Trump prometteva di porre fine alla guerra. Ne ha combattuta una illegittima
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Nonostante la promessa di porre fine alle guerre in corso, Donald Trump ha lanciato una serie di piccole guerre in America e in Africa. Poi si è lanciato nel conflitto in Iran, contrario alla costituzione americana e al diritto internazionale.
«Non inizierò guerre, le fermerò», dichiarava Donald Trump la notte del 5 novembre 2024, giorno della sua elezione come Presidente degli Stati Uniti d’America, nel suo discorso dopo la vittoria acquisita parlando dal palco di Palm Beach (Florida). Durante il suo mandato Trump si è vantato di aver fermato molte guerre e di meritare addirittura il Premio Nobel per la Pace.
In realtà, l’unico accordo che Trump ha contribuito a concludere è stato quello volto a far cessare i bombardamenti israeliani su Gaza (dove però l’esercito israeliano continua quotidianamente a mietere vittime sulla popolazione palestinese). Non ha mantenuto, invece, la promessa (fatta in campagna elettorale) di porre termine al conflitto Russia-Ucraina, e, soprattutto, ha intrapreso una serie, inattesa ed inimmaginabile, di azioni e minacce belliche. In poco più di un anno dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha ordinato molteplici operazioni militari in diversi Paesi del mondo. La maggior parte degli attacchi militari hanno riguardato basi dell’organizzazione terroristica islamica dell’Isis (in Somalia del 1 febbraio 2025; in Iraq del 13 marzo 2025; in Nigeria del 25 dicembre 2025), mentre altre operazioni militari hanno preso di mira il traffico di droga venezuelano, cui ha fatto seguito il bombardamento aereo del nord del Venezuela, in cui morirono decine di persone tra militari e civili, e poi terminato con la cattura del Presidente Nicolas Maduro (2 gennaio 2026).
In seguito Trump ha rivolto intimidazioni nei confronti della Colombia e del Messico, evocando la minaccia dell’uso della forza persino per l’acquisizione della Groenlandia (territorio autonomo del Regno di Danimarca, alleata della Nato). Più di recente, la concreta possibilità di un’operazione militare è stata invocata nei confronti di Cuba, considerata una «minaccia alla sicurezza nazionale» per gli Stati Uniti: l’incriminazione di Raúl Castro ha il chiaro intento di fornire all’amministrazione statunitense un pretesto utile per un’azione militare contro il paese cubano, secondo una strategia già impiegata contro il Venezuela.
Ma veniamo alla guerra in Iran. È il 28 febbraio 2026: Stati Uniti e Israele lanciano un massiccio attacco militare preventivo, colpendo Teheran e siti nucleari e provocando la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, alcuni membri della sua famiglia e altre importanti figure del regime. Nei bombardamenti condotti sin dal primo giorno dell’attacco si è consumata la strage della scuola femminile Shajaba Tayyiba di Minab, nel sud dell'Iran, in cui morirono 165 persone, per la maggior parte bambine. A solo un mese di distanza dall’inizio della guerra, al 1° aprile fonti indipendenti contavano alcune migliaia di vittime fra militari e civili. L’8 aprile gli Stati Uniti annunciano un cessate il fuoco della durata di 14 giorni, poi prorogato per favorire i negoziati. Nel contesto di una tregua e dei negoziati in corso tra i due Paesi, si susseguono annunci clamorosi di un’intesa e, quasi contestualmente, la ripresa dei bombardamenti e delle ostilità belliche.
Dal punto di vita economico, la guerra in Iran ha innescato una grave crisi energetica globale, con un aumento dei prezzi del petrolio e del gas, a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Trump ha giustificato gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran nel solco di un'azione preventiva “necessaria” per sventare la «minaccia imminente» costituita dal programma nucleare iraniano e dalle sue capacità missilistiche. Gli ulteriori obiettivi strategici includevano il cambio di regime a Teheran e l'arginamento dell'influenza dell'asse russo-cinese nella regione.
Ai fondati dubbi di legittimità costituzionale del Presidente degli Stati Uniti di avviare una guerra senza l’autorizzazione del Congresso, si aggiungono le violazioni poste in essere in ambito internazionale. La Carta delle Nazioni Unite (art. 2, par. 4) pone il divieto di astenersi dalla minaccia e dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, con le sole eccezioni dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza (art. 42) e della legittima difesa in risposta ad un attacco armato (art. 51). Nel caso della guerra in Iran, né l’una né l’altra condizione si sono avverate: il Consiglio di Sicurezza si è riunito in sessione d’emergenza soltanto dopo l’inizio dell’attacco e senza dare alcuna preventiva o successiva autorizzazione; l’ipotesi della legittima difesa, ai sensi della Carta Onu, non risulta legittimamente invocabile dagli Stati Uniti (e da Israele). Infatti, non solo non vi è stata alcuna aggressione armata da parte dell’Iran, ma non ricorre nemmeno il caso, invocato da Trump, della «minaccia imminente» di un attacco che giustifichi l’uso della forza in via preventiva a titolo di legittima difesa.
Fino allo scoppio della guerra il programma nucleare iraniano era sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea). Sebbene l'Aiea avesse formalmente dichiarato (cfr. Report by the Director General Aiea, 27.02.2026) ripetute violazioni da parte dell’Iran degli obblighi attinenti all’accordo di salvaguardia del Trattato di non proliferazione nucleare, rilevando importanti scorte di uranio arricchito di cui l’Agenzia non era stata in grado di garantire l’uso esclusivamente pacifico, e nonostante sia plausibile il sospetto che l'Iran possa utilizzare il suo programma nucleare per sviluppare armi atomiche in futuro, tutto ciò non giustifica un’azione militare unilaterale preventiva. Se l’amministrazione di Trump considerava tale programma una minaccia alla pace e alla sicurezza degli Stati Uniti, avrebbe dovuto rivolgersi al Consiglio di Sicurezza, e attivare le procedure previste nel Capitolo VII della Carta ONU: in primis, oltre alle raccomandazioni, le misure di natura economica e diplomatica ivi previste, e solo in via residuale, previa autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, l’uso della forza.
Dunque, l’attacco all’Iran degli Stati Uniti (e di Israele) viola il diritto internazionale. L’Aiea non ha fornito prove di un'imminente capacità nucleare offensiva dell'Iran. Fatte salve le tassative condizioni previste dalla Carta delle Nazioni Unite, il ricorso alla forza non può essere giustificato per perseguire un cambio di regime, quand’anche responsabile di violazioni dei diritti umani.
L’attacco armato contro l’Iran crea l’ennesimo pericoloso precedente di uso illegittimo della forza, determinato da ragioni politiche più che di legittima difesa. Legittimare attacchi militari preventivi, fondati su «minacce alla sicurezza» percepite come reali ed imminenti, ma prive di un riscontro probatorio oggettivo nel contesto attuale o soltanto ipotetiche in una prospettiva futura, o artatamente create ad hoc, aprirebbe la strada ad una serie interminabile di conflitti diffusi, una sorta di guerra permanente, dove la forza prevale sul diritto, ormai svuotato della sua funzione regolatrice dei rapporti di convivenza e di garanzia della pace fra i popoli e le Nazioni.
L’uso preventivo, illegittimo ed ingiustificato della forza e della minaccia da parte dell’amministrazione Trump cela un male persino maggiore di quello generato dagli effetti delle guerre a cui stiamo, oggi, assistendo: il pericolo di emulazione da parte di Paesi dotati di forme di governo molto più autocratiche e meno democratiche degli Stati Uniti.
