Anche la Spagna in difesa dei minori dal Far West digitale
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L'annuncio del divieto di accesso ai social agli under-16 spagnoli è l'ultimo tassello di una tendenza globale. Dall'Australia al Portogallo cresce la consapevolezza di dover proteggere i più giovani dall'algoritmo e si scontra con la prevedibile reazione delle piattaforme.
L’annuncio del premier spagnolo Pedro Sánchez di voler vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni, fatto dal palco del vertice mondiale dei governi di Dubai, ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione che da mesi attraversa governi, famiglie, scuole e piattaforme digitali: fino a che punto è legittimo, efficace e giusto limitare l’accesso dei più giovani ai social network per tutelarne la salute mentale e lo sviluppo psicologico.
Sánchez ha usato parole durissime, definendo i social “uno Stato fallito” e promettendo di proteggere i ragazzi dal “Far West digitale”, annunciando un disegno di legge che non solo introdurrà sistemi obbligatori di verifica dell’età, ma punterà anche a rendere direttamente responsabili i dirigenti delle piattaforme per contenuti illegali o che incitano all’odio. La Spagna non è però un caso isolato, bensì l’ultimo tassello di una tendenza globale che sta prendendo forma con approcci diversi ma un obiettivo comune: ridurre l’esposizione dei minori a un ecosistema digitale ritenuto sempre più aggressivo, polarizzante e dannoso.
Il primo Paese ad aver scelto la linea più dura è stato l’Australia, dove dallo scorso dicembre è in vigore un divieto totale per gli under 16: niente account attivi su YouTube, TikTok, Instagram, Facebook, X o Snapchat, con l’obbligo per le piattaforme di rimuovere i profili esistenti e impedire nuove registrazioni, pena multe pesanti. I ragazzi possono ancora consultare contenuti pubblici, ma senza login, in una sorta di accesso passivo pensato per limitare dipendenza, cyberbullismo e contatti indesiderati.
In Europa il dibattito è più frammentato ma altrettanto acceso: la Francia già dal 2023 impone il consenso esplicito dei genitori per gli utenti sotto i 15 anni e ha approvato un disegno di legge che potrebbe trasformare questa soglia in un vero e proprio divieto, facendo di Parigi il primo Paese dell’Unione a introdurre un limite così netto. Nel Regno Unito, la Camera dei Lord ha votato un emendamento che obbligherebbe le piattaforme a implementare controlli sull’età altamente efficaci per impedire l’accesso ai minori di 16 anni, mentre il governo ha avviato una consultazione pubblica per valutare l’impatto reale di un simile provvedimento.
Anche la Finlandia si sta muovendo in questa direzione: il premier Petteri Orpo ha dichiarato apertamente di sostenere restrizioni per gli under 15, collegando l’uso eccessivo dei social alla crescente sedentarietà dei bambini, un tema già affrontato con il divieto di utilizzo degli smartphone durante l’orario scolastico.
Altri Paesi, come il Portogallo, stanno studiando misure analoghe, segno che il tema è destinato a restare centrale nell’agenda politica europea. A spingere verso il divieto ci sono studi scientifici sempre più numerosi e considerati affidabili, che mettono in relazione la prolungata esposizione dei minori ai social con l’aumento di ansia, depressione, disturbi dell’attenzione, problemi di autostima e sonno, senza contare il ruolo degli algoritmi nel favorire dinamiche di confronto costante e dipendenza. Tuttavia, la questione è tutt’altro che semplice e le critiche non mancano: molti esperti sottolineano che non tutti i mali delle nuove generazioni possono essere attribuiti ai social media e che fattori come il contesto familiare, la scuola, le disuguaglianze sociali e l’educazione digitale giocano un ruolo altrettanto decisivo.
C’è poi il fronte economico e politico, che vede le piattaforme reagire con forza a queste iniziative: i divieti significano meno utenti, meno dati e quindi meno ricavi pubblicitari, la principale fonte di guadagno per colossi come Meta o TikTok. Non a caso, figure come Elon Musk hanno attaccato frontalmente Sánchez, arrivando a definirlo un tiranno e un fascista totalitario in una serie di post dai toni violentissimi, simbolo di una resistenza che non è solo economica ma anche ideologica, fondata sull’idea che lo Stato stia invadendo uno spazio di libertà individuale. In mezzo restano genitori e ragazzi, divisi tra il desiderio di protezione e quello di autonomia, e governi chiamati a trovare un equilibrio delicatissimo tra tutela dei minori, diritti digitali e responsabilità delle piattaforme, in un contesto in cui il confine tra prevenzione e censura è diventato davvero assai sottile.
In Italia proprio domani si celebra la Giornata nazionale contro bullismo e cyberbullismo. Tra i temi che emergeranno nei dibattiti per ricordare la ricorrenza ci sarà certamente quello di un uso responsabile dei social da parte dei minori, anche perché tra le proposte di legge presentate in Parlamento ce ne sono alcune che vanno proprio nella direzione di un divieto di utilizzo in base all’età. Ci sarà la volontà politica di discuterle e approvarle, anche a costo di inimicarsi le big tech?
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