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Ora di dottrina / 199 – Il supplemento

La dottrina della corredenzione in sant’Alfonso

Come la caduta è avvenuta per mezzo di un uomo e una donna, così Dio ha voluto che la riparazione avvenisse grazie a suo Figlio e Maria. Il passo di Isaia 63: risposta a un’obiezione. Merito de condigno e merito de congruo. Ecco come sant’Alfonso Maria de’ Liguori spiegava la corredenzione mariana.

Catechismo 01_03_2026

Sono davvero tanti i santi che hanno proclamato, nelle loro opere, la verità della corredenzione mariana. Ad alcuni di loro abbiamo dedicato gli articoli delle domeniche passate: il beato Ildefonso Schuster, san Massimiliano Kolbe, il beato Columba Marmion, suor Lucia di Fatima, la venerabile Madre Costanza Zauli, il beato Giacomo Alberione, il beato Gabriele Allegra. Ma ve ne sono numerosi altri che, pur senza soffermarsi su questo mistero con riflessioni più articolate, hanno con estrema naturalezza utilizzato il titolo di Corredentrice per la Madre di Dio. Tra i tanti, vengono in mente san Josemaria Escrivá, san Luigi Orione, san Leopoldo Mandic, san Pio da Pietrelcina, san Bartolo Longo. E la lista potrebbe continuare.

Oggi diamo spazio ad un grande santo e dottore della Chiesa, che ha ampiamente supportato la dottrina della corredenzione mariana: sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787). Il suo pensiero risulta di particolare interesse, perché si colloca in un’epoca in cui, il protestantesimo da una parte e il giansenismo, piuttosto radicato tra le élite culturali e politiche dell’epoca, dall’altra, non vedevano di buon occhio l’enfasi, ritenuta eccessiva, sulla devozione a Maria Santissima e la sua centralità nel piano divino della Redenzione.

Il clima del Settecento, dal punto di vista della “temperatura” mariana, era piuttosto simile a quello che abbiamo vissuto dopo il Concilio Vaticano II e che continua a perdurare: un mix di opposizione alle verità di fede riferite a Maria e asettico distacco dalle devozioni popolari più legittime. In effetti, la genesi del capolavoro mariologico di sant’Alfonso, Le glorie di Maria (1750), ha anche a che vedere con la volontà di rispondere alla Regolata divozione (1747) di Ludovico Antonio Muratori, padre della storiografia italiana, che dall’alto della sua erudizione aveva pensato bene di prendersela con pellegrinaggi e processioni. L’intellettualismo del Muratori era, agli occhi del santo, un pericolo notevole, perché troppo distante dalla pietà, quella pietà che sa aguzzare l’occhio interiore della fede più di molti ragionamenti. Pietà e dogma, intelligenza e cuore: sono questi i binari nei quali si muove l’opera del santo napoletano.

«Non ha dubbio, dice il santo [san Bernardo di Chiaravalle], che Gesù Cristo egli solo fu sufficientissimo per redimerci, ma congruum magis fuit, ut adesset nostræ reparationi sexus uterque, quorum corruptioni neuter defuisset (Serm. in Sign. Magn. – ma fu più conveniente fossero presenti entrambi i sessi alla nostra riparazione, visto che nessuno dei due mancò alla nostra corruzione) […] Ha ben potuto Dio, conferma S. Anselmo, creare il mondo dal niente; ma essendosi perduto il mondo per la colpa, non ha voluto Dio ripararlo senza la cooperazione di Maria» (Le Glorie di Maria, I, cap. 5 § 2).

Si vede bene come sant’Alfonso metta subito le mani avanti per parare i colpi dei due fuochi, protestante e giansenista: Gesù Cristo non aveva certo bisogno di Maria per salvarci, ma nel piano di Dio è stato disposto che la riparazione non avvenisse diversamente dalla caduta: un uomo e la sua compagna trascinarono l’umanità nel baratro, il Figlio dell’uomo e la Madre sua lo hanno risollevato. Dio, potremmo dire, non usa il criterio del minimo necessario nel suo progetto salvifico, ma opera in un modo che, agli occhi degli uomini che temono Dio, appare in tutta la sua sapienza e magnanimità. E così si può apprezzare la convenienza della sua decisione di salvare il mondo in un modo uguale e contrario a come i progenitori lo avevano perduto; ma non risplende di meno la sua magnanimità, nel voler associare la sua creatura in quest’opera, così da renderla persino meritevole: facendo assumere una vera natura umana al Verbo, elevando una donna alla dignità di Madre di Dio e associandola all’opera salvifica del Figlio, riversando grazie su grazie agli uomini, perché, trasformati da dentro, potessero essere principio di opere buone e meritorie.

