La nuova Arca dell’Alleanza – Il testo del video
L’Arca dell’Alleanza è centrale nella storia di Israele: lo si vede in alcuni episodi chiave dell’Antico Testamento, come l’ingresso nella terra promessa. Scopriamo com’era fatta. E dove si trova adesso? La profezia di Geremia.
Oggi proseguiamo la nostra indagine riguardo al mistero di Maria nella Sacra Scrittura e in particolare in quelle prefigurazioni che troviamo nell’Antico Testamento. Abbiamo trattato il parallelo Maria-Eva e poi il parallelo Maria-Abramo. Oggi iniziamo una catechesi, che ci occuperà per due domeniche, su un’altra figura importantissima che anticipa, prepara il terreno per comprendere chi è Maria Santissima: l’Arca dell’Alleanza. Oggi vediamo che cos’è l’Arca per l’Antico Testamento, per il popolo ebraico, e dov’è oggi. E domenica prossima vedremo perché possiamo dire con ragioni fondate sulle Scritture e sulla Tradizione che Maria è la nuova Arca dell’Alleanza. E vedremo quali sono quelle caratteristiche particolari di Maria Santissima che sono state anticipate in questo segno, in questo tipo, in questa prefigurazione.
Ricordiamo che quando parliamo di “lettura tipologica”, non abbiamo un solo tipo che preannuncia il suo compimento, ne abbiamo diversi, e ognuno di questi ci permette di cogliere un aspetto diverso, più profondo, dello stesso mistero che viene anticipato. Pensiamo a Cristo, che nell’AT è anticipato non solo da un tipo, ma da diversi: Adamo, Mosè, Giacobbe, Isacco, eccetera. E ognuno di questi illumina in qualche modo il mistero di Cristo. Qualcosa di analogo lo abbiamo per Maria Santissima.
Entriamo nel nostro argomento e chiediamoci che cos’era l’Arca. Anzitutto, che cos’è questo oggetto sacro? Mosè non riceve solo il Decalogo, ma anche la rivelazione di come doveva essere costruito il Tabernacolo in ogni suo dettaglio e come doveva essere svolto il culto. Questo è l’aspetto un po’ più marginalizzato. Si parla frequentemente del Decalogo come il dono che Dio fa al suo popolo, ma spesso si dimentica che sempre lì nel deserto, sul Sinai, Mosè riceve la rivelazione relativa al culto. E in particolare ci interessa questo luogo in cui Dio si sarebbe reso presente, in mezzo al suo popolo. Prima di tutto ricordiamo che il senso dell’Esodo non è solo una “liberazione da” – liberazione da una schiavitù, dall’Egitto, dall’oppressione del faraone – ma è una “liberazione per”. Se leggiamo il racconto dell’Esodo, ci accorgiamo che il popolo viene liberato per offrire il culto a Dio, per tornare a essere libero nel suo servizio cultuale a Dio. Mosè va dal faraone per chiedergli che il suo popolo possa andare nel deserto per rendere culto a Dio. Questo popolo viene liberato appunto per essere il popolo consacrato a Dio, il popolo che adora il suo Dio, rende culto al suo Dio. Vedete come la legge e il culto, le regole del culto, sono intimamente connessi: il servizio a Dio avviene nell’osservanza del Decalogo e nell’osservanza dei precetti cultuali.
La centralità sta proprio nella tenda, che viene chiamata «la dimora», la mishkan, cioè il luogo in cui Dio si rende presente, in cui Dio vuole essere presente in mezzo al suo popolo. E non lo fa – attenzione – in un modo puramente spirituale, cioè senza segni, senza luoghi, senza indicazioni precise, ma lo fa nel modo che è conforme all’uomo; perché l’uomo ha dei sensi, cinque sensi, occupa degli spazi, ha un tempo: e da qui la necessità di avere dei gesti sacri, dei luoghi sacri, dei riti sacri, dei tempi sacri. Non è a Dio che servono queste cose, bensì all’uomo. Se togliamo tutto questo, piano piano sparisce completamente la dimensione cultuale dell’uomo, perché non siamo angeli.
