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GUERRA E TREGUA

Usa-Iran: stallo nel Golfo. L'Iran non ha interesse a scendere a patti

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Stallo nel Golfo, le trattative sono prolungate a tempo indeterminato. L'Iran non ha alcun interesse a piegarsi alle domande americane, anche perché da un punto di vista bellico la sua forza è ancora intatta. Semmai è Trump che cerca una pace a tutti i costi da presentare prima delle elezioni.

- Trump ha salvato otto condannate a morte in Iran (forse) di Stefano Magni

Esteri 23_04_2026
Gli incerti colloqui di Islamabad (AP)

Dopo aver minacciato solo poche ore fa l’Iran di colpirlo con “molte bombe” in caso di mancato accordo, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l'estensione del cessate il fuoco a tempo indeterminato in attesa che i leader iraniani presentino una proposta.

«Considerato che il governo iraniano è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse»ha scritto Trump.

L'Iran ha però fatto sapere di non aver avanzato alcuna richiesta agli Stati Uniti per estendere il cessate il fuoco, secondo quanto riportato oggi dall'agenzia di stampa iraniana Tasnim. L’Ambasciatore iraniano presso l’Onu, Saeed Iravani, ha confermato la disponibilità dell’Iran a partecipare a un nuovo round di negoziati a Islamabad, mediati dal Pakistan, ma solo a condizione che venga rimosso il blocco navale statunitense che ha già portato le navi militari a stelle e strisce a bloccare tre navi mercantili iraniane o sospettate di trasportare greggio iraniano.

Azioni che hanno visto l’Iran reagire accusando Washington di pirateria. Secondo Iravani, Teheran avrebbe già ricevuto "segnali" da parte di Washington circa la volontà di allentare la pressione militare nel Golfo. «Appena interromperanno il blocco, il prossimo round di negoziati potrà aver luogo», ha dichiarato l’alto diplomatico, sottolineando che la scelta tra escalation e diplomazia spetta ora interamente agli Stati Uniti. Anche il capo negoziatore dell'Iran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che la riapertura dello Stretto di Hormuz è impossibile se permane il blocco navale da parte degli USA perché questo costituisce una violazione del cessate il fuoco. «Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato da un blocco navale e dalla presa in ostaggio dell'economia mondiale, e se il bellicismo sionista viene fermato su tutti i fronti», ha scritto in un post su X. «La riapertura dello Stretto di Hormuz non è possibile in presenza di una palese violazione del cessate il fuoco. Non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare e non li raggiungeranno nemmeno con il bullismo».

I Guardiani della Rivoluzione (pasdaran) hanno ribadito di essere pronti ad affrontare "qualsiasi nuova aggressione", sostenendo che dopo i risultati ottenuti nel conflitto con Stati Uniti e Israele si creerà presto "un nuovo ordine regionale in Asia occidentale". Nel comunicato riportato dai media iraniani, i pasdaran hanno rivendicato «i colpi mortali e devastanti inflitti a infrastrutture, centri strategici e capacità di supporto del nemico» nel corso del conflitto, sottolineando di essere «pronti a un confronto decisivo, definitivo e immediato contro qualsiasi minaccia e qualsiasi aggressione ripetuta da parte degli avversari», assicurando di poter «infliggere colpi devastanti e inimmaginabili alle rimanenti risorse nemiche nella regione, Oggi, con il crollo dell'egemonia militare degli Stati Uniti e del regime sionista, siamo sul punto di entrare in un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, senza la presenza di potenze straniere e arroganti, in particolare gli Stati Uniti, e di creare un ambiente stabile e sicuro».

La determinazione e sicurezza mostrata da Teheran nasce dall’aver sconfitto israeliani e statunitensi nella Guerra dei 40 giorni in cui gli avversari dell’Iran non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati: il governo non è caduto, i missili balistici vengono ancora prodotti e lanciati e il programma nucleare di Teheran non è stato azzerato nonostante le roboanti dichiarazioni di Trump a tal proposito.

