Tra sauditi e Houthi: perché l’Italia cerca guai nel Mar Rosso?
L’Italia si era tenuta fuori dalla guerra scatenata a fine febbraio da USA e Israele contro l’Iran. Ma l’aspetto più problematico è che l’attivazione delle due Task Force italiane in zona di guerra non è stata discussa pubblicamente. Il rischio che la missione degli aerei a Taif possa farci apparire co-belligeranti al fianco di Riad nella guerra contro gli Houthi.
Mentre Stati Uniti, Unione Europea e mondo arabo condannano l’attacco missilistico delle milizie yemenite Houthi contro Riad e l’Arabia Saudita propone una tregua al movimento Ansar Allah, il conflitto che oppone nuovamente il regno arabo alle forze yemenite filo-iraniane che nei giorni scorsi hanno assunto il controllo dell’intera costa e delle isole che si affacciano sul Mar Rosso e sullo Stretto di Bab el Mandeb rischia di coinvolgere anche l’Italia.
Se Turchia e Pakistan, legate all’Arabia Saudita dalla recente alleanza nata con il “Patto della Mecca” valutano di fornire supporto militare a Riad, che in seguito ai danni subiti dagli impianti petroliferi ha sospeso l’export di greggio, il ruolo dell’Italia è meno definito e contiene molti elementi critici anche di politica interna, specie ora che ha preso il via la campagna elettorale in vista del voto previsto tra aprile e settembre del 2027.
Il tema era già emerso a inizio agosto quando uno scoop di Fausto Biloslavo su “Il Giornale” aveva evidenziato che da marzo erano attive nella Penisola Arabica due task force italiane di Aeronautica ed Esercito: task Force Air- Arabia e Task Force Land – Arabia, in tutto circa 700 militari
Un reparto aereo con caccia Typhoon e un aereo da allarme precoce e intelligence G-550 CAEW sono schierati nella base aerea di Taif insieme a una batteria missilistica da difesa aerea SAMP/T, un radar da difesa aerea è schierato in Bahrein mentre cannoni a tiro rapido Skynex per la difesa anti-drone sono basati negli Emirati Arabi Uniti.
Dispositivi che sono stati chiesti all’Italia dalle monarchie arabe durante la guerra tra USA/Israele e Iran della scorsa primavera che ha visto i vettori di Teheran colpire basi americane e obiettivi ne paesi arabi del Golfo e che aiutano i citati paesi del Golfo a difendere il proprio spazio aereo dagli attacchi Houthi e iraniani.
L’Italia si era tenuta fuori dalla guerra scatenata a fine febbraio da USA e Israele contro l’Iran, al punto da provocare un duro attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni. Ma l’aspetto più problematico sul piano politico interno è che l’attivazione delle due Task Force italiane impegnate in zona di guerra non è stata discussa pubblicamente, né dibattuta alla luce del sole dalla maggioranza di governo, né illustrate alle Commissioni Difesa ed Esteri/Difesa di Camera e Senato nel dibattito parlamentare che tra giugno e luglio ha presentato il decreto per il rinnovo delle missioni militari all’estero.
Il ministero della Difesa rimarca che è consentito trasferire militari e mezzi da una nazione all’altra nella stessa area senza passare da una nuova autorizzazione del Parlamento, riferendosi all’evacuazione delle forze dell’aeronautica dalla base kuwaitiana di Ali Salem e del contingente dell’esercito nella base irachena di Erbil. Entrambe le basi erano condivise con gli americani e vennero bersagliare fin dall’inizio di marzo da droni e missili iraniani in risposta all’aggressione statunitense: un drone italiano venne distrutto e due caccia Typhoon danneggiati dai droni iraniani, imponendo l’evacuazione delle forze italiane. La presenza in Iraq e Kuwait era legata al supporto al governo di Baghdad nelle operazioni contro quel che resta delle milizie dello Stato Islamico.
