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GIUSTIZIA SPETTACOLO

Caos giustizia, il Gip sconfessa il Pm sulla mafia di Milano

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Il 26 settembre, un'operazione antimafia a Milano ha smantellato un'associazione criminale composta da tutte e tre le mafie italiane. Il Pm ha chiesto il carcere per 87 persone coinvolte. Ma il Gip ha ridotto questo numero a 11. Bufera mediatica sul giudice. 

Politica 28_10_2023
Il Pm Alessandra Cerreti

Il cortocircuito tra giustizia e informazione si esprime in tanti modi, ma soprattutto nell’attitudine di taluni Pubblici ministeri a spettacolarizzare alcune inchieste per conquistare i riflettori mediatici e accreditarsi quali paladini della legalità. Da Tangentopoli in poi di abusi del genere ce ne sono stati tanti e a farne le spese sono stati migliaia di imputati finiti nel tritacarne mediatico per accuse infamanti che in alcuni casi si sono poi dissolte come neve al sole, producendo drammi personali e famigliari.

È presto per dire se la contrapposizione a Milano tra Gip e Pm a proposito dell’ultima inchiesta di mafia si possa ricondurre a quello schema: il Pm che cerca visibilità e il Gip che smonta le sue accuse perché fondate su un materiale probatorio scarso ed equivoco. Fatto sta che al Palazzo di Giustizia di Milano si respira un’aria molto tesa, figlia di un profondo disaccordo tra il Pubblico ministero, Alessandra Cerreti, e il Giudice per le indagini preliminari, Tommaso Perna.

Per comprendere le vere ragioni di tale scontro è necessario fare un salto indietro di circa un mese. Il 26 settembre, la DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Milano ha smantellato un'associazione criminale composta da esponenti delle tre mafie italiane (Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra). L’operazione rappresenta il risultato di due anni di indagini, ha impegnato ben 600 carabinieri e ha comportato il sequestro preventivo di beni appartenenti agli indagati per un valore complessivo corrispondente ad oltre 225 milioni di euro.

Nell’ambito di questa maxi inchiesta, soprannominata “Hydra”, la Procura di Milano aveva chiesto 153 misure cautelari, di cui 87 in carcere, 33 ai domiciliari e i rimanenti con obbligo di firma. La richiesta veniva giustificata dai Pm sostenendo che il gruppo criminale al centro dell'inchiesta fosse un'associazione mafiosa, attiva in buona parte della Lombardia, e impegnata in una serie di attività criminose quali traffico di droga, estorsioni e usura.

Un’improvvisa svolta è giunta nei giorni scorsi, quando il Gip, Tommaso Perna, ha rigettato la maggior parte delle richieste di misura cautelare avanzate dai Pm, prevedendo il carcere solo per 11 indagati, un numero irrisorio. Secondo il Gip l’esistenza di questa rete mafiosa, operativa nella Lombardia e fortemente consolidata, non era dimostrata da un numero sufficiente di prove. In particolare, il punto centrale della replica di Perna è che le evidenze presentate non dimostrano che il gruppo fosse caratterizzato da un’elevata organizzazione, da una struttura gerarchica e da una capacità di infiltrazione nelle istituzioni. In altri termini, i Pm non hanno dimostrato questa capacità di influenza sul territorio che connota tipicamente l’attività mafiosa e, dal punto di vista del Gip, gli indagati si riunivano più per conoscenze personali che per interessi comuni in determinati affari.

La Pm Alessandra Cerreti ha depositato un ricorso di migliaia di pagine presso il Tribunale del Riesame. Cerreti accusa Perna di non aver prestato abbastanza attenzione alle prove presentate, sufficientemente diversificate ed eterogenee, e di non aver compreso che, nel nord Italia, l’influenza mafiosa non passa attraverso la violenza quotidiana, ma attraverso i legami con il mondo imprenditoriale e politico. Infine, la Pm ha precisato di non aver mai dichiarato che il gruppo fosse una “super mafia” organizzata verticalmente, ma diverse organizzazioni mafiose strutturate orizzontalmente.

Al momento, la vicenda non si è ancora risolta, e sembra ben lontana dal concludersi. Da un lato, Perna è finito al centro di un polverone mediatico. Stampa e magistrati si sono opposti in massa alla decisione del giudice, sostenendo la posizione di Cerreti. Dall’altro lato, il Presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, ha preso, con un comunicato stampa, le difese di Perna: “Il controllo del Gip, lungi dal dover essere classificato come una patologia, evidenzia il fondamentale principio dell'autonomia della valutazione giurisprudenziale”. Roia ha inoltre sottolineato l’assoluta correttezza dell’operato del Gip in questa vicenda, coerente con le regole codicistiche e di organizzazione del lavoro giudiziario, concludendo che il controllo del Gip “è indicato secondo criteri oggettivi e predeterminati e non è scelto secondo criteri preferenziali”.

Al di là delle questioni giudiziarie, che si prestano a diverse interpretazioni tecniche, restano forti dubbi sull’operato del Pm milanese, che forse con troppo impeto pretendeva di disporre misure cautelari su 153 persone. Non va mai dimenticato che nel nostro Paese anche una misura cautelare viene interpretata come una condanna anticipata. Bisogna dunque soppesare tutti gli elementi a carico di un indiziato prima di formulare richieste che vanno a incidere sulla sua libertà personale, creando un vulnus alle garanzie costituzionali.