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100 ANNI DI CALVINO / 13

«Anche ad essere si impara», quando si accoglie la realtà

L’ultima parte de Il cavaliere inesistente è piena di colpi di scena. Si scopre finalmente la verità su Sofronia. Agilulfo si dissolve e si svela la vera identità della narratrice.

Cultura 17_07_2023

Ripercorriamo rapidamente le vicende finali de Il cavaliere inesistente. Giunto in Scozia, Agilulfo scopre che Sofronia è stata portata in Marocco ove diventerà una delle tante moglie del sultano. Portatala in salvo, il cavaliere inesistente la riconduce da Carlo Magno.

Torrismondo riesce a ritrovare i cavalieri del Sacro Graal, ma, rimasto profondamente deluso dalla loro condotta e dalla loro ripulsa nei confronti degli estranei, riparte rendendosi conto che essi non sono pervasi dall’«amore del tutto». «Ogni onore e ogni piacere egli aveva sdegnato fin allora, vagheggiando come solo ideale il Sacro Ordine dei Cavalieri del Gral (sic)». Ora, Torrismondo ha perduto per sempre quell’ideale. Riparte e nel suo peregrinare trova in una grotta, vicino alle spiagge della Bretagna, una donna (Sofronia), che si presenta a Torrismondo come Azira o suor Palmira, a seconda che la si voglia chiamare con il nome assegnatole nel gineceo del Sultano o in convento. «Quel desiderio che l’aveva mosso per il mondo […] ecco che finalmente al vedere quelle lunghe nere ciglia abbassate sulla guancia piena e pallida, e la tenerezza di quel corpo abbandonato, e la mano posata sul colmo seno, e i molli capelli sciolti, […] ora pare che quel desiderio si acquieti».

Solo davanti alla donna incontrata e all’amore, Torrismondo comprende: «Sto cercando qualcosa che sempre mi è mancata e solo ora che vi vedo so cos’è». Che distanza tra Torrismondo che, cinico e convinto che tutto il mondo sia una menzogna, sa aderire ad un bene incontrato nella realtà e amarlo e Agilulfo, che mosso dalla forza di volontà e dallo sforzo di essere perfetto, dinanzi ad una donna come Priscilla riesce solo a spiegarle come si fa bene un letto!

Agilulfo vuole condurre Carlo Magno da Sofronia per mostrarle che la donna conserva ancora la verginità perché possa mantenere a buon diritto il titolo di cavaliere. Quando giungono alla grotta, trovano però la donna in un amplesso con Torrismondo. Agilulfo allora fugge.

Si scopre finalmente la verità: Sofronia non è madre di Torrismondo, che è invece figlio della regina di Scozia e di un cavaliere del Sacro Graal, mentre Sofronia è figlia del re di Scozia e di una contadina. Sofronia e Torrismondo si possono così amare.

Agilulfo può invece conservare il titolo di cavaliere. Rambaldo lo cerca per rassicurarlo, ma è troppo tardi. Ai piedi d’una quercia trova tutti i pezzi dell’armatura di Agilulfo con la scritta: «Lascio questa armatura al cavaliere Rambaldo di Rossiglione». Persa la forza di volontà, non considerandosi più cavaliere, Agilulfo si è dissolto.

Rambaldo combatte con l’armatura lucida di Astolfo ed esce vincitore, ma con la corazza tutta incrostata di terra. Finalmente quell’armatura è abitata da un uomo, che presenta tutte le sue debolezze, ma insieme ad esse anche tutti i suoi desideri, un uomo che desidera conoscere ciò che davvero vuole. Bradamante lo rincorre, pensando che sia Agilulfo. Rambaldo vorrebbe dirle: «Non ti accorgi che anch’io sono uno che si muove maldestro, che ogni mio gesto tradisce il desiderio, l’insoddisfazione, l’inquietudine? Ma anch’io quello che voglio è soltanto l’essere uno che sa quello che vuole!»

Rambaldo rappresenta qui l’uomo, con tutte le sue fragilità, i suoi limiti, le sue domande, i suoi desideri. Raggiunta l’amata, le si unisce senza rivelarle la sua vera identità. Quando Bradamante lo guarda in volto, una volta terminato il rapporto, s’infuria e stordisce Rambaldo, dandogli dell’impostore.

Sposatosi con Sofronia, Torrismondo si trasferisce nella terra di Curvaldia, di cui è stato nominato conte. Gli abitanti non lo riconoscono però come loro superiore, avendo ormai imparato a difendersi da soli dai cavalieri del Sacro Graal e accolgono i due sposi come cittadini del loro stesso rango. Ecco il dialogo conclusivo tra Torrismondo e gli abitanti:

- E il nostro seguito?

- Diventeranno tutti cittadini di Curvaldia - risposero gli abitanti - e avranno secondo quello che varranno.

- Dovrò considerare pari a me questo scudiero, Gurdulù, che non sa neppure se c’è o se non c’è?

- Imparerà anche lui... Neppure noi sapevamo d’essere al mondo... Anche ad essere si impara...

«Anche ad essere si impara». Bellissima considerazione, che conclude il capitolo dodicesimo, il penultimo del romanzo: Calvino presenta una prima ipotesi per esserci, per esistere nelle figure di Torrismondo e Sofronia, che, messe da parte immagini precostituite, ruoli e titoli, sono disposti a rischiare e ad accogliere l’imprevisto che accade nell’avventura della vita, che corrisponde al desiderio da sempre provato.

L’atto finale coincide con il tredicesimo e ultimo capitolo ove avviene l’agnizione attraverso la quale il lettore viene a conoscenza dell’identità della suora. Suor Teodora scrive, presa da furia e da impazienza. L’inquietudine di Rambaldo si è in qualche modo comunicata anche a lei che sembra ora sempre in attesa di qualcosa. Finalmente, un giorno arriva alla porta del convento un cavaliere che bussa e chiede che gli sia aperto. La suora riconosce la voce di Rambaldo, si strappa «la cuffia, le bende claustrali, la sottana di saio», trae «fuori dal cassone la […] tunichetta color topazio, la corazza, gli schinieri, l’elmo, gli speroni, la sopravveste pervinca» e grida: «Aspettami, Rambaldo, sono qui, io, Bradamante!».

Calvino ci rileva così la vera identità di questa suora e il lettore ne scopre il destino, imprevisto e davvero sorprendente: «Sì, libro. Suor Teodora che narrava questa storia e la guerriera Bradamante siamo la stessa donna. Un po’ galoppo per i campi di guerra tra duelli e amori, un po’ mi chiudo nei conventi, meditando e vergando le storie occorsemi, per cercare di capirle. Quando venni a chiudermi qui ero disperata d’amore per Agilulfo, ora ardo per il giovane e appassionato Rambaldo. Per questo la mia penna a un certo punto s’è messa a correre. Incontro a lui, correva; sapeva che non avrebbe tardato ad arrivare. La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade».

È nella vita che incontri il bene, è nella realtà che trovi l’amore e la salvezza.