Invece la missione nella Penisola Arabica nata del ritiro di quelle forze ha tutt’altra natura e dispone infatti di mezzi e armi in parte diversi da quelli schierati in Iraq e Kuwait e fatti affluire senza clamore dall’Italia.
Evacuare in Arabia Saudita il contingente italiano schierato in una base kuwaitiana e una irachena utilizzate anche da forze statunitensi e per questo colpite dagli iraniani è cosa ben diversa dal predisporre un dispositivo da combattimento aereo e antiaereo nazionale da schierare al fianco dei sauditi contro gli Houthi yemeniti e degli emiratini per difendersi da droni e missili iraniani.
L’attuale missione appare quindi del tutto nuova e comporta una buona dose di rischi che i militari italiani si trovino coinvolti nel conflitto contro l’Iran e i suoi alleati regionali. La mobilitazione di forze aeree italiane riguarda la minaccia degli Houthi yemeniti rivolta oggi all’Araba Saudita e alle sue navi nell’ambito della rivitalizzazione di uno scontro che oppone Riad al movimento Ansar Allah fin dal 2015.
Peraltro gli aerei italiani sono schierati nella base di Taif, 70 chilometri da La Mecca, dove sono schierati gli aerei sauditi che bombardano gli Houti nello Yemen.
Il 18 settembre è stato reso noto che un aereo da combattimento italiano Eurofighter Typhoon appartenente al dispositivo Task Force Air – Arabia schierato nella base di Taif è stato danneggiato dai bombardamenti Houthi sulla base saudita.
Il giorno prima il ministero della Difesa ha dato il via alle operazioni di scorta dei mercantili italiani in transito nello Stretto di Bab el Mandeb nell’ambito dell’Operazione europea Aspides, composta in realtà solo da una nave italiana in attesa che se aggiunga un’altra greca. «L’obiettivo è assicurare la protezione del naviglio di interesse nazionale e contribuire alla tutela della libertà di navigazione, nel pieno rispetto del quadro normativo, del mandato parlamentare, degli impegni internazionali assunti e delle regole di ingaggio vigenti» si legge nel comunicato della Difesa.
La fregata Bergamini, basata a Gibuti, ha scortato il 18 settembre mercantile Jolly Oro della compagnia di navigazione Ignazio Messina & C., durante il transito dello Stretto di Bab el-Mandeb, in direzione nord, nell’ambito dell’Operazione Ue Aspides.
Il timore espresso dal ministro della Difesa Guido Crosetto è che le milizie del movimento Ansar Allah dell’etnia Houthi possano tornare a minacciare il traffico mercantile dopo aver assunto il controllo dell’intera costa yemenita che vi si affaccia. Gli Houthi però hanno cessato di attaccare i mercantili in transito dopo l’accordo con gli Stati Uniti dello scorso anno che interruppe le incursioni americane sullo Yemen e nei giorni scorsi hanno escluso attacchi contro navi in transito limitandosi a colpire solo quelle saudite.
Il 19 settembre Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell'informazione del governo Houthi a Sanaa, ha dichiarato all’ANSA che «la nostra è una resistenza armata legittima di fronte alla prolungata aggressione saudita. Non siamo in guerra con l'Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese. Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi».
Un’affermazione polemica che evidenzia il rischio che la missione degli aerei a Taif possa farci apparire co-belligeranti al fianco di Riad nella guerra contro gli Houthi. Un rischio che appare inaccettabile poiché in tal caso le milizie yemenite avrebbero motivo di prendere di mira i nostri mercantili in transito all’imboccatura meridionale del Mar Rosso. Mentre le opposizioni chiedono spiegazioni circa una mission e mai discussa né autorizzata dal Parlamento, ieri il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani in un'intervista al Corriere della Sera ha affermato che «non siamo in guerra. Tanto è vero che la missione europea Aspides è nata e rimane una missione difensiva, che vuole solo garantire il passaggio dei mercantili che transitano dal Mar Rosso e da Bab el-Mandeb proteggendoli da eventuali attacchi degli Houthi».
Attacchi che al momento però non ci sono.

