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FORUM DI DAVOS

Trump contro gli europei, su Groenlandia, Chagos, Gaza

Donald Trump contro tutti gli europei. Attacca la Danimarca per la Groenlandia, la Norvegia per il mancato Nobel, il Regno Unito per le isole Chagos (Diego Garcia) e già che c'è anche la Francia per la sua assenza dal Board della Pace per Gaza. 

Esteri 21_01_2026
Donald Trump, conferenza stampa prima di Davos (AP)

Lunedì 19 gennaio è iniziato il Forum Economico Internazionale di Davos, ma l’evento è stato eclissato da Donald Trump. Con una raffica di commenti ostili, pubblicati direttamente e senza mediazioni sul social network di sua proprietà, Truth, ha tirato bordate sulla Danimarca (per la Groenlandia), sulla Francia (per il Board of Peace di Gaza), sul Regno Unito (per la cessione di Diego Garcia) e sulla Nato nel suo insieme. Queste bordate social sono arrivate a 24 ore di distanza dalla pubblicazione di un messaggio personale inviato da Donald Trump al premier norvegese Jonas Gahr Støre. In cui esprime un concetto incredibile: non avendo vinto il Nobel per la Pace (e attribuisce la responsabilità all’incolpevole governo norvegese) ora vorrebbe prendersi qualche soddisfazione, a partire dall’occupazione della Groenlandia.

Il Regno Unito aveva firmato il 22 maggio, con il pieno consenso degli Usa, l’accordo con lo Stato di Mauritius per la cessione delle isole Chagos (fra cui Diego Garcia). Usa e Regno Unito manterranno il controllo sull’importante base militare di Diego Garcia, chiave di tutte le operazioni nel Golfo Persico. Ora Trump pare aver repentinamente cambiato idea e ha definito “stupida” la decisione britannica di cedere Diego Garcia.

La crisi diplomatica con la Danimarca, per la rivendicazione americana sulla Groenlandia, ha compiuto un altro passo verso l’escalation con l’annuncio dei dazi ai paesi Nato che hanno inviato contingenti (simbolici) nell’isola artica, su richiesta della Danimarca. Trump, usando ancora una volta i dazi come se fossero sanzioni, intende applicare il 10% di tariffe aggiuntive ai paesi “colpevoli” di negargli la Groenlandia. E dalla prossima estate i dazi salirebbero al 25% se la loro contrarietà dovesse persistere.

Il messaggio personale al premier norvegese ricollega la questione groenlandese allo “sgarbo” personale di non aver ricevuto il Nobel per la Pace. Le parole di Trump sono infatti inequivocabili: «Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato più di 8 guerre, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace, sebbene questa sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è giusto e giusto per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non può proteggere quella terra [la Groenlandia, ndr] dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”?». Seguono una serie di falsi storici: Trump arriva a dire che non ci siano “documenti scritti” che provino il possesso della Groenlandia da parte della Danimarca, rinnegando così lo stesso accordo fra Usa e Danimarca per l’uso delle basi nell’isola artica del 1951.

L’episodio della lettera al premier norvegese resta uno dei più incredibili nella storia diplomatica degli Usa. Prima di tutto per il destinatario: la Norvegia non c’entra nulla con la Groenlandia, perché Trump ne parla con il suo capo di governo? Il Comitato del Nobel non dipende neppure dal governo, per cui che senso ha una rappresaglia politica, per di più contro un paese terzo? La missiva è talmente assurda che anche un intellettuale conservatore e sostenitore di Trump da tempi non sospetti, Rod Drehr, nel suo ultimo editoriale su The Free Press arriva a dubitare della stessa sanità mentale del presidente in carica: «Lo scorso fine settimana, Trump ha dichiarato che punirà otto paesi europei con dazi del 10% finché la Danimarca non cederà la Groenlandia agli Stati Uniti. Ha poi collegato la sua irritazione per la Groenlandia al mancato conferimento del Premio Nobel per la Pace. La mente vacilla di fronte alla follia di un presidente americano che agisce con tanta petulanza. È un Giulio Cesare del distretto esterno, il Don(ald) Corleone di Pennsylvania Avenue».

Ma non poteva mancare neppure una lite con il presidente francese Emmanuel Macron. Colpevole, a detta del presidente americano, di non voler aderire al Board of Peace, l’organismo internazionale istituito da Trump per la stabilizzazione del Medio Oriente. Il problema, dal punto di vista francese, è molteplice. Trump ha invitato a farvi parte anche Putin e Lukashenko, entrambi sotto sanzioni europee. Ha posto come condizione quello di contribuire con un fondo da 1 miliardo di dollari, pubblici o privati, come se fosse un club. Nelle regole del nuovo organismo, di fatto solo Trump possiede il diritto di veto. Infine, ma non da ultimo, il Board, creato per porre fine alla guerra a Gaza, sta diventando, negli intenti di Trump, un surrogato dell’Onu, perché potrebbe occuparsi anche di altri teatri di crisi in tutto il mondo. Ma il ritiro della Francia è stato visto da Trump come l’ennesimo sgarbo personale, a cui ha risposto con una minaccia di dazi del 200% sui vini francesi, a partire dallo champagne.

Facile prevedere cosa possa succedere a Davos. Trump dovrebbe intervenire oggi, il forum mondiale, da appuntamento consuetudinario delle élite economiche, diventerà la sede di trattative euro-americane. «Non capisco cosa vuole fare con la Groenlandia», aveva scritto privatamente Macron a Trump. E il presidente americano, per tutta risposta, ha pubblicato il messaggio su Internet, rompendo la consuetudine di tenere segrete le conversazioni personali e riservate fra capi di Stato. Altro gesto di palese ostilità, ripetuto poi con Marc Rutte, segretario generale della Nato.

Alla vigilia della partenza per Davos, il 20 gennaio (ieri, per chi legge), il presidente americano ha tenuto una conferenza stampa più tradizionale, in cui ha smorzato i toni ed evitato molte risposte. Ma intanto questi giorni di accuse e toni forti hanno provocato uno sconquasso anche all’interno degli Usa, anche all’interno del mondo conservatore e fra gli alleati europei sinora più vicini a Trump. Sia Jordan Bardella (Rassemblement National) che Nigel Farage (Reform UK) si oppongono apertamente alle mire di Trump sulla Groenlandia.

Tre cardinali statunitensi, Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph W. Tobin, arcivescovo di Newark, hanno emesso un documento in cui si ribadiscono i principi di una politica estera conforme alla dottrina cattolica, un testo che, visti gli eventi, suona come una critica: “Cerchiamo di costruire una pace veramente giusta e duratura, quella pace che Gesù ha proclamato nel Vangelo. Rinunciamo alla guerra come strumento per ristretti interessi nazionali e proclamiamo che l'azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come un normale strumento di politica nazionale”.

Fra gli americani, secondo un sondaggio Quinnipac, l’86% si opporrebbe a un’invasione militare della Groenlandia, percentuale che scende al 68% fra gli elettori registrati Repubblicani. Comunque è sempre una maggioranza assoluta di contrari, anche nello stesso elettorato di Trump.