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Africa

Un vescovo mozambicano chiede aiuto all’Unione Europea

Al Parlamento Europeo monsignor Saure ha descritto la situazione del suo paese e ha chiesto aiuto per evitare che una intera generazione vada perduta

 

“In Mozambico, la croce non è solo un simbolo di fede. È diventata motivo di persecuzione per chi la porta. Dal 2021, gli insorti hanno iniziato a combattere sotto la bandiera dello Stato Islamico, attaccando le missioni cattoliche e costringendo le persone a convertirsi all'Islam”. Così si è espresso durante un incontro presso il Parlamento Europeo monsignor Inàcio Saure, arcivescovo di Nampula, una città del nord del Mozambico. Gli insorti di cui parla monsignor Saure sono i militanti di Ansar al-Sunna, i jihadisti attivi nel nord del paese dal 2017 che, insieme alle Adf ugandesi, formano l’Iscap, la Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico. “Tuttavia, la questione religiosa non sembra essere la causa più importante del conflitto – ha spiegato monsignor Saure – una delle cause principali della guerra a Cabo Delgado sembra essere l’interesse di gruppi che ruotano attorno alle risorse minerarie. Tuttavia, la nostra risposta non è l’odio, ma il perdono, il servizio e l’amore. Nelle province di Nampula e Cabo Delgado, la Chiesa cattolica rimane in prima linea, trasformando le sue parrocchie in centri di rifugio senza mura blindate né guardie armate. Crediamo che la soluzione al problema di Cabo Delgado e del Mozambico non risieda solo nell'azione militare, ma nello sviluppo integrale della dignità umana.” All’Unione Europea monsignor Saure ha chiesto di esercitare pressioni sulle multinazionali, affinché formino i giovani del posto e li assumano, e sul governo del Mozambico, affinché gli aiuti internazionali arrivino a destinazione e vengano impiegati per affrontare le cause profonde della crisi sociale e politica del paese. Il jihad infatti – ha spiegato – recluta i giovani locali radicalizzati, dalla povertà e dall’esclusione oltre che dagli insegnamenti di combattenti stranieri. Monsignor Saure ha proseguito spiegando che, a differenza degli anni passati, in questo momento le principali città del nord sono abbastanza sicure. I jihadisti infatti hanno costituito cellule più piccole e colpiscono soprattutto nelle campagne. In questo modo hanno esteso il loro raggio d’azione e ormai minacciano anche la provincia di Nampula. Nei grandi centri urbani inoltre l’affluenza di centinaia di migliaia di sfollati in fuga dai villaggi incustoditi bersaglio dei jihadisti ha creato gravi problemi di sovraffollamento. L’80% degli sfollati sono donne e bambini e la maggior parte di loro sono ospitati da famiglie povere perché i centri per sfollati e quelli di reinserimento sono un fallimento. “Il modello dei centri di reinsediamento è fallimentare – ha concluso monsignor Saure – abbiamo bisogno di soluzioni abitative permanenti integrate nelle comunità locali. Nampula è afflitta da cicliche epidemie di colera dovute alla sovrappopolazione e alle scarse condizioni igienico-sanitarie che causano squilibri ecologici e scarsità di risorse. I servizi igienico-sanitari di base sono una questione di biosicurezza. Si sta perdendo una intera generazione. Migliaia di bambini sfollati non hanno documenti né accesso alla scuola, il che li rende facili bersagli per i terroristi. La Chiesa è stata l'ultimo baluardo, con le risposte che ha fornito, incentrate sul sostegno psicosociale, sulla distribuzione di aiuti umanitari e sulla promozione della coesione sociale.”