Ma allora che ne è della verità di fede dell’unicità del Redentore degli uomini, Cristo Gesù? Un testo importantissimo del profeta Isaia (63, 3), tradizionalmente interpretato come un passo veterotestamentario che parla del Redentore venturo, veniva chiamato in causa per sostenere che la presenza di una “corredentrice” andrebbe diametralmente contro la Rivelazione: «Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me». Torcular calcavi solus, dice la Vulgata. Anche questa obiezione è ben presente a sant’Alfonso, che vi risponde in due riprese: «È vero che nel morire per la Redenzione del genere umano Gesù volle esser solo: Torcular calcavi solus (Is. LXIII, 3); ma vedendo egli il gran desiderio di Maria d'impiegarsi ella ancora nella salute degli uomini, dispose ch'ella col sacrificio e coll'offerta della vita di esso stesso Gesù, cooperasse alla nostra salute, e così divenisse madre dell'anime nostre» (Ibi, cap. 1 §2).

Cristo è l’unico Redentore; Maria non è un’altra redentrice per virtù propria, indipendente da Lui: Ella viene associata alla redenzione proprio da Cristo, che solo, in forza del suo essere l’unico Redentore, poteva associare a Sé qualcuno. Di modo che non vi sono così due redentori, ma uno solo, Cristo, che però sceglie di associare a Sé e alla sua opera la Madre. E così la Madre non effettua una redenzione parallela, ma partecipa all’unica redenzione dell’unico Redentore. Un solo Redentore, che unisce a sé una Corredentrice.

Il punto è particolarmente caro a sant’Alfonso, che vi ritorna una seconda volta, chiamando a supporto la testimonianza di Riccardo di San Lorenzo, teologo francese del XIII secolo e autore di un Mariale molto conosciuto, il De laudibus beatæ Mariæ Virginis: «E Riccardo sulle parole del Redentore, ch'egli disse per Isaia: Torcular calcavi solus, et de gentibus non est vir mecum (Is. LXIII, 3); soggiunge: Verum est, Domine, quod non est vir tecum, sed mulier una est tecum, quae omnia vulnera quæ tu suscepisti in corpore, suscepit in corde: Signore, avete ragione di dire che nell'opera dell'umana Redenzione siete solo a patire, e non avete alcun uomo che almeno vi compatisca abbastanza; ma avete una donna ch’è la vostra Madre, la quale quanto voi soffrite nel corpo ella soffrisce nel cuore» (Le Glorie di Maria, II, disc. 19, 1). Non est vir mecum, sed est mulier, sembra dire sant’Alfonso; quella mulier, quella donna preannunciata in Genesi 3, 15 e che ritroviamo ai piedi della Croce.

Sant’Alfonso testimonia una tradizione teologica ben consolidata recependo la distinzione – «come parlano le Scuole» – tra i meriti de condigno e i meriti de congruo: «È noto già quanto comunemente da’ Teologi e SS. Padri venga attribuito a Maria questo titolo di mediatrice, per aver ella colla sua potente intercessione e merito di congruità ottenuta a tutti la salute, procurando al mondo perduto il gran beneficio della Redenzione. Dicesi merito di congruità, perché solo Gesù Cristo è nostro mediatore per via di giustizia e per merito de condigno, come parlano le Scuole, avendo egli offerti i suoi meriti all'Eterno Padre, che gli ha accettati per la nostra salute. Maria all’incontro è mediatrice di grazia per via di semplice intercessione e di merito de congruo, avendo ella offerto a Dio, come dicono i Teologi con S. Bonaventura, i suoi meriti per la salute di tutti gli uomini, e Dio per grazia gli ha accettati con i meriti di Gesù Cristo» (Ibi, disc. 2, 1).



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