Studente ucciso a scuola, il grido di un papà: «L'integrazione è fallita»
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Intervista a un papà di uno studente dell'istituto di Spezia: «Mio figlio è traumatizzato dopo l'uccisione di Aba, la presenza islamica è preponderante e questo rende l'integrazione impossibile. La scuola fa quel che può, ma certe concessioni al Ramadan non mi sono piaciute».
Come vive un ragazzo all’interno dell’Istituto Einaudi Chiodo di Spezia? E quali sono le difficoltà di integrazione che si trovano a vivere gli studenti ogni giorno? Lo racconta alla Bussola un papà di uno degli 800 ragazzi che ogni mattina varcano il portone della scuola, teatro il 16 gennaio del terribile fatto di sangue costato la vita ad Abanoub Youssef (per tutti Aba), lo studente di 18 anni deceduto in ospedale a seguito delle gravi ferite riportate dopo essere stato accoltellato in classe dal compagno Zouhair Atif, 19 anni.
Vive come può vivere un ragazzo in una scuola dove la componente immigrata e islamica è preponderante rispetto alla media di altre scuole e dove la tanto agognata integrazione è un miraggio che spesso si scontra con la realtà.
È lui stesso a cercarci in redazione, per raccontare le difficoltà che il figlio vive dentro l’istituto, ma la sua non è un’accusa né all’Istituto né agli insegnanti; è soltanto il doloroso grido d’allarme di chi ogni giorno è a contatto con una scuola - come ce ne sono ormai tante in Italia - nella quale la componente non italiana è maggioritaria e pertanto rende problematico ogni tentativo di integrazione. Il suo è il racconto di un padre che per ovvi motivi non può comparire con il suo nome, per tutelare il figlio ancora minorenne. Lo chiameremo Luigi.
Luigi, anzitutto come sta suo figlio?
Come gli altri suoi compagni. È terribilmente scosso e non se la sente di tornare ancora a scuola. Anche perché ci sono stati dei blocchi di alcuni studenti che hanno reso necessario l’intervento della Polizia. Non vuole immischiarsi.
Conosceva i due ragazzi, la povera vittima e l’assassino?
Di vista, non personalmente. Non frequenta quelle classi.
La scuola ha avviato un percorso di elaborazione del lutto con uno psicologo e ha invitato i ragazzi a tornare in classe…
Comprendo il tentativo, ma non ho mai approvato la presenza dello psicologo a scuola. Io gli ho consigliato di cercare aiuto dal nostro parroco che è molto bravo, di pregare in chiesa per il povero Aba. Ritengo che sia meglio per lui così.
Che cosa pensa dei ragazzi che hanno definito i professori “complici”?
Sono frasi di ragazzi sconvolti, non vanno prese alla lettera, però è innegabile che il contesto scolastico sia difficile, ma da qui a definire gli insegnanti complici ce ne passa.
Perché?
Dobbiamo fare una premessa, prima.
Prego…
La Spezia in questi anni è cambiata moltissimo tanto che a volte non la riconosco più. Ci sono quartieri in cui se sei bianco sei, diciamo, poco gradito. Io ho fatto un Liceo, una volta il Professionale lo faceva chi voleva andare presto a lavorare, ma la città da arsenale militare in disarmo è diventata presto terreno di conquista di molti immigrati. Così la scelta dell’Istituto non è legata al lavoro, ma al fatto che sennò non sai dove mandarlo.
Ha mai avuto problemi con gli insegnanti?
Come in tutte le esperienze scolastiche può capitare che ci siano problemi con alcuni e non con altri. Ci sono stati degli insegnanti meravigliosi che sono entrati nel cuore di mio figlio, per umanità e competenza, altri con i quali si fa molta più fatica.
In che senso?
Nel senso che sono troppo laicisti, anche buonisti, ma non vorrei generalizzare.
Si riferisce alla difficile integrazione?
Anche. Una volta sono andato a prendere il ragazzo e appena aperto il portone sono stato investito da una nuvola di fumo, di canne.
Secondo lei c’è un problema di integrazione?