Ora, abbiamo la descrizione della tenda, di questa dimora che prevede un cortile esterno, dove c’è l’altare di bronzo, che è l’altare dei sacrifici cruenti degli animali; e poi si entra nel Santo, con le sue tende, la Bibbia fa una descrizione molto dettagliata e bella. Nel Santo troviamo due cose fondamentali: da una parte l’altare dove vengono deposti i pani della proposizione, i dodici pani che rappresentano le dodici tribù d’Israele che permangono al cospetto di Dio; dall’altra parte abbiamo la menorah, il famoso candelabro. Di fronte, invece, abbiamo l’altare degli incensi. Quindi abbiamo tre arredi sacri. L’altare degli incensi tuttavia è davanti ad un tendaggio, una cortina che vela, nasconde il Santo dei Santi. Nel Santo dei Santi, che poteva essere valicato solo dal sommo sacerdote una volta all’anno, abbiamo l’Arca dell’Alleanza, che è precisamente il luogo in cui Dio fa scendere la sua nube, la Shekinah, il luogo dove a Dio piace dimorare, dove vuole essere venerato in modo particolare.
Dunque, il cuore della dimora, il cuore della tenda è proprio l’Arca dell’Alleanza. Voglio leggervi un brano dell’Esodo (25, 10-22): «Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza [vedete dunque che ci sono delle misure precise]. La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d’oro. Fonderai per essa quattro anelli d’oro». All’interno di questi anelli dovevano essere messe delle stanghe perché i Leviti non potevano toccare l’Arca: quando doveva essere spostata, perché il Signore dava il segno di spostare l’accampamento, poteva essere presa solo tramite le stanghe orizzontali inserite dentro questi anelli. Riprendiamo: «e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro. Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro. Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare l’arca con esse. Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì. Nell’arca collocherai la Testimonianza che io ti darò. Farai il coperchio, o propiziatorio, d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza [anche qui, come vedete, dà delle misure]. Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio. Fa’ un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio alle sue due estremità. I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio. Porrai il coperchio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò». Attenzione, ora, all’ultimo versetto: «Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimonianza, ti darò i miei ordini riguardo agli Israeliti».
Perché è importante questa sottolineatura? Perché Jahvè sta dicendo: io ho scelto di parlarti da qui, ho scelto di dirigere il mio popolo, di dare consigli da qui. Ci troviamo di fronte al beneplacito divino: Mosè e il popolo prendono atto che il Signore vuole parlare da lì. Questa insistenza importante la ritroviamo molte volte nei Salmi, in alcuni cantici dell’AT. Sottolineature del tipo «Jahvè, il Signore che abita in Sion», «da Sion viene la salvezza», «da Sion piovono la benedizione e la vita». Perché questa insistenza? Cosa c’era sul monte Sion? A un certo punto c’era il tempio, evidentemente, ma cosa c’era nel tempio? Il Santo dei Santi. Cosa c’era nel Santo dei Santi? L’Arca. Ed è da lì che al Signore è piaciuto parlare a Mosè, rivelare a Mosè le sue disposizioni per il popolo e da lì elargire benedizioni per il popolo. Teniamo presente questo aspetto che è estremamente importante: la scelta divina e il significato che l’Arca ha per il popolo d’Israele. È il luogo dove Dio ha la sua dimora, da cui Dio parla e da cui scaturiscono le sue benedizioni per il popolo.