Il generale statunitense a riposo Mark Kimmitt in un'intervista rilasciata ad Al Jazeera, ha definito i costi operativi dello sforzo militare statunitense nel Golfo Persico "ragionevoli" e sostenibili nel lungo periodo per garantire lo sblocco dello Stretto di Hormuz ma ha messo in guardia dal rischio di un attacco improvviso a una nave americana.

Circa le trattative, Teheran ha mostrato ancora una volta i muscoli chiarendo che non intende trattare con gli Stati Uniti i suoi programmi nucleare e missilistico. «Anche se il blocco fosse revocato, la nostra partecipazione ai negoziati deve essere subordinata alla condizione che non vengano sollevate questioni che violino la nostra indipendenza e dignità', prime fra tutte le nostre capacità difensive e missilistiche, nonché le nostre capacità e conoscenze nucleari», ha spiegato una nota diffusa dalla televisione di Stato. «Il rifiuto di negoziare sulle nostre capacità missilistiche, di difesa e nucleari significa condurre trattative dignitose, e l'insistenza del nostro team negoziale su questa posizione onorevole e di forza costituisce una garanzia» ha sottolineato Irib tv.

Il successivo annuncio di disponibilità iraniana a riprendere i negoziati potrebbe indicare che Teheran mostra fermezza sul fronte interno per poi accettare di negoziare con gli Usa. Non si può però escludere che dopo l’attacco subito l’Iran non intenda realmente negoziare la rinuncia a ricerca atomica e missili balistici. Del resto Trump oggi ha bisogno di portare a casa un successo diplomatico dopo aver fallito nel conseguirlo con le armi. Del resto nell’attuale contesto, a favorire un’intesa tra Usa e Iran dovrebbero contribuire diverse valutazioni.

Innanzitutto la guerra non è oggi nell’interesse di nessuno. Stati Uniti e Israele non hanno abbastanza armi antimissile e cominciano a disporre anche di quantità limitati di armi da attacco per sostenere altri mesi di guerra e fronteggiare i missili balistici iraniani a cui si aggiungono missili da crociera e migliaia di droni.

Secondo le valutazioni dell'intelligence statunitense, riportate al New York Times, l'Iran probabilmente dispone del 70% delle sue scorte di missili balistici prebelliche, di circa il 60% dei lanciatori missilistici mobili e del 40% delle molte migliaia di droni di cui disponeva all’inizio della guerra, a fine febbraio. Vale a dire che schiererebbe ancora circa 1.700 dei 2.500 missili balistici di cui disponeva all’inizio della guerra secondo l’intelligence statunitense. Numeri che confermerebbero il fallimento strategico della guerra condotta da statunitensi e israeliani. Un fallimento che Trump non può certo ammettere, specie a pochi mesi dalle elezioni di mid-term che rinnoveranno metà del parlamento di Washington.

Forse per questo alterna la minaccia di riprendere attacchi su vasta scala all’Iran al blocco delle navi iraniane in uscita da Hormuz a un ostentato ottimismo sull’esito delle trattative alternato a minacce di immani distruzioni all’Iran. Anche l’Iran ha tutto l’interesse a chiudere ora la guerra con una vittoria militare (pur pagata con circa 3.400 morti e ampie distruzioni) che diventerebbe un trionfo se l’accordo di pace sancisse l’abrogazione delle sanzioni alla Repubblica Islamica.

La pace gioverebbe ovviamente alle nazioni europee e asiatiche le cui economie dipendono in misura consistente dall’energia proveniente dalla regione del Golfo. Solo Israele potrebbe vedere negativamente un’intesa tra Washington e Teheran, specie se l’accordo riguardasse anche il fronte bellico de Libano meridionale dove le forze israeliane cercano di cacciare le milizie Hezbollh dal sud del Libano. Pur tenendo conto dell’ipotesi che sia il governo israeliano a dettare la linea alla Casa Bianca, occorre ricordare che solo gli aiuti militari e finanziari di Washington consentono da oltre due anni e mezzo a Benjamin Netanyahu di combattere su sei fronti una guerra infinita.