Bergoglio e l'infermiere, un'intervista problematica post mortem
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L'intervista all'infermiere di Papa Francesco a un anno dalla morte e il passaggio sulla comunione ai divorziati non stupisce anche perché lo stesso approccio tendente a minimizzare il problema morale legato al divorzio lo troviamo in Amoris laetitia.
Ad un anno dalla morte di Papa Francesco, avvenuta il 21 aprile del 2025, il Corriere della Sera intervista Massimiliano Strappetti, che è stato l’infermiere personale del Pontefice. L’intervista riporta alcuni aneddoti che riguardano Francesco, ma c’è un passaggio della stessa che merita particolare attenzione. Racconta Strappetti: «Una volta […] mi feci serio e gli confidai che sono divorziato. “E qual è il problema?”, mi disse. Poi s’informò: “Ma te la fanno fare, la comunione?”. E aggiunse: “Perché altrimenti dimmi come si chiamano quei preti che si rifiutano, ci vado a parlare io!”. Un Papa sorprendente, coraggioso e allegro».
Qui si aprono due problemi. Il primo riguarda l’attendibilità della fonte che riporta le parole di una persona defunta che quindi non è in grado di smentire. Non ci rimane allora che valutare la credibilità dell’affermazione dell’infermiere che discende dall’attendibilità come testimone dello stesso. A questo proposito dobbiamo constatare che Strappetti non solo ha avuto un ruolo decisivo nell’ultimo tratto del percorso terapeutico del Pontefice, ma era diventato negli anni persona a lui molto vicina, tanto che, secondo quanto riportato nell’intervista, fu lui a tenere la mano al morente Francesco finché questi infine spirò. Pare poi che fosse di casa a Santa Marta, quasi un suo secondo segretario particolare.
Dunque la fonte è autorevole, sebbene dobbiamo prendere le parole di Strappetti con beneficio d’inventario, sia perché, come accennato, il de cuius è eventualmente impossibilitato a rettificare, sia perché la tentazione di apparire il confidente del Papa potrebbe essere così marcata da spingere ad una certa coloritura nella narrazione dell’amicizia con il Papa, sia perché – e veniamo qui al contenuto dell’affermazione riportata dal Corsera – le parole piene di clemenza del Pontefice, in merito alla condizione di persona divorziata in cui viveva e vive Strappetti, rappresentano quella giustificazione così autorevole che ogni divorziato cattolico amerebbe esibire.
Posto quindi che quanto riportato dall’infermiere potrebbe essere vero, sia apre un secondo problema, un problema di carattere dottrinale. In primo luogo abbiamo un Pontefice che valuta la condizione di divorziato in modo non problematico. Ciò non stupisce perché stiamo parlando non di Benedetto XVI, ma di Francesco. E non stupisce anche perché lo stesso approccio tendente a minimizzare il problema morale legato al divorzio lo troviamo in Amoris laetitia. In secondo luogo c’è la questione dell’accesso alla comunione dell’infermiere. Dall’intervista non sappiamo se allora e/o successivamente Strappetti si sia comunicato, ma sappiamo cosa ne pensava Francesco: al suo infermiere non poteva essere negata la comunione. E questo, ancora una volta, nel solco di quanto indicato da Amoris laetitia.
Ricordiamo invece quanto insegna il Magistero in merito alle condizioni per comunicarsi per i divorziati. Per ricevere degnamente Cristo nelle sacre specie, occorre essere in grazia di Dio, quindi non in stato di peccato mortale (Codice di Diritto Canonico, can. 916). Il divorzio può essere una scelta che configura peccato mortale perché in questa scelta possono essere presenti i tre elementi che compongono la specie del peccato mortale. In primo luogo tentare di rompere il legame matrimoniale che è indissolubile è atto moralmente grave. In secondo luogo e nella generalità dei casi sono presenti la piena volontarietà di questa scelta e la conoscenza della gravità della stessa. Ciò detto, non tutti i divorziati sono in stato di peccato mortale. Se la persona ha voluto il divorzio, compie peccato mortale. Se lo ha subito, no. Nel primo caso la persona potrebbe comunque comunicarsi se si pentisse del divorzio e cercasse di rimediare, ossia tentasse di tornare con il coniuge e, qualora si fosse risposato civilmente o fosse convivente, decidesse di spezzare questi legami. Così Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio» (84).
Nel caso in cui avesse avuto uno o più figli dal coniuge civile o dal convivente, la soluzione individuata da Familiaris Consortio è l’unica permessa dalla morale: che continui la convivenza per il bene dei figli, ma che sia una convivenza casta e priva di affetti coniugali. Così Giovanni Paolo II: «quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, “assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi” (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980])». Non solo però è doveroso astenersi dai rapporti sessuali, ma in accordo a quanto affermato da Cristo stesso – «chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Mt 5, 28) – è necessario che il divorziato non nutra nemmeno affetti tipicamente coniugali per l’altra persona, ma solo amicali.
Dunque nei casi simili a quello di Strappetti, il quale nell’intervista dichiara di avere una compagna, l’unica strada per comunicarsi è quella di abbondonare la convivenza con il compagno o la compagna oppure di tollerare la convivenza qualora ci fossero dei figli avuti con il convivente, mantenendosi in castità di vita e non nutrendo per la persona affetti propri delle persone coniugate.
Papa Francesco avrebbe dovuto ricordare al suo amico infermiere queste indicazioni del Magistero, ovviamente nei modi più consoni alla carità evangelica. Ed invece per il Papa la situazione di divorziato convivente non faceva problema. Anzi, il Papa avrebbe sgridato di persona quei sacerdoti che avessero rifiutato a Strappetti di comunicarsi. Ma in questo caso quei sacerdoti avrebbero dovuto obbedire a Dio e non al suo servo infedele.


