• SENTENZA ASSURDA A SCUOLA

Trans toilette, negli Usa ci pensa il giudice

La Corte d’Appello di Richmond ha stabilito che la pretesa di una studentessa di utilizzare a scuola i bagni dei ragazzi anziché quelli delle compagne è legittima. L'istanza delle “trans-toilette” diventata un diritto imprescindibile. Dal Regno Unito all'Italia, quante sparate...fuori dal vaso.

Una trans toilette

Tra i mille rivoli della battaglia portata avanti dagli attivisti lgbt ce n’è uno che si sta ingrossando sempre di più ed è quello per la libertà di accedere alle toilette che meglio si adattano all’identità sessuale che ognuno percepisce al momento. Bagni e spogliatoi sono diventati l’ultima frontiera di una lotta per l’emancipazione gender fluid, forse la più ardua e simbolica allo stesso tempo, visto che davanti la tazza del water e sotto il getto di una doccia viene meno ogni trasformazione storico-socio-palastico-culturale che l’essere umano fa su se stesso e riemerge prepotentemente il dato-biologico che abbiamo voluto camuffare. 

Tutti nudi come vermi o con le braghe calate importa poco, di sicuro però nei wc la crudele verità della natura fa la sua comparsa - soprattutto se dalle parti dei genitali non è intervenuta la mano del chirurgo - e questo non può essere tollerato dai gendarmi del politicamente corretto. Le rivendicazioni, anche le più assurde, sono legittime fintanto che rimangono tali, il fatto è che l’istanza delle “trans-toilette” è ormai diventata un diritto imprescindibile che viene riconosciuto, difeso e promosso degli organi politici e giudiziari.

L’ultimo episodio di questa partita che non va affatto sottovalutata arriva dagli Stati Uniti, dove l’alta Corte d’Appello Federale di Richmond (4th Circuit) ha stabilito che la pretesa di una studentessa (in tutto e per tutto femmina ma che afferma di sentirsi maschio) di utilizzare a scuola i bagni dei ragazzi anziché quelli delle compagne è legittima. Nella sentenza emessa pochi giorni fa, la corte ha inoltre demandato al Dipartimento Istruzione Usa il compito di definire — superando le ambiguità dei casi precedenti che si erano già verificati — i regolamenti che dovranno consentire agli studenti transgender di accedere ai bagni che meglio si adattano all’identità sessuale che questi sentono loro, piuttosto che al loro sesso biologico.

Il pronunciamento rovescia un precedente giudizio di un tribunale federale di grado inferiore, che aveva negato a Gavin (questo il nome della studentessa) l’ingiunzione preliminare che gli avrebbe permesso di usare il bagno degli uomini della sua scuola superiore a Gloucester County. La notizia ha capeggiato sulle prime pagine di molti giornali americani ed è stata ripresa anche dalla stampa nostrana che parla di vittoria contro le “discriminazioni che subiscono gli studenti transgender”.

Tutti i media ad agitare il fantasma dell’omofobia e della discriminazione, nessuno che spiega però che si sta parlando di giovanissimi ragazzi del liceo, non operati, che non hanno subito trattamenti ormonali, che non vanno a scuola vestiti come drag queen e che, nella fattispecie, non si dichiarano nemmeno omosessuali. Ecco, ad una ragazza così descritta, secondo le menti illuminate del pensiero unico dominate, basta sentirsi “maschio” per poter espletare le sue funzioni urinarie nei bagni dei suoi compagni (la poverina evidentemente non sa quello che le spetta).

La questione è più seria e delicata di quello che si potrebbe pensare perché lo scorso marzo lo stato del North Carolina aveva varato una legge, l’House Bill 2, che imponeva l’utilizzo dei servizi pubblici seguendo il proprio sesso biologico. Nelle settimane successive lo Stato americano ha dovuto fare marcia indietro per via delle durissime contestazioni mosse dalla longa manus della lobby lgbt.

