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CRISI

Lega, la fronda anti-Salvini cresce nelle roccaforti del nord

Con la crescita, a destra, del nuovo partito di Vannacci, la Lega di Salvini precipita nei sondaggi e rischia di perdere il suo ruolo di forza sovranista. I governatori del nord puntano a un ritorno dell'agenda federalista. 

Politica 14_08_2026
Matteo Salvini e Attilio Fontana (La Presse)

Nella Lega i malumori non sono più soltanto mugugni da corridoio. La frattura rimasta a lungo sotto traccia è ormai diventata una questione politica aperta: una parte sempre più consistente del Carroccio chiede a Matteo Salvini un cambio di rotta, una leadership più collegiale e persino un passo indietro. Il cuore della rivolta è nel Nord, proprio là dove la Lega è nata e dove continua ad avere la sua principale infrastruttura politica e amministrativa.

A guidare la fronda non sono figure marginali, ma amministratori che rappresentano il volto più solido del partito. Attilio Fontana, presidente della Lombardia, non ha formalmente chiesto le dimissioni di Salvini, ma ha reclamato una Lega capace di tornare a essere “di lotta e di governo”, cioè un partito radicato nei territori e capace di tradurre quel radicamento in risultati. In Veneto Luca Zaia, ex governatore, continua a essere il punto di riferimento dell'ala nordista, mentre il presidente del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga viene indicato, insieme all'ex governatore veneto, come possibile nuova guida della Lega. Gli striscioni comparsi in Veneto con gli slogan “Via Salvini” e “Zaia e Fedriga salvate la Liga” hanno dato una rappresentazione plastica di un malessere ormai pubblico.

La sostanza dello scontro è semplice: che cosa deve essere oggi la Lega? Un partito nazionale della destra sovranista oppure la forza politica del Nord produttivo, autonomista e federalista? È una domanda che riguarda la stessa trasformazione compiuta da Salvini. Il segretario prese una Lega in crisi e la trasformò in una macchina politica nazionale, portandola al 34% alle Europee del 2019. Fu un'impresa straordinaria, ma quella trasformazione oggi appare arrivata al capolinea.

La Lega è precipitata intorno al 6% e in alcune rilevazioni è scesa sotto quella soglia. Nel frattempo Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, nato dalla rottura con Salvini, ha compiuto il sorpasso: nella Supermedia YouTrend di fine luglio il partito dell'ex generale era al 7,1%, contro il 5,9% della Lega. Il dato rende evidente che la crisi dei numeri è diventata crisi di identità.

Salvini aveva scommesso sulla trasformazione della Lega in un partito nazionale, capace di parlare a tutta l'Italia sui grandi temi della destra: immigrazione, sicurezza, Europa, sovranità. Ma su quel terreno oggi Fratelli d'Italia è molto più forte e riconoscibile, mentre Vannacci occupa lo spazio della destra più radicale. La Lega rischia così di trovarsi schiacciata tra Giorgia Meloni e il nuovo partito dell'ex generale, senza più una funzione politica distintiva.

È qui che torna a farsi sentire il Nord. La richiesta non è necessariamente quella di cancellare la svolta nazionale o di tornare alla Lega secessionista degli anni Novanta. È piuttosto la domanda di recuperare una ragione sociale precisa: rappresentare territori che producono una quota enorme della ricchezza italiana e chiedono maggiore autonomia, efficienza amministrativa, infrastrutture, competitività e una diversa distribuzione delle risorse.

In questo quadro si colloca anche la proposta di Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Lombardia, di azzerare gli attuali vertici, convocare un nuovo congresso e riscrivere lo statuto per rilanciare le ragioni originarie del movimento. È una posizione che trasformerebbe il dissenso in una vera piattaforma alternativa: non più soltanto “Salvini sbaglia”, ma “la Lega deve tornare a sapere perché esiste”.

Qui entra in gioco anche la parabola personale di Salvini. Il segretario rivendica di essere stato eletto fino al 2029 e ha ribadito di voler guidare la Lega nei prossimi anni. Ma una leadership formalmente legittima può diventare politicamente fragile se perde la capacità di aggregare consensi.

Negli ultimi mesi il contrasto tra le priorità del segretario e quelle della vecchia guardia territoriale è apparso sempre più evidente. Da una parte il Ponte sullo Stretto, grande simbolo della politica infrastrutturale nazionale di Salvini; dall'altra l'autonomia, le infrastrutture del Nord, la competitività delle imprese e il rapporto tra territori e Stato. Persino la vicenda di Mario Roggero, il gioielliere condannato definitivamente a 14 anni e 9 mesi per l'uccisione di due rapinatori, è diventata una nuova bandiera della comunicazione salviniana, con il leader leghista impegnato a chiedere un intervento sulla sua detenzione.

Il punto non è sostenere che un leader non possa occuparsi di sicurezza o giustizia. Il problema è un altro: se la Lega torna a parlare soprattutto di questi temi, mentre il suo stesso Nord chiede autonomia, sviluppo e rappresentanza, quale spazio politico resta al Carroccio? Se sulla sicurezza è più credibile Meloni e sulla destra identitaria Vannacci, la Lega rischia di perdere proprio ciò che la rendeva diversa dagli altri.

Venticinque anni fa moriva Gianfranco Miglio, il professore comasco che fu uno dei grandi ideologi della Lega delle origini. A lui si deve gran parte dell'elaborazione teorica del primo progetto federalista del movimento, fondato sulla costruzione delle tre macroregioni e su una profonda riforma dello Stato.

La distanza tra quel progetto e la Lega nazionale di Salvini è evidente. Ma forse è proprio questa distanza che oggi obbliga il partito a scegliere. Salvini ha dimostrato che la Lega poteva diventare nazionale; il problema è che, dopo aver perso consenso a favore di Meloni e Vannacci, non è riuscito a dimostrare che quella trasformazione fosse anche duratura.

La partita che si apre dopo l'estate sarà dunque molto più importante di una semplice conta tra correnti. Sarà una discussione sul futuro del Carroccio. Se la Lega saprà trasformare la rivolta dei governatori in una proposta politica, l'autonomia differenziata potrebbe diventare il punto di ripartenza: non come slogan, ma come concreta battaglia istituzionale, economica e territoriale. Se invece tutto si risolverà in qualche nomina, in un nuovo tavolo e nella cooptazione di qualche amministratore, il problema resterà intatto.

La vera sfida per Salvini, allora, non è soltanto conservare la segreteria. È recuperare un'autorità politica che oggi appare contestata proprio nei territori che hanno fatto grande la Lega. E la domanda che arriva da Lombardia, Veneto e Friuli è ormai difficile da eludere: può ancora essere Salvini a guidare la rinascita della Lega, oppure per rinascere il Carroccio deve prima cambiare chi sta al volante?