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André Bessette, i miracoli del portinaio di san Giuseppe

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Privo di tutto, tranne di un'enorme fiducia in Dio, il religioso canadese accoglieva una folla crescente di sofferenti. Molti di loro guarivano, ma lui attribuiva tutto il merito al padre putativo di Gesù, in onore del quale promosse la costruzione di un oratorio, divenuto la più grande chiesa del Canada.

Ecclesia 19_03_2026

Se si potesse parlare di “subappalto” nell’intercessione dei santi, sarebbe esattamente il caso di san Giuseppe e sant’André Bessette, canonizzato da Benedetto XVI nel 2010. «Pregate san Giuseppe», era l’esortazione dell’umile religioso canadese ai malati che accorrevano sempre più numerosi a chiedere le sue preghiere. E quando guarivano attribuiva tutto alla potente intercessione del padre putativo del Signore. Una “collaborazione” così stretta che è difficile dire se abbiano operato insieme, se Giuseppe abbia guarito su richiesta di André o André per delega di Giuseppe. Fatto sta che alla sua morte, avvenuta il 6 gennaio 1937 all’età di 91 anni, nei giorni successivi un milione di persone sfidò il freddo per rendere omaggio alla salma dell’«uomo dei miracoli di Montréal», esposta all’esterno del grande oratorio da lui voluto per onorare il patrono della Chiesa universale.

André era il suo nome da religioso, assunto in segno di gratitudine verso il parroco Joseph-André Provençal, che aveva notato la profonda spiritualità del giovane, coltivandone la nascente vocazione e infine indirizzandolo alla Congregazione di Santa Croce con queste parole: «Vi mando un santo». La storia del futuro santo è segnata sin dall’inizio da grandi difficoltà e da un’ancor più grande devozione a san Giuseppe, assimilata dall’infanzia. Alfred, questo il suo nome di battesimo, nacque il 9 agosto 1845 a Saint-Grégoire-le-Grand, in Québec. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbe campato tanto a lungo, anzi, fu battezzato in fretta temendo che morisse. Anni dopo la salute precaria rese la Congregazione di Santa Croce alquanto restia ad accogliere il «santo» mandato dall’abbé Provençal, che inizialmente fu rifiutato. La sua istruzione fu precaria quanto la salute e la stessa vita gli presentò ben presto tutte le sue difficoltà.

Il padre Isaac morì schiacciato da un albero quando Alfred aveva appena nove anni e due anni dopo la tubercolosi tolse anche la madre Clothilde ai numerosi figli. In breve c’erano tutte le premesse per un’esistenza preocemente rovinosa e invece ne venne fuori un capolavoro. Alfred si arrangiò a fare vari mestieri, non senza difficoltà, poi prese la via degli Stati Uniti dove trascorse quattro anni. E svariati altri ne fece nella Congregazione di Santa Croce, dove fu accolto il 27 dicembre 1870 come “semplice” religioso, ovvero senza accedere al sacerdozio. Fu giardiniere, barbiere, factotum, mentre era addetto alla portineria presso il Collège Notre-Dame, una scuola appena fondata a Montréal dalla Congregazione. Vi rimase per quarant’anni nel corso dei quali divenne il “portinaio” di san Giuseppe.

Insieme ai parenti degli allievi del Collège alla portineria cominciarono a bussare anche i malati che avevano sentito parlare di guarigioni dovute alla sua preghiera e all’unzione con l’olio della lampada che ardeva dinanzi all’immagine di san Giuseppe: «Fratello André, se volete potete guarirmi». Una folla che inevitabilmente gli costò anche incomprensioni con gli stessi confratelli. Il santo portinaio accoglieva e confortava, indicando loro però qualcuno più potente di lui: «Non io, ma san Giuseppe può guarirvi, se avete fiducia in lui».  Egli infatti era «privo di tutto all’infuori di una grande fiducia in Dio»: così san Giovanni Paolo II, beatificandolo nel 1982, spiegava l’«attrazione» suscitata da quest’uomo semplice (persino preso in giro per la sua semplicità), che facendo ricorso a san Giuseppe e davanti al Santissimo Sacramento «praticava lungamente e con fervore, in nome dei malati, la preghiera che insegnava loro», avvicinandoli a Dio, che guarissero o meno. Non tutti guarivano ma nessuno se ne andava a mani vuote: «Non ho mai condotto a fratello André un malato che non tornassse arricchito», testimoniava una persona a lui vicina: «Alcuni guarivano, altri invece no, ma fratello André li aveva riconfortati».

Per onorare san Giuseppe, da portinaio si fece costruttore ed è la seconda parte della sua missione. Era in fondo il modo migliore per mandare da Giuseppe quanti venivano da lui. La prima cappella, realizzata nel 1904 con i soldi che aveva guadagnato facendo il barbiere, si rivelò troppo angusta. Dopo dieci anni e alcuni ampliamenti insufficienti, si diede inizio alla realizzazione di una chiesa ben più ampia: sarà la più grande del Canada e il maggiore santuario al mondo dedicato a san Giuseppe. Nel frattempo, dal 1909 fratello André era stato sollevato dall’incarico di portinaio perché potesse prendersi cura della costruzione del tempio che sarebbe andata avanti ancora per decenni.

Nella prima fase l’opera coinvolse gli architetti canadesi Dalbé Viau e Alphonse Venne e poi il francese Paul Bellot, artefice della grande cupola – ispirata a quella di Santa Maria del Fiore a Firenze – che però Bessette non fece in tempo a vedere: negli anni Trenta infatti i lavori si erano arenati per gli effetti della Grande Depressione. Ai superiori preoccupati per la mancanza di fondi, il religioso replicò: «Non è un’opera mia, è l’opera di san Giuseppe. Mettete una sua statua in mezzo all’edificio (dove sarebbe stata realizzata la cupola, ndr). Se vorrà coprirsi, ci penserà lui».

Ma erano quelli anche gli ultimi anni della sua vita e a quanti gli chiedevano come avrebbero fatto quando sarebbe mancato lui, rispose: «Quando sarò morto e sarò in paradiso, sarò molto più vicino a Dio di quanto sia ora e avrò molto più potere per aiutarvi». E la "collaborazione" tra sant'André e san Giuseppe continua ancora oggi.



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