L’NBA, la lega del basket statunitense, aveva messo in forse lo svolgimento dell’All-Star Game 2017 nella città di Charlotte; Bruce Springsteen aveva cancellato un concerto in North Carolina; la Deutsche Bank aveva deciso di cancellare un progetto che avrebbe portato alla creazione di 250 posti di lavoro in un centro di ricerca del North Carolina che già occupa 900 persone e perfino uno dei più grandi siti a luci rosse degli States, XHamster.com, che aveva deciso di inibire l’accesso ai propri servizi a tutti i computer del North Carolina. Per lo Stato americano sarebbe stato un colpo durissimo: il giro d’affari stimato solo per l’evento del basket è infatti superiore ai 100 milioni di dollari.

Esempi di integrazione e tolleranza arrivano invece dalla California. L’amministrazione locale di West Hollywood, sobborgo di Los Angeles, ha varato un’ordinanza che prevede infatti l’abolizione di ogni “insegna, figura o indicazione per destinare i bagni agli utenti di uno specifico genere”. La questione degli Usa è sentita a tal punto che il New York Times, più di un anno fa, definì il 2015  “the Year of the Toilet”. 

Le cose non vanno meglio in Europa. Ogni tendenza a stelle e strisce tende infatti ad arrivare sull’altra sponda dell’Atlantico a velocità sostenuta. Sempre lo scorso marzo, l’assemblea autonoma di Madrid, l’organo legislativo della capitale spagnola, ha approvato la “Legge di identità ed espressione di genere e uguaglianza sociale e di non discriminazione”, che non è altro che un testo teso a promuovere una completa relativizzazione della natura dell’essere umano. Nel concreto l’iniziativa prevede, fra le altre cose, che nelle scuole pubbliche, negli spazi sanitari e  nelle strutture sportive “si rispetti l’identità di genere che ogni persona riferisca di avere nel momento in cui fa uso degli spazi separati per sesso”. Vale a dire che un bambino potrà accedere agli spogliatoi delle bambine, manifestando solo che egli “si sente donna”. 

Non è da meno l’emancipata ed evoluta Gran Bretagna: a gennaio una commissione presieduta dall’ex segretario alla cultura, Maria Miller, ha espresso una serie di raccomandazioni, fra le quali che un genere “x” venga introdotto come opzione sui passaporti; che sia permesso ai bambini di avere cure per bloccare la pubertà e che siano evitate e superate le situazioni problematiche create dall’esistenza di diverse uniformi scolastiche per ragazzi e ragazze, così come dalle attività sportive separate e persino dalla separazione dei gabinetti.

Nel Regno Unito la questione dei servizi igienici per i transessuali è arrivata persino ai massimi vertici della politica britannica: John Berkow, presidente della Camera dei Comuni ha proposto che anche il Parlamento inglese adotti tale soluzione per i propri servizi, sebbene nessun deputato sia transgender. L’iniziativa, secondo il proponente, avrebbe infatti un valore altamente simbolico e non deve per forza rispondere ad una necessità reale. 

Alla luce della cronaca più recente, in Italia possiamo quindi considerare pionieristico l’impegno dell’ex on. Vladimir Luxuria, nella legislatura 2006-2008 del secondo governo Prodi, per poter accedere al bagno delle signore a Palazzo Montecitorio. Tutto ebbe inizio dopo una lite nei wc delle donne tra Luxuria e la deputata azzurra, Elisabetta Gardini. Questo episodio spinse l’onorevole Lucio Barani (Partito Socialista-Nuovo Psi), a chiedere all’allora presidente della Camera Bertinotti di installare un trans wc in Parlamento: «Ho inoltrato al Presidente un’interrogazione urgente. Bertinotti ha voluto Luxuria in Parlamento, ora deve provvedere, ci sono degli obblighi igienico-sanitari da adempiere».

L’esecutivo Prodi cadde rovinosamente nel gennaio 2008 e nessuno portò avanti questa importante riforma per futuro benessere mentale degli italiani. Tuttavia siamo certi che anche l’attuale Parlamento italiano sia pieno di politici pronti a prendere il testimone – o meglio lo spazzolone – di questa battaglia di libertà ed emancipazione per la creazione di servizi igienici inclusivi ed arcobaleno. Perché quando scappa scappa e non sarà la targhetta con un omino stilizzato a fermare l’avanzata ‘incontenibile’ del progresso.

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