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Reportage

Beirut, ora gli sfollati sciiti sono visti come causa degli attacchi

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In Libano la presenza di oltre un milione di sfollati interni, perlopiù sciiti, è divenuta una minaccia per tutti, perché le forze israeliane hanno allargato i loro obiettivi. Le testimonianze raccolte dalla Bussola nella capitale, sprofondata nel terrore dopo la strage dell’8 aprile.
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Esteri 10_04_2026

(Da Beirut) - Nadine, ultima cristiana rimasta nel suo palazzo situato in un quartiere sciita di Beirut Ovest, da due giorni non esce di casa: teme che, se si allontanasse, una o più famiglie sciite potrebbero sfondare la porta e occuparle la casa. La morte delle oltre 300 persone – il bilancio è ancora provvisorio – uccise l'8 aprile in tutto il Libano in “dieci minuti” di raid israeliani simultanei ha sprofondato il Paese nel terrore e nel caos.

Mentre sulla scena internazionale si discute se la tregua tra Iran e Stati Uniti resterà un tête-à-tête o si estenderà a Israele e Libano, nel Paese dei Cedri la presenza di oltre un milione di sfollati interni, la maggior parte dei quali sciiti provenienti dal Sud e dalla valle della Bekaa, è improvvisamente divenuta una minaccia per tutti. Dal 2 marzo scorso la geografia degli obiettivi di IDF si è progressivamente allargata dalla regione del Sud – al momento per due terzi in mano israeliana – all'intero Paese, fino all'eccidio dell'8 aprile. A questo punto si è scatenato il panico in tutte le comunità e in tutte le confessioni, soprattutto a Beirut dove in una manciata di minuti sono morte 192 persone.

Nella giornata di lutto nazionale, in una Beirut semivuota – la paura trattiene in casa gli abitanti, e scuole e uffici sono chiusi – incontriamo Ali (nome di fantasia), sciita di Nabatiye che ci racconta la sua storia. Dopo aver avuto la casa distrutta da IDF all'inizio di marzo, Ali ha trovato rifugio in un appartamento del quartiere cristiano di Achrafieh, regolarmente affittato dal proprietario, il signor Pierre. All'indomani della mattanza dell'8 aprile, rientrato a casa dal lavoro, ha trovato i propri effetti personali sul pianerottolo e la porta chiusa con un grosso lucchetto. Pierre si è giustificato con un ritardo nel pagamento dell'affitto ma tutti sanno, Ali compreso, che il motivo non è questo. Come il Giona biblico, identificato dall'equipaggio della barca come la causa della tempesta e gettato in mare, Ali è stato cacciato per aver salva la vita. Gli sfollati sciiti sono ormai ritenuti dai beirutini la causa degli attacchi israeliani, e vagano in un folle esodo attraverso la città, fuggendo le bombe israeliane e seguendo gli ordini di evacuazione di IDF. Dopo essere stato allontanato da Achrafieh, Ali ha provato ad unirsi a un centinaio di sciiti accolti fuori Beirut da una scuola cattolica ma questi ultimi l'hanno rifiutato, temendo un'infiltrazione da parte di Hezbollah; al momento dorme nella macchina di un amico.

Fadi (nome di fantasia) è sacrestano in una parrocchia maronita di Sin El Fil, nel quadrante est di Beirut. Ha accompagnato il suo parroco ad offrire, assieme al vescovo, le condoglianze alle famiglie di tre persone uccise in un attacco israeliano al Maronite Complex di Ain Saadeh, sulle colline appena fuori dalla Capitale. Nell'edificio, di proprietà della Diocesi maronita di Beirut, è stato ucciso un dirigente del partito cristiano delle Forze Libanesi, assieme a sua moglie e a una vicina di casa. «Certamente è stato un errore», ci dice. «È impossibile che il bersaglio fosse lui: il partito delle Forze Libanesi è arcinemico di Hezbollah, anzi, è accusato di simpatizzare per Israele». Chi era allora l'obiettivo di IDF? «Sembra che un membro di Hezbollah facesse regolarmente visita a una signora del palazzo e che si fosse appena allontanato al momento dell'attacco, ma tutta la faccenda resta un mistero. L'unica cosa certa è che non possiamo più fidarci: abbiamo paura, perché i membri di Hezbollah sono dappertutto. Secondo me noi cristiani dovremmo ospitare solo donne e bambini, perché ospitare gli uomini è troppo rischioso», conclude.

In effetti, girando per la città non è difficile imbattersi in presenze inedite e inquietanti, uomini in nero a presidio di quartieri dove presumibilmente sono rifugiate comunità sciite; auto di grossa cilindrata vistose e prive di targa. Difficile stabilire con certezza se si tratti di membri della milizia sciita o di uomini delle forze dell'ordine, o di entrambi. Un cessate il fuoco immediato in Libano si rende necessario, oltre che per impedire ulteriori perdite di vite umane, anche per evitare che il Paese sprofondi in un'altra guerra civile, come vorrebbe Israele.



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