Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Macario il Grande a cura di Ermes Dovico
COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

Terminata UsAid, Trump aiuterà i governi africani. E i soldi spariranno

Dopo la chiusura (di fatto) dell'agenzia americana per la cooperazione e sviluppo UsAid, Trump destinerà i fondi della cooperazione direttamente a governi ed enti sanitari africani. Difficile credere che finisca bene: la corruzione è endemica.

Esteri 19_01_2026
Donald Trump (ImagoEconomica)

Un anno fa, il 20 gennaio, poche ore dopo aver assunto la presidenza, Donald Trump, fedele al suo programma politico sintetizzato nello slogan “America first”, firmava il decreto esecutivo “Rivalutare e riallineare gli aiuti esteri degli Stati Uniti”. Nella convinzione che non tutti gli aiuti internazionali Usa fossero allineati agli interessi americani e che in molti casi fossero persino antitetici ai valori americani, l’ordine esecutivo sospendeva con effetto immediato l’assunzione di impegni con l’erogazione di fondi a paesi stranieri e a Organizzazioni non Governative per 90 giorni al termine dei quali, dopo accurata verifica, si sarebbe deciso quali programmi continuare, modificare o interrompere. Dal provvedimento erano esclusi soltanto i progetti salva vita come il President’s Emergency Plan for AIDS Relief (PEPFAR) destinato agli ammalati di Aids.

L’attuazione del decreto ha riguardato soprattutto l’UsAid, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, principale organo governativo preposto all’erogazione di aiuti internazionali. 10mila dipendenti, fondata negli anni 60 del XX Secolo, l’UsAid gestiva soprattutto programmi di aiuto umanitario, in gran parte affidati a organizzazioni non governative internazionali e locali. Da sola provvedeva alla gestione di 40 dei quasi 70 miliardi di dollari che Washington spendeva ogni anno per la cooperazione.

A marzo, alla fine delle verifiche, il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, annunciava che l’UsAid era stata definitivamente chiusa, che l’83% dei progetti finanziati dall’agenzia sarebbero stati interrotti e che i rimanenti sarebbero stati assorbiti dal Dipartimento di Stato. Il provvedimento ha colpito migliaia di programmi in tutto il mondo. L’area geografica più danneggiata è stata l’Africa sub sahariana che nel 2024 aveva ricevuto dagli Stati Uniti più di 6,5 miliardi di dollari in aiuti umanitari. Ne hanno risentito in particolare i paesi in guerra come la Repubblica Democratica del Congo e il Sudan. Si direbbe che solo allora molti governi e decine di milioni di persone si siano resi conto di quanto essenziali fossero i fondi Usa, di quanto ne dipendessero in settori chiave come quello sanitario e scolastico: quasi del tutto, in certi casi. «È come un terremoto che colpisce tutto il settore degli aiuti umanitari», «è una catastrofe» commentavano i cooperanti man mano che l’entità del danno diventava evidente. A fine giugno la rivista medica The Lancet pubblicava i risultati di una ricerca secondo la quale i tagli agli aiuti decisi dagli Stati Uniti avrebbero provocato più di 14 milioni di morti entro il 2030, tra cui 4,5 milioni di bambini di età inferiore a cinque anni: questo sulla base del fatto che nei 20 anni precedenti i programmi UsAid avevano salvato la vita a 91 milioni di persone, inclusi 30 milioni di bambini.

Nei mesi successivi tante sono state le proteste e le accuse rivolte al presidente Trump da organizzazioni non governative, agenzie Onu, governi. Qualcuno, come il governo dell’Uganda, ha reagito proclamando orgogliosamente di essere in grado di provvedere da solo ai bisogni della popolazione e semmai con l’aiuto della Cina o di altri paesi. Ai più non è parso vero di riversare sugli Stati Uniti la colpa dei problemi di cui soffrono i rispettivi paesi.

Sta di fatto che Trump è stato irremovibile finché però, alla fine del 2025, è arrivata la notizia che gli Stati Uniti stavano trattando con alcuni governi africani l’erogazione di aiuti di carattere sanitario e nei giorni scorsi è stato annunciato che Marco Rubio ha firmato una serie di accordi bilaterali in base ai quali gli Usa si impegnano a corrispondere 11,1 miliardi di dollari nell’arco di cinque anni a governi che si impegnino a loro volta a investire 12,2 miliardi di dollari nel settore sanitario e promettano di raggiungere gli obiettivi che verranno fissati.

Finora gli accordi riguardano 15 Stati africani, ma l’obiettivo del dipartimento di stato americano è di arrivare a 50 paesi entro pochi mesi. Il nuovo programma di aiuti si chiama America First Global Health Strategy, Strategia sanitaria globale America First. Rivolgendosi ai cittadini americani, Rubio ha spiegato che i precedenti programmi di assistenza a paesi stranieri erano diventati del tutto fallimentari e quelli sanitari in particolare erano ormai inefficaci e dispendiosi. Inoltre avevano creato una cultura di dipendenza nei paesi beneficiari, spesso non per mancanza di volontà da parte dei loro governi, ma per colpa delle organizzazioni non governative alle quali erano affidati quasi tutti i progetti e che non avevano interesse a rinunciare alle loro attività per cederle ai governi locali.

«Abbiamo individuato – scrive Rubio nella lettera agli americani – una formula per porre fine alle inefficienze, agli sprechi e alla dipendenza del nostro sistema attuale». La formula consiste nell’escludere le organizzazioni non governative e consegnare i fondi concordati direttamente ai governi stranieri bisognosi, includendo inoltre organizzazioni sanitarie e case farmaceutiche. Il presidente Trump ha spiegato che la America First Global Health Strategy, combattendo meglio le malattie nel resto del mondo, specie quelle contagiose, renderà gli Stati Uniti più sicuri, forti e prosperi. Le voci critiche invece pensano ai governi africani incapaci e corrotti, prevedono fallimenti “catastrofici”, considerano il programma una “ricetta per la corruzione”. Temono lo storno dei fondi, i dati raccolti male.

«Il livello di corruzione è così alto che il denaro sparirà» ha detto Andrew Natsios, un repubblicano che ha diretto l’UsAid sotto la presidenza di George W. Bush. Contraddire i critici è difficile. Proprio in questi giorni uno scandalo sta mettendo alla prova i rapporti tra Stati Uniti e Somalia. Dei funzionari del governo somalo hanno abbattuto un deposito del Pam, il Programma alimentare mondiale, e si sono impadroniti illegalmente di 75 tonnellate di generi alimentari destinati alla popolazione affamata. Il ministero degli esteri somalo ha negato il furto. Tuttavia Washington ha deciso di sospendere gli aiuti al paese.