• GRECIA

Tanto azzardo per nulla. Tsipras rischia la dèbâcle

Tsipras scioglie il Parlamento greco e va alle elezioni nella speranza di guadagnare la maggioranza assoluta e, con questa, fare il bello e il cattivo tempo. Scelta davvero ardita e coraggiosa, peccato abbia fatto male i conti, o li abbia fatti troppo presto. Lo dicono i sondaggi, ma non solo.

Il premier greco Alexis Tsipras

Alexis Tsipras ha fatto un all in. Ci scusiamo coi non appassionati di poker, ma non troviamo altro modo per descrivere la scelta del premier greco di sciogliere il governo e andare a nuove elezioni (clicca qui). Una decisione difficile, e a suo modo coraggiosa, che nell'Italia degli incollati alla poltrona sarebbe stata impensabile. Il suo ragionamento è molto semplice: sciogliere il Parlamento, scrollarsi di dosso quel peso morto di Lafazanis (clicca qui) costringerlo a contarsi e schiacciarsi fra i moderati (ormai sono così) di Syriza e i comunisti del Kke. Una mossa per guadagnare la maggioranza assoluta e, con questa, fare il bello e il cattivo tempo. 

Peccato abbia fatto male i conti, o li abbia fatti troppo presto. La premessa è che la legge elettorale greca prevede infatti un sistema rigidamente proporzionale, corretto da un premio di 50 seggi per il partito che ottiene il miglior risultato. È per questo che alle elezioni di gennaio Syriza, col 36,34%, è arrivata a un soffio dalla maggioranza assoluta dei seggi, ottenendone 149 su 151. Ebbene il 18 luglio scorso, ancora sull'onda dell'emozione per il referendum, un sondaggio realizzato da Palmos Analysis dava il partito di Tsipras al 42,5%, con una proiezione di 164 seggi; un risultato invidiabile che neppure Lafazanis e soci, con le loro percentuali da prefisso telefonico, sarebbero stati in grado di minacciare. Il 20 agosto invece, giorno in cui Tsipras ha annunciato le dimissioni, secondo Metron Analysis Syriza si piazzava ancora al 33,6% mentre la popolarità di Tsipras era superiore al 41%. Tutti numeri ancora in grado di far sperare in una maggioranza assoluta. Poi, in pochi giorni, lo scenario è però cambiato radicalmente. I sondaggi hanno cominciato a rettificare il consenso di Syriza verso il 20 e anche la popolarità del premier dimissionario ha cominciato a scendere: il 28 agosto il quotidiano Efemerida ton Syntakyon dava Syriza al 23% e Nea Demokratia al 19,5%. 

Ancor più significativa è però la rilevazione più recente realizzata da Gpo e pubblicata qualche giorno fa: secondo quest'ultima Syriza sarebbe al 25% battuta addirittura di qualche decimo da Nea Demokratia (al 25,3%). Non solo: il nuovo leader di Nd, Evangelos Meiramakis, sarebbe ormai più popolare di Tsipras (44,3 a 41,9%). Stando a un sondaggio realizzato da Pulse, invece, Syriza condurrebbe col 27% contro il 26,5% di Nea Demokratia.  Comunque vadano le elezioni, con questi numeri una cosa è quasi certa: nessun partito potrà mai avere la maggioranza assoluta. Sia che prevalga Syriza o Nea Demokratia, la forza vincente non potrebbe contare su più di 120-130 seggi, troppo pochi per governare. Si ripeterebbe, così, la stessa situazione delle due elezioni del maggio-giugno 2012 quando, dopo due vittorie non definitive del centrodestra, Antonis Samaras era stato costretto a varare un governo di larghe intese col centrosinistra del Pasok. Un'intesa post-elettorale (le coalizioni non ricevono il premio di 50 deputati, per questo non si fanno) cui oggi starebbe pensando lo stesso Tsipras nel caso di maggioranza relativa. E anche un altro partito centrista, To Potami, del giornalista Stauros Theodorakis, sta spingendo con decisione verso questa opzione. 

Sia il Pasok che To Potami dovrebbero infatti ottenere percentuali comprese fra il 5 e il 6%: se riuscissero a guadagnare una trentina di seggi potrebbero allearsi col il partito di maggioranza per creare un governo. Se preverrà Nea Demokratia è molto probabile che accada e che ci sia, con Meiramakis, una riedizione del governo Samaras. Se dovesse prevalere Tsipras, invece, l'alleanza sarebbe più difficile e, se realizzata, bizzarra: sia il Pasok che To Potami sono infatti fortemente europeisti, pro-euro e favorevoli alle limitazioni imposte da Bruxelles, mentre Syriza, almeno sulla carta, è contraria ai "diktat" della Troika. Eppure allo stato attuale non sembrano esserci molte alternative, visto che nessun altro partito sarebbe disposto al compromesso. Non certo Unità Popolare di Lafazanis, che si è formata scindendosi da Syriza e di sicuro non il Kke o Alba Dorata, che non hanno mai fatto alcuna alleanza. Anche i nazionalisti di Anel, che pure hanno consentito la nascita del governo Tsipras, hanno ormai rotto definitivamente mentre l'Unione di Centro (Ek) non supererà probabilmente lo sbarramento del 3%. 

Il paradosso di questa situazione non è solo il fatto che Syriza, posto che vinca, dovrà allearsi con partiti dall'orientamento politico e ideologico molto diverso. La contraddizione sta nel fatto che il risultato sarà probabilmente un governo molto debole, completamente nelle mani della Troika. Forse è un bene visto che finora l'opposizione di Tsipras non ha portato ad altro che a risultati catastrofici dal punto di vista economico e della tenuta dei conti pubblici. È bizzarro però pensare al fatto che fino in questi mesi Tsipras abbia fatto le "bizze" (l'opposizione ai piani di salvataggio europei prima, il referendum dopo e la firma del memorandum alla fine) per consegnare la Grecia chiavi in mano alla Troika. Chiamali, se vuoi, effetti indesiderati. 

 

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