Eccome. Gli italiani si contano sulle dita di una mano, è così più o meno in tutte le classi. Poi a noi tutto sommato è andata bene, con alcuni mio figlio riesce anche ad avere un minimo di dialogo, c’è un ragazzo marocchino che gli ha dato una mano in matematica. In generale, però, non si fa gruppo e si tende a rimanere isolati perché i gruppi sono per etnia, quindi tra di loro si ignorano. A Spezia c’è una grossa comunità bengalese, ma loro non vanno d’accordo con i pakistani, perciò non puoi metterli in classe assieme. È un andazzo così.
Non ha paura che a suo figlio possa succedere qualcosa?
Devo dire di no, però è difficile quando senti gli inseganti lamentarsi perché ci sono ragazzi che hanno difficoltà a parlare l’italiano. Se ci sono questi scogli linguistici alle superiori come fai a insegnargli le disequazioni?
E la scuola che cosa fa?
Fa il possibile, ma non credo sia sufficiente. A volte mi è capitato di leggere circolari che avevano una parte scritta in arabo. Non si può fare integrazione così per il semplice motivo che quando la quasi totalità dei ragazzi è immigrata e islamica, l’integrazione è impossibile. Un conto se ce ne sono due, quattro, al massimo cinque per classe, ma così come fai? Il fatto è che non c’è una cultura comune, bisogna prenderne atto. E mio figlio è una minoranza.
Suo figlio ha mai auto problemi legati a questa difficile integrazione?
Problemi gravi no, ma la differenza si nota. Ad esempio: nella sua classe sono pochissimi quelli che fanno l’ora di religione cattolica e quando dico pochissimi sto dicendo che si contano sulle dita di una mano.
E con gli islamici?
C'è una sorta di discriminazione al contrario. Una cosa che non mi è piaciuta è stato quando ho portato un vassoio di pasticcini per festeggiare il compleanno del ragazzo. La docente me li ha respinti perché era il mese di Ramadan, mi ha chiesto di portarli il mese successivo, così mi sono rifiutato e non lo ha festeggiato.
Scontri a sfondo razziale?
Il mio è un ragazzo tranquillo, ma una volta aveva espresso delle considerazioni sul profeta Maometto da una prospettiva cristiana, che è l’educazione che ha ricevuto. Il professore mi ha cercato per avvertirmi.
Cioè?
Mi ha detto di stare attento: un suo compagno si era inalberato parecchio.
Lo farà partecipare ai momenti di elaborazione del lutto promossi dalla scuola?
Devo vedere prima di che cosa si tratta. Al momento credo che la miglior cosa che possa fare per elaborare il lutto sia pregare il Rosario. Poi vediamo se se la sentirà di andare in camera ardente, ma non voglio forzarlo. Noi abbiamo deciso di dare questo tipo di testimonianza, anche se non verrà compresa.
Che cosa pensa delle parole del papà di Aba, che al Corriere ha parlato della difficoltà di perdonare anche se ha detto di non provare odio?
Lo comprendo. È una buona famiglia, sono ortodossi copti, lo comprendo, del resto c’è da restare senza parole. La lingua italiana, che è la lingua di Dante e ha una varietà sterminata di definizioni, non ha una parola per definire il padre o la madre che rimangono senza un figlio.
Che cosa pensa dell’iniziativa del ministro Valditara di dotare la scuola di un metal detector?
Mi sembra una follia, le scuole hanno tanti ingressi e poi chi ci metti a controllare? E se trovano qualcosa chi perquisisce? Non certo i bidelli che non sono tenuti a farlo per contratto. Entrare in una scuola non è come salire su un aereo. E poi sarebbe una militarizzazione della scuola, più di quello a cui sono già abituati.
A che cosa si riferisce?
Un amico che ha insegnato lì diversi anni mi ha raccontato che un giorno si è sparsa la voce di una retata antidroga della Polizia. Fuggi fuggi generale: in pochi secondi si è trovato con solo due studenti in classe.
Coltellate nell'istituto di La Spezia: un fallimento dell'integrazione
Inutile fingere di non vedere il problema: lo studente marocchino che, per gelosia, pugnala in classe il compagno di scuola egiziano è un esempio eclatante di integrazione fallita. Perché non tutte le culture degli immigrati possono integrarsi.


