi è spiritualmente lontano.

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