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Aborto, vescovi Usa in lotta. I nostri difendono la 194

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La guida indirizzata ai cattolici americani per il voto politico non ha dubbi: salvare i nascituri non è un optional. Al di qua dell'oceano invece per il presidente Cei Zuppi la 194 resta intoccabile.

Editoriali 18_11_2023

Forming Consciences for Faithful Citizenship è una guida indirizzata ai fedeli cattolici statunitensi per il voto politico stilata annualmente dalla Conferenza episcopale statunitense.

Quest’anno la guida ha avuto una nota introduttiva arricchita, all’ultimo momento, da un emendamento significativo. Secondo il sito The Pillar l’emendamento così reciterebbe: «La minaccia dell’aborto rimane la nostra priorità preminente perché attacca direttamente i nostri fratelli e le nostre sorelle più vulnerabili e senza voce e distrugge più di un milione di vite all’anno solo nel nostro Paese». La bozza precedente parlava invece dell’aborto come «una priorità preminente», quindi come una priorità tra le altre. Ed invece è passato l’emendamento più rigoroso con 225 voti favorevoli, 11 contrari e l'astensione di sette vescovi.

Sorvoliamo l’Atlantico ed atterriamo a Roma. Fantascienza pensare che l’omologo italiano della Conferenza episcopale statunitense, ossia la Cei, possa licenziare un testo simile. La Cei, ormai lo sanno anche i sanpietrini delle strade romane, è un organo ecclesiale politico teso alla soluzione di problemi attinenti alla giustizia sociale: l’ambiente, il clima, i poveri, i migranti, il lavoro et similia.

La Cei non pubblicherebbe mai e poi mai un emendamento in cui si dichiara che l’aborto è il problema numero 1 in Italia e non lo farebbe per un semplice motivo. Il suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, per ben due volte ha dichiarato che la legge 194 non si tocca. «Nessuno ha intenzione di rimettere in discussione la 194», dichiarò il cardinale in occasione del festival del quotidiano Domani nell’aprile scorso (la frase è individuabile a 3 ore, 44’, 40’’ di questo video. Per un approfondimento clicca qui).

Stesso principio ribadito qualche giorno fa a favore dei volontari del Movimento per la Vita in apertura del loro convegno annuale tenutosi a Firenze: «La legge sull’aborto che la Chiesa condanna da sempre non la mettiamo in discussione ma chiediamo che venga pienamente applicata nella parte della prevenzione e della vicinanza alle madri e ai loro bambini», disse il porporato secondo quanto riportato da Avvenire, il quotidiano della Cei. Lasciamo da parte l’evidente ossimoro di una legge che si condanna e nello stesso tempo non la si mette in discussione (la sindrome delle convergenze parallele non muore mai); rimandiamo poi ad un nostro vecchio articolo l’analisi del luogo comune che vorrebbe applicare le parti buone di una legge intrinsecamente malvagia; infine esprimiamo piena solidarietà ai membri del Movimento per la Vita che, novelli Sisifo, lottano contro l’aborto ma, per volere del loro comandante in capo, non possono lottare contro l’alleato principale dell’aborto: la 194. È come essere contro il nazismo e nello stesso tempo essere amici dei nazisti.

Mettiamo da parte tutte queste strabilianti contraddizioni e accostiamo l’emendamento made in USA alle parole di Zuppi benedicenti la 194. Non siamo di fronte solo a due mondi culturali diversi ed antitetici, non siamo di fronte solo a due visioni differenti della dottrina e della pastorale, ma, ammantate della qualifica di cattolicità – e siamo consapevoli che così dicendo sfioriamo l’iperbole –  esistono ormai due chiese differenti, dove l’una vive nel seno dell’altra e ne avvelena il latte.

Il passaggio argomentativo che qui vogliamo articolare è assai delicato. Partiamo da una constatazione: si sta diffondendo sempre più una strana suggestione tra i cattolici autentici, una suggestione apocalittica. Molti interpretano questa demolizione del portato dottrinale cattolico come uno dei segni che anticipano la fine del mondo. Non vogliamo qui ovviamente appoggiare questo sentire diffuso perché non ne abbiamo le prove, né la competenza. Però nella seconda lettera ai Tessalonicesi Paolo descrive uno scenario per lui futuro che, difficile negarlo, presenta addentellati notevoli con la situazione presente. Paolo così scrive: «Prima infatti dovrà avvenire l'apostasia e dovrà esser rivelato l'uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (2 Ts, 2, 3-4). Il canone 751 del Codice di Diritto Canonico definisce l’apostasia come «il ripudio totale della fede cristiana» (tralasciamo, perché qui non pertinente, le condizioni perché si verifichi tale ripudio totale).

Ora verrebbe da pensare che chi ripudia in radice la religione cattolica non veda l’ora di uscire da tale religione. E in molti casi in effetti è avvenuto. Però non è sempre così. Rileggiamo cosa dice San Paolo: l’apostata sederà nel tempio di Dio. L’apostasia strisciante di oggi è quella descritta da Paolo: non abbandono formale della religione cattolica per passare ad un’altra religione già esistente, ma abbandono sostanziale della fede cattolica rimanendo formalmente nella religione cattolica. E dunque creazione di una seconda chiesa all’interno dell’unica vera Chiesa cattolica, come se fosse un tumore maligno incistato in un corpo sano. 

La chiesa che difende la 194 non è quella fondata da Nostro Signore, ma è una chiesa ombra che benedice l’omosessualità, la transessualità, l’accesso al sacramento dell’ordine da parte delle donne, che svilisce, perché non ci crede, il sacrificio eucaristico e i relativi riti, che crede che il matrimonio non sia indissolubile e che l’adulterio incontri la benevolenza di Dio, che ritiene che sia volontà di Dio il pluralismo religioso, che vuole norme per legittimare l’eutanasia, che nega la costituzione gerarchica della Chiesa e propone una gerarchia a forma di piramide rovesciata e tanto altro ancora. Le spinte eterodosse investono allora così tanti temi e riguardano ormai la radice profonda della fede e della morale che, oseremmo dire, non possono più essere classificate come eresie, bensì come espressioni di una vera e propria apostasia, perché ormai siamo di fronte ad un'anti-dottrina che ha una sua struttura teologica e filosofica ben articolata, un suo fondamento biblico-esegetico, una sua architettura culturale antitetica e speculare alla dottrina cattolica.

Sì, l’apostasia è tra noi e non parla inglese.



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