Bangladesh, stretta sull'aborto selettivo contro le bambine
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L’Alta Corte di Dhaka vieta di rivelare il sesso del nascituro nel Paese dove chi non vuole una figlia femmina "rimedia" nel modo più crudele. Una mentalità che uccide anche le madri con 115 decessi su 100mila gravidanze.
La nostra è una delle società in cui da tempo è stato adottato il sistema di discendenza cognatizia, bilaterale. Generare figli maschi o femmine è indifferente perché la discendenza segue sia la linea maschile che quella femminile e le persone sono legate sia ai parenti paterni che a quelli materni. Tuttavia anche in queste società – tutte quelle occidentali moderne – un maschio è desiderato a volte più che una femmina nel caso comune in cui, sebbene ereditino a pari diritto figli e figlie, a trasmettere il nome della famiglia sono solo i maschi.
Nelle società in cui invece il sistema di discendenza è unilineare – sia esso patrilineare o matrilineare – generare figli maschi è importante, anzi necessario per assicurare la discendenza, la continuità della famiglia e la trasmissione dei beni, dei titoli e dello status che una famiglia detiene. Discende da ciò lo status superiore attribuito ai maschi, anche quando il diritto di famiglia è stato modificato nel tempo in favore delle femmine. Ci sono Paesi in cui la nascita di una figlia tuttora è accolta senza entusiasmo e altri in cui è considerata addirittura una disgrazia, soprattutto se non è stata preceduta dalla nascita di almeno un figlio.
Il Bangladesh è uno di questi Paesi ed è anche uno dei Paesi in cui succede che delle famiglie rimedino nel modo più crudele: uccidendo le bambine appena nate oppure abortendole, se possono conoscere il sesso del nascituro. Lo chiamano aborto selettivo e in Bangladesh è diffuso in maniera allarmante al punto che l’Alta Corte ha deciso di proibire di determinare e divulgare il sesso dei feti. La sentenza è stata pubblicata l’11 maggio: in sintesi, stabilisce che la divulgazione del sesso dei nascituri favorisce pratiche discriminatorie, dannose e incostituzionali ed è quindi vietata. «Contraddice le garanzie costituzionali di dignità, uguaglianza e diritto alla vita – si legge nella sentenza – e viola gli impegni internazionali del Bangladesh in materia di diritti umani volti a proteggere le donne e a promuovere l’uguaglianza di genere».
Con questa sentenza, dicono i giudici, si spera di rimediare ai troppi anni in cui il Paese è stato privo di meccanismi efficaci di controllo per contrastare la pratica dell’aborto selettivo. Siccome poi in Bangladesh l’interruzione di gravidanza è consentita soltanto per salvare la vita della madre, gli aborti selettivi sono quasi sempre effettuati in strutture e condizioni insicure e sarebbe questa una delle cause dell’elevato tasso di mortalità materna tuttora registrato: 115 decessi ogni 100mila gravidanze.
Più del 90% della popolazione del Bangladesh è musulmana, ma nel Paese vivono anche quasi un milione di cristiani. Edward Pallab Rozario, medico e presidente dell’Associazione dei medici cattolici del Bangladesh, raggiunto dall’agenzia di stampa AsiaNews, ha definito “storica” la sentenza: «Vietando la determinazione e la divulgazione del sesso del feto, si potranno salvare le vite di molti bambini. È importante che le persone in tutto il Paese, comprese quelle delle zone remote, comprendano e rispettino questa decisione».
Il monito del dottor Rozario e la sua preoccupazione sono fondati. L’abbandono della pratica degli aborti selettivi richiede un cambiamento di mentalità senza di che l’efficacia dei divieti è limitata. Nella vicina India è dal 1994 che, contro gli aborti selettivi, il governo ha proibito ai medici di rivelare il sesso dei feti. La legge è stata poi emendata nel 2003 per rendere ancora più severi controlli e sanzioni. Tuttavia gli aborti selettivi sono continuati grazie ai tanti centri che informano comunque del sesso le famiglie pur omettendo di scriverlo sulle cartelle cliniche. Prima che fosse possibile conoscere il sesso dei nascituri, in India si praticavano infanticidi selettivi mascherati da incidenti e disgrazie: cadute, soffocate da un boccone di cibo, si diceva. Così sono morte milioni di bambine. Nel 2020 l’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, ha diffuso un rapporto secondo il quale gli aborti e gli infanticidi selettivi hanno ucciso quasi 46 milioni di bambine indiane: dieci milioni dall’inizio del secolo.
In India uno dei motivi per cui si sopprimono le figlie è l’onere economico che rappresentano al momento del matrimonio. Secondo la tradizione, infatti, devono offrire al marito una dote e molte famiglie non sono in grado o non sono disposte a farlo. È anche questo il motivo per cui tante ragazze vengono costrette dai genitori a sposare uomini anziani o di cattiva reputazione che si accontentano di doti meno consistenti.
La Cina è, insieme all’India, il Paese in cui nel corso degli ultimi decenni si sono registrati più infanticidi e aborti selettivi. Le stime sono di 30-33 milioni di bambine uccise. Nel caso della Cina il fattore determinante è stata la politica demografica del figlio unico introdotta dal governo nel 1979 per controllare la crescita demografica, abolita solo tra il 2013 e il 2015. Milioni di famiglie hanno ucciso le loro primogenite – anche in questo caso ricorrendo all’aborto, invece che all’infanticidio, quando è stato possibile conoscere il sesso dei nascituri – per avere la possibilità di generare un figlio maschio, più ambito per motivi sociali ed economici.
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