Abbiamo visto questa insistenza per l’Arca, per il propiziatorio, per gli anelli e per le stanghe, che dovevano essere fatti di legno d’acacia e ricoperti d’oro. Il legno d’acacia, nella tradizione ebraica, era ritenuto un legno incorruttibile. Abbiamo una testimonianza di Giuseppe Flavio che ci dice proprio questo: «è un legno duro e immune da tarli» (Antichità giudaiche, III, 144). Quindi, il legno d’acacia non è un legno a caso, è immune, incorruttibile, incorrotto. L’oro poi è il segno della divinità. Dunque, quest’Arca doveva portare questi due segni: il segno dell’incorruttibilità e il segno di essere in qualche modo il ricettacolo della divinità. Per questo doveva essere coperta del segno della divinità, dell’oro, perché lì la divinità si sarebbe posata. Dopo che vengono terminati i lavori, perché tutto si compisse come Mosè aveva chiesto in base a ciò che il Signore gli aveva ordinato, rivelandogli come doveva essere la tenda e in particolare l’Arca, cosa accade? Accade che la gloria di Dio, Kabod, scende come una nube per “riempire” il santuario, per prendere possesso della sua dimora, confermando quello che aveva promesso: lì stabilirò la mia dimora, lì sarà il luogo dove abiterò. Quindi, noi abbiamo il racconto di questa nube-presenza, la Shekinah, che scende per prendere possesso della sua dimora.
È interessante che, da questo momento, Dio “diviene” Colui che «siede sui cherubini», secondo un’altra espressione che troviamo spesso nell’AT. Che cosa significa? Non è “solo” il trono della gloria di Dio, ma è anche il riferimento a questa dimora: ricordate che sul propiziatorio abbiamo due cherubini che si guardano. Dunque, questa espressione biblica, “Dio che siede sui cherubini”, indica proprio non un dio astratto, ma quel Dio che ha scelto di porre la sua dimora lì, nel Santo dei Santi, nell’Arca, sull’Arca. Questo è un altro dettaglio importante che alla fine ci permetterà di chiudere il cerchio.
Ora, l’Arca, oltre a questo episodio della sua costruzione, della fondazione del Tabernacolo e della presa di possesso della dimora da parte di Dio, è centrale nella storia di Israele. Ad essa sono legati diversi episodi, di cui due veramente importanti, presenti nel libro di Giosuè. Ricorderete sicuramente che il passaggio del Giordano avviene precisamente con i Leviti che portano l’Arca sulle loro spalle, si fermano in mezzo al Giordano, le cui acque, mentre l’Arca è in mezzo al fiume, diventano una muraglia: ovviamente le acque a monte, mentre quelle a valle defluiscono. E l’acqua rimane ferma finché i piedi dei sacerdoti che hanno l’Arca alle loro spalle rimangono nel letto del fiume, così da poter far passare tutto il popolo. Quindi, senza l’Arca non c’è ingresso nella terra promessa.
Ma l’Arca è anche quella che permette l’episodio della caduta – presente al cap. 6 del libro di Giosuè – delle mura di Gerico, che era la grande città da espugnare nella terra da conquistare. E ricordate appunto che gli Israeliti girano per sei giorni e, nel settimo giorno, fanno sette giri semplicemente portando l’Arca: ed è questo che fa crollare le potenze nemiche. Quindi, l’Arca, per il popolo di Israele, non è un oggetto di superstizione: quando lo è stato, il Signore ha corretto, ha punito il suo popolo. Cioè, non basta avere l’Arca per avere la protezione di Jahvè: è necessario che l’Arca sia accolta con rispetto, devozione e intimo timore di Dio, non pretendendo di mettere le mani su Dio perché Lui faccia quello che vogliamo noi. Questa Arca – una volta che la terra è conquistata e che abbiamo le ultime battaglie del re Davide, che conquista in particolare la cittadella di Gerusalemme, che diventerà poi la capitale del regno di Israele – viene fatta portare a Gerusalemme dal re Davide con una grande festa e con dei dettagli singolarissimi che vedremo la prossima volta, perché li metteremo in parallelo con il Vangelo di Luca.
