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Bonus mamme, che beffa: le mance spot sanno di propaganda

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Le proiezioni Cgil mostrano che il bonus mamme farà diminuire l'assegno unico. La beffa dell'unico provvedimento per famiglie del Governo in questa manovra, nato male perché discriminatorio e che ora rischia di essere un boomerang. Per la natalità non servono mance, ma un piano decennale che ancora non si vede.

Famiglia 02_03_2024

Un’altra beffa sul versante delle politiche famigliari dopo l’assurda vicenda dell’errore sulla mancata sterilizzazione dell’Assegno unico nel calcolo Isee. Stavolta riguarda il bonus mamma e fa sorgere il sospetto che non sia nient’altro che una misura di propaganda.

L’introduzione del bonus mamma 2024 era stata salutata dal Governo come una felice misura a favore delle famiglie nell’ambito delle politiche di natalità che l’esecutivo ha detto fin da subito di voler intraprendere. Trattandosi, praticamente dell’unica iniziativa vagamente riconducibile a una novità nel campo delle politiche famigliari, la maggioranza l’aveva “pompata” come una rivoluzione copernicana. Ovviamente non poteva esserlo, ma era stata presentata come tale anche dalla premier Meloni.

Non solo si tratta di un intervento insufficiente, da rifinanziare anno per anno e quindi a spot, ma risulta essere anche una beffa per le mamme lavoratrici che ne beneficiano. A denunciarlo è la redazione Economia del Corriere della Sera che ha raccolto le elaborazioni della Fisac Cgil proprio nel giorno in cui è stata pubblicata la procedura per la richiesta dei contributi arretrati di gennaio e febbraio.

Succederà che le donne, mamme e lavoratrici a tempo indeterminato che dovrebbero beneficiare del bonus si ritroveranno a fine anno un reddito aumentato, dunque un imponibile Irpef a sua volta maggiore e di conseguenza un’Isee più alto e infine un assegno unico più basso. 

Le tabelle pubblicate dal sindacato non lasciano spazio a molte interpretazioni. Questo perché il taglio dei contributi previsto dal bonus mamma (che a seconda dei livelli reddituali potrà essere del 2,19%, del 3,19% o del 9,19%, nel limite di 250 euro al mese) non va a incidere sul reddito netto, ma su quello lordo e di conseguenza si mettono in moto quei meccanismi di fiscalità che alla fine trasformano il bonus in un boomerang.

Tra gli esempi citati dal Corriere, la Cgil prende in esame il caso di una lavoratrice con figli con reddito lordo mensile di 2.000 euro. Ebbene: a fronte di un esonero contributivo di 64 euro, di questi, solo 49 sono netti mentre 15 sono di Irpef in più. E la maggiorazione Irpef fa aumentare di conseguenza anche l’imponibile fiscale e con esso il meccanismo di calcolo dell’Isee da cui si genera poi l’assegno unico. Una beffa è proprio il caso di dirlo, che coinvolge tutte le mamme.

Le simulazioni fatte dalla Cgil sono costruite su casistiche variegate e vanno da redditi lordi di 2000 euro al mese a 5000. In tutti i casi si assiste ad un aumento dell’imponibile fiscale: il netto aumenta, è vero, ma perché aumenta anche il lordo.

Il più è capire se si tratta di un meccanismo previsto dai tecnici e dai ministri del governo che hanno bollinato il bonus con le relative coperture, oppure se invece è stata una sorpresa anche per loro l’aver appreso che il tanto sbandierato bonus mamma in realtà non solo si riduce rispetto al previsto, ma va anche a ridurre l’assegno unico nel suo complesso.

Ricordiamo che il bonus mamma è rivolto alle lavoratrici a tempo indeterminato con almeno tre figli fino a 18 anni e prevede l’esonero di parte della contribuzione Inps per il biennio 2024-2026 mentre per quelle con 2 figli è previsto, in via sperimentale, solo per il 2024 e fino al mese di compimento del 10° anno di età del figlio più piccolo.

Già la misura era discriminatoria in partenza, come anche la Bussola aveva notato in occasione della presentazione della Finanziaria, perché escludeva una larga fetta di donne lavoratrici e mamme ma senza il contratto a tempo indeterminato. In più era anche particolarmente “odiosa” perché, mentre tutte le iniziative del governo sono costruite utilizzando l’Isee, dunque un criterio reddituale di partenza, il bonus mamma è stato applicato a tutte le situazioni reddituali. Cosicché molte donne precarie e con redditi bassi si sono trovate escluse da un provvedimento che invece è andato a mamme con redditi superiori con la sola “fortuna” di avere il posto fisso. Discriminazione? Ingiustizia?

La maggioranza in fase di voto rispose che per l’estensione universale a tutte le mamme ci sarebbero stati problemi di copertura. Ora si apprende che il provvedimento non è neanche tutta questa panacea che si sperava.

Accade la stessa doccia fredda che abbiamo denunciato con la mancata sterilizzazione dell’assegno unico nel calcolo dell’Isee: l’assegno 2022 verrà conteggiato per determinare l’Isee, che non inciderà sull’ammontare dell’assegno, ma metterà a rischio altri bonus o servizi che le famiglie percepivano in ragione di un Isee più basso rispetto a quello che invece uscirà quest’anno dai nuovi calcoli.

Si tratta di un errore – in questo caso – ammesso dal Governo che ha promesso di aggiustare per non far perdere alle famiglie le provvidenze di cui prima disponeva. Ma l’incertezza sulla tempistica fa dubitare che il problema si possa risolvere entro poco. A farne le spese ancora una volta saranno le famiglie più fragili.

Questo “imprevisto” sul bonus mamme arriva dunque in un momento molto particolare per il governo, che dopo un inizio di legislatura “scoppiettante” non sta però mantenendo la promessa di dare davvero una svolta alle politiche di inversione della denatalità e di valorizzazione della famiglia come soggetto economico.

Tante, tantissime, sono le partite non ancora avviate dall’esecutivo, nonostante le promesse: dalla revisione sistematica dell’Isee, strumento di calcolo della ricchezza famigliare profondamente ingiusto all’implementazione dell’Assegno Unico affinché diventi davvero universale e tenga conto del costo standard per figlio, criterio ancora assente in Italia.

Lontana è ancora la riforma fiscale a misura di famiglia che era stata promessa durante la campagna elettorale e che è ancora arenata nell’incertezza. Per fare politiche famigliari serie serve un piano Mattei per la famiglia, o un piano Marshall per la natalità. Un grosso investimento e continuativo nel tempo. Che però oggi, nonostante i proclami piuttosto mirabolanti di certi ministri del settore, non c’è.

Gli interventi a spot come il bonus mamme alla fine mostrano tutta la loro inconsistenza: si tratta di un comodo gioco di prestigio che impegna poco il Governo dal punto di vista finanziario, ma molto in termini di propaganda e percezione mediatica. Oltre i proclami, però, c’è la realtà e la realtà ci parla sostanzialmente dell’ennesimo gioco delle carte dove il governo con una mano dà e con l’altra toglie. Per l'altissimo compito di invertire la tragica denatalità non bastano le mance, serve molto di più. In una programmazione di lungo respiro, almeno decennale. Ma all'orizzonte non si vede. 



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