• LA SENTENZA

Trattativa Stato-Mafia flop: intanto ha pagato il Paese

La trattativa Stato-Mafia si scioglie come neve al sole. Un teorema inverosimile ha tenuto ingessato il dibattito socio-politico per anni. Chi paga per questo scempio giudiziario? Quanto è costato a ciascun cittadino questo maxi processo, quante opere pubbliche si sarebbero potute costruire? La grancassa mediatica ha reso sempre più tossico il clima nel Paese, diffondendo tesi ardite e prive di riscontri nella realtà. 

E ora chi paga per tutto ciò? E’ la domanda che nasce spontanea all’indomani della sentenza d’appello relativa alla presunta trattativa Stato-mafia. Gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno sono stati assolti dall’accusa di violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato perché il fatto non costituisce reato. L’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri è stato assolto per non aver commesso il fatto. Confermata parzialmente la condanna per il boss Leoluca Bagarella, che ottiene un piccolo sconto di dodici mesi sulla pena, abbassata a 27 anni. L’unica condanna confermata nella sua integralità, 12 anni di carcere, è quella per Antonino Cinà, medico di Totò Riina.  

L'appello, nel corso del quale è stata riaperta l'istruttoria dibattimentale, è cominciato il 29 aprile del 2019. Durante il processo è uscito di scena, per la prescrizione dei reati, un altro imputato, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, che rispondeva di calunnia aggravata all'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e concorso in associazione mafiosa. Si ricorderà che il ruolo di Mori e i suoi, dopo il '93, nella ricostruzione dell'accusa, sarebbe stato assunto da Dell'Utri che nella sentenza di primo grado venne definito "cinghia di trasmissione" tra i clan e gli interlocutori istituzionali.

Per la corte d’Assise di Palermo, dunque, lo Stato non si piegò alla mafia e le illazioni sugli alti vertici dello Stato sospettati di aver ceduto ai ricatti dei boss in cambio della sospensione delle stragi di mafia si sciolgono come neve al sole. Sotto processo, ma per il reato di falsa testimonianza, era finito anche l'ex ministro dell'interno Nicola Mancino che venne poi assolto. La Procura non presentò appello e quindi l'assoluzione diventò definitiva. Per la cosiddetta trattativa è stato, infine, processato separatamente e assolto, in abbreviato, l'ex ministro Dc Calogero Mannino.

Dunque, per i giudici d’appello, i responsabili sono solo i vertici di Cosa nostra, peraltro alcuni già morti durante il processo di primo grado, come Totò Riina e Bernardo Provenzano. Tredici anni di calvario giudiziario per intere famiglie, prodotto da una vera e propria guerra tra bande di toghe che nulla aveva a che fare con la corretta amministrazione della giustizia. E quindi la domanda riaffiora con vigore: chi paga per questo scempio giudiziario a spese dei cittadini? Sarebbe interessante scoprire quanto è costato a ciascun cittadino questo maxi processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, quante opere pubbliche si sarebbero potute costruire con quei soldi, e, soprattutto, quale evoluzione avrebbe avuto la politica italiana se il cortocircuito mediatico-giudiziario scatenato da quell’assurda inchiesta non si fosse realizzato.

Un teorema inverosimile, ora smontato dai giudici d’appello, ha tenuto ingessato il dibattito socio-politico per anni, gettando infamia sulle istituzioni e alimentando sfiducia nei loro confronti. La grancassa mediatica ha reso sempre più tossico il clima nel Paese, diffondendo tesi ardite e prive di riscontri nella realtà ma suffragate dalle “coraggiose” rivelazioni di pentiti in cerca di notorietà e sconti di pena. E’ vero che bisognerà attendere tre mesi per poter leggere le motivazioni della sentenza, ma è già chiara una cosa: se contatti tra vertici dello Stato e boss mafiosi ci sono stati, essi sono stati saltuari e finalizzati ad acquisire, da parte dello Stato, elementi utili per combattere le cosche e porre fine alle stragi, giammai per negoziare benefici o altro.

L’imputato di cui si è parlato di più nelle ultime settimane, anche per il paginone di auguri per gli 80 anni che gli amici hanno voluto regalargli sul Corriere della Sera, è Marcello Dell’Utri, che si toglie qualche sassolino dalla scarpa. «E' un film, una cosa inventata totalmente – ha detto all’indomani della sentenza di appello, in una telefonata con Bruno Vespa a Porta a Porta -. Io questo processo non l'ho neanche seguito. Mi sono sentito quando sono andato a Palermo all'udienza come un turco alla predica, non capivo di cosa stessero parlando. Questa cosa era inesistente però purtroppo avevo paura che potessero avallare queste cose inventate servendosi dei soliti pentiti che hanno bisogno di dire cose per avere vantaggi, e di molta stampa che affianca le procure e soprattutto la procura di Palermo. Questo mi preoccupava, ma speravo intimamente nell'assoluzione». 

La conferma che questo verdetto contribuirà a riscrivere pagine concitate di storia del Paese arriva anche dalle parole di Maurizio Turco e Irene Testa, Segretario e Tesoriere del Partito Radicale: «Non abbiamo mai dubitato dell'estraneità del Generale Mario Mori e degli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni e Giuseppe De Donno alla vicenda per la quale per anni sono stati inchiodati e additati come traditori dello Stato. Questa sentenza ci obbliga ad una lettura radicale della narrazione di questi anni. La riforma della giustizia e in particolare la responsabilità civile sono una impellente necessità».

Al netto delle inevitabili strumentalizzazioni politiche delle ultime ore, rimane da fare un’ultima amara considerazione. Molti media hanno impaginato in modo assai sfumato questa notizia dell’assoluzione degli imputati, dopo aver martellato per anni interi l’opinione pubblica sulla trattativa Stato-mafia. Questa è una mancanza di rispetto, da parte di molte testate, sia nei confronti delle famiglie delle persone assolte, sia nei riguardi dell’opinione pubblica, che dovrebbe poter contare su una narrazione equilibrata di pagine così delicate per la comprensione della realtà nazionale.

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