Dunque, l’Arca è centrale nella storia del popolo di Israele. È il luogo dove Dio ha posto la sua dimora, il luogo dove scende la nube, dove scende la Shekinah, dove Dio dimora. Il luogo della presenza di Dio è il luogo della sua protezione, della sua volontà di stare con il suo popolo, di guidarlo e di benedirlo dall’Arca. È anche il luogo dove sono posti la Testimonianza, cioè le tavole della Legge, dell’Alleanza, la manna, che sarà il ricordo perpetuo del pane caduto dal cielo e che ha nutrito il popolo nel deserto per quarant’anni, per tutto il tempo dell’ingresso nella terra promessa, e il bastone di Aronne, che è il segno del sacerdozio levitico.
L’altro tassello è legato allo smarrimento dell’Arca. Durante l’assedio di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, abbiamo la distruzione del tempio ma c’è anche il tentativo riuscito di portar via gli oggetti sacri. Leggendo un brano del libro X (144-146) delle Antichità giudaiche, troviamo un fatto particolare: «Allora il re di Babilonia mandò il suo generale Nabuzardane a Gerusalemme per saccheggiarne il tempio, ordinandogli pure di bruciarlo e così pure il palazzo; e distruggere inoltre completamente la Città e trasferire il popolo in Babilonia. Quello giunse a Gerusalemme nell’anno undicesimo del regno di Sacchia. Saccheggiò il tempio e trasferì il vasellame d’oro e d’argento, vasellame di Dio, e con esso il grande lavatoio eretto da Salomone e inoltre le colonne di bronzo con i loro capitelli, le tavole d’oro e i candelabri. Quando ebbe caricato tutto questo, diede fuoco al tempio nel novilunio del quinto mese nell’anno undecimo di Sacchia e diciottesimo di Nebukadnezzar. Diede fuoco anche al palazzo e distrusse la Città». Dunque, vennero portati via candelabri, tavole d’oro, capitelli, colonne, tutto il vasellame: non si parla dell’Arca.
I Babilonesi non trovano l’Arca. Ed è molto interessante questo aspetto perché c’è appunto una tradizione che ritiene che il profeta Geremia – nella consapevolezza che i Babilonesi non sarebbero certo arrivati per fare un accordo o semplicemente imporre una tassa ma per distruggere tutto – aveva dato ordine di portare via l’Arca e di nasconderla. È una tradizione che troviamo nel secondo libro dei Maccabei (2, 4-8): «Si diceva anche nello scritto che il profeta [Geremia], ottenuto un responso [da Dio], ordinò che lo seguissero con la tenda e l’arca. Quando giunse presso il monte dove Mosè era salito e aveva contemplato l’eredità di Dio, Geremia salì e trovò un vano a forma di caverna e là introdusse la tenda, l’arca e l’altare degli incensi e sbarrò l’ingresso. Alcuni del suo seguito tornarono poi per segnare la strada, ma non trovarono più il luogo». Dunque, Geremia, avvisato in profezia dal Signore, comanda e riesce a portare via la tenda (molto probabilmente la tenda di separazione tra il Santo e il Santo dei Santi), l’Arca e l’altare degli incensi, che stava davanti alla tenda, al cospetto del Santo dei Santi. Alcuni, come leggiamo, tornarono indietro per segnare la strada, per non dimenticare dove erano state messe tutte quelle cose così importanti. Ma attenzione: «Geremia, saputolo, li rimproverò dicendo: Il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio. Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato».
Geremia rimprovera coloro che volevano segnare la strada e fa una profezia, evidentemente sulla base di una rivelazione divina, come sulla base di una rivelazione divina aveva fatto portare via l’Arca. E qual è questa profezia? Che quando Dio «avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio», allora verrà rivelato questo luogo. Come? «Il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube». Quindi il segno che tutti avrebbero riconosciuto sarebbe stata la gloria del Signore, Kabod, e la nube che di nuovo sarebbe scesa ad indicare dov’è l’Arca; com’era scesa nel deserto per prendere possesso della sua dimora, così questo segno sarebbe ritornato e il popolo d’Israele avrebbe potuto riconoscere dov’è di nuovo l’Arca e quindi il luogo della presenza di Dio.
