Stranieri in classe, si parla di integrazione ma non si sa come integrare
Coloro che sono critici verso il provvedimento pensato dal governo sul tetto di alunni stranieri nelle classi scolastiche dicono che tutti devono essere integrati. Ma secondo quali valori? Una domanda che non si può eludere.
Sta per arrivare un decreto del governo sul tetto di alunni stranieri con scarsa conoscenza della lingua italiana nelle classi scolastiche. Molte critiche sono pretestuose: le vere “classi-ghetto” sono quelle con maggioranza di alunni non italiani; il tetto del 30 per cento che il decreto dovrebbe prevedere è fin troppo largo; non si discriminano le etnie dato che il motivo è solo la scarsa conoscenza della lingua.
Non è però di questo che intendiamo parlare qui, quanto piuttosto di un elemento da tutti trascurato. Coloro che sono critici verso questo provvedimento dicono che tutti devono essere integrati. Si è pronunciato così anche il cardinale Matteo Zuppi, facendo pensare che la misura governativa limiterebbe l’integrazione. Il governo risponde dicendo che l’integrazione richiede la padronanza della lingua e accogliere un numero eccessivo di stranieri che ancora non posseggono la lingua significa creare ghetti e non integrazione.
Insomma, il vero tema è considerata l’integrazione e ambedue le parti in causa dicono di volerla, anche se sono divisi sul “come” realizzarla. Noi invece superiamo questo livello della discussione e ci chiediamo “dove” vogliamo integrare, in quale contesto civile e sociale, in quale quadro di principi e valori, in quale visione della persona e della comunità. Se si risponde: nel quadro di valori dell’Italia, in realtà non si risponde, perché la società italiana è frammentata e divisa su molti valori di principio e non è d’accordo quasi su nulla. La società italiana è per la vita o per la morte? Per la famiglia o contro la famiglia? Per l’Occidente o contro l’Occidente? Per l’Europa o contro l’Europa? Per la guerra o per la pace? Per l’individuo o per la comunità? Per l’identità o per il globalismo? Per la legge naturale o contro la legge naturale? Per la laicità o per la presenza religiosa nello spazio pubblico? Per la sussidiarietà o per il centralismo statalista?
La scuola deve integrare tutti, si dice. Sì, ma in quale contesto vanno integrati? Integrare vuol dire permettere di inserirsi e di essere riconosciuto come appartenente ad una comunità. Ma se quella comunità non sa cosa essa sia, non può nemmeno sapere i criteri per integrarsi. Si dice che i criteri starebbero nella Costituzione. L’affermazione risente della visione del costituzionalismo, che è una visione di parte e nella società italiana ci sono i suoi sostenitori e anche i suoi denigratori, i quali si rifiutano di pensare che il fondamento e il criterio ultimo e finalistico dello stare insieme sia una Carta. La Costituzione, in ogni caso, può essere messa in discussione su questo o quel punto, può essere cambiata e il suo “spirito” reinterpretato come è già più volte avvenuto. Anche alla Costituzione si può far dire ciò che non dice. Allora si capisce che il problema non sono coloro che sarebbero da integrare, il problema sono coloro che dovrebbero integrarli e non sanno dove integrarli. Oggi si ritiene che una visione identitaria impedisca l’integrazione, ma se non si conosce chi si è, non si sa nemmeno dove accogliere e dove integrare.
Stefano Fontana