È interessante che circa sei secoli dopo la distruzione del tempio e di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, quando arrivarono i Romani – siamo dopo Cristo – entrarono nel tempio e trovarono il Santo dei Santi vuoto. Ne troviamo la narrazione nella Guerra giudaica (V, 215-219), altro scritto di Giuseppe Flavio: «Avanzando verso l’interno si entrava nella parte inferiore del santuario [qui sta descrivendo quasi in diretta, potremmo dire, che cosa hanno visto i Romani quando sono arrivati lì]. Questo aveva sessanta cubiti di altezza, altrettanti di lunghezza e venti cubiti di larghezza. Ma i sessanta cubiti di lunghezza erano ulteriormente suddivisi e la prima parte, delimitata da circa quaranta cubiti, conteneva tre opere d’arte massimamente ammirate e famose tra tutti gli uomini: un candelabro, una tavola e un altare per gli incensi. Le sette fiamme, poiché tale era il numero dei bracci del candelabro, rappresentavano i pianeti; i dodici pani sulla tavola simboleggiavano il ciclo dello Zodiaco e l’anno [qui dà un’interpretazione simbolica molto interessante ma su cui non mi soffermo]; l’altare degli incensi, con i suoi tredici profumi ricavati dal mare e dalla terra, sia disabitata sia abitata, significava che tutte le cose sono del Dio e fatte per il Dio. La parte più interna misurava venti cubiti ed era ugualmente separata dall’esterno per mezzo di una tenda». Attenzione ora: «In essa, nella parte più interna non c’era assolutamente nulla: inaccessibile, inviolabile, invisibile a chiunque, si chiamava il Santo dei Santi».
Dunque, quando viene riedificato il tempio da Erode, vengono ripristinati l’altare dei pani, la Menorah, cioè il candelabro, e l’altare degli incensi. Viene ripristinata la cortina, ma al di là non c’è nulla, cioè non viene rimessa l’Arca, probabilmente memori del divieto del profeta Geremia, cioè che Dio stesso avrebbe indicato dov’era l’Arca: non avrebbero più potuto rifarla, non sarebbe stata opera di mano d’uomo.
Quindi noi chiudiamo questa domenica con questa suspense e cioè: questa Arca – così importante per il popolo d’Israele, così importante per la sua storia perché è il luogo in cui Dio dimora, è il luogo della sua presenza, della Shekinah, della nube che indica questa presenza – è stata portata via dai Leviti su ordine di Dio per bocca del profeta Geremia, è stata nascosta e non è stata più ritrovata. Quando arrivano i Romani, non c’è l’Arca nel tempio. Dunque tutti i sacrifici avvenivano rivolti verso il Santo dei Santi, verso l’Arca, ma all’interno l’Arca non c’era.
Allora la domanda è: dov’è questa Arca? È già stato visto, è già stato manifestato da Dio il luogo dove si trova l’Arca? È scesa la nube a manifestare dov’è essa e dov’è il luogo della sua dimora? Come si dice nelle serie televisive, lo scopriremo la prossima puntata.
La nuova Arca dell’Alleanza
L’Arca dell’Alleanza è centrale nella storia di Israele: lo si vede in alcuni episodi chiave dell’Antico Testamento, come l’ingresso nella terra promessa. Scopriamo com’era fatta. E dove si trova adesso? La profezia di Geremia.
Abramo e Maria – Il testo del video
Il parallelo Abramo-Maria è legato al parallelo Isacco-Cristo: come il grande patriarca offre il figlio al Padre, così la Santissima Vergine offre il Figlio al Padre, «piena di zelo per l’onore di Dio ben più di Abramo» (sant’Alfonso de Orozco). Il parallelo nella Redemptoris Mater. E la tradizione rabbinica.
La nuova Eva – Il testo del video
Non meno importanti delle profezie dirette su Maria, sono quelle indirette: in primis, quella di nuova Eva insieme a Cristo, nuovo Adamo. Un parallelo evidente già per sant’Ireneo e molti altri Padri della Chiesa. Il fondamento nelle Scritture: «la donna», per san Giovanni.

