Storia della Colonna Infame. Ma nella Danzica dei giorni nostri
Henryk Jankowski, il cappellano di Solidarnosc era un eroe popolare in Polonia. Finché un articolo, del 2018, non ne ha distrutto la reputazione accusandolo di abusi su minori. Ora la Corte d'Appello riabilita il sacerdote e condanna la Gazeta Wyborcza. Ma nella memoria collettiva, ormai, la colonna infame resta.
Il 18 settembre la Corte d'appello di Danzica ha ordinato con sentenza definitiva all'editore della Gazeta Wyborcza di chiedere scusa alle tre sorelle di mons. Henryk Jankowski per un reportage pubblicato nel 2018. Tra l'articolo e la sentenza sono trascorsi quasi otto anni. Per abbattere il monumento al cappellano di Solidarność sono bastati meno di tre mesi. A che cosa possono servire, oggi, delle scuse?
Nella Milano della peste del 1630 bastò poco. Da una finestra, una donna vide il commissario di sanità Guglielmo Piazza camminare rasente ai muri e toccarne uno. Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora furono accusati di essere untori. Torturati e costretti a confessare, furono condannati e messi a morte. La casa di Mora venne rasa al suolo e al suo posto fu innalzata la colonna infame.
Nella Storia della colonna infame Manzoni non se la prende semplicemente con l'ignoranza del Seicento. Il suo atto d'accusa è rivolto soprattutto ai giudici, che disponevano degli strumenti per esaminare le prove e tuttavia finirono per piegarli alla ricerca di un colpevole. Danzica, naturalmente, non è la Milano del 1630. Ma il problema descritto da Manzoni resta riconoscibile: un giudizio pubblico può formarsi in pochi giorni, mentre per verificare seriamente ciò che lo ha provocato possono servire anni.
Per capire il peso della vicenda bisogna ricordare chi era Jankowski. Il 17 agosto 1980, da parroco della chiesa di Santa Brigida, celebrò la Messa per gli operai in sciopero del Cantiere navale di Danzica. Divenne uno dei sacerdoti più strettamente legati alla nascita di Solidarność. Nel gennaio 1981 accompagnò Lech Wałęsa nella delegazione del sindacato ricevuta in Vaticano da Giovanni Paolo II. Il 6 aprile dello stesso anno il primate di Polonia, cardinale Stefan Wyszyński, lo nominò ufficialmente cappellano del sindacato. Dopo l'introduzione della legge marziale, la parrocchia di Santa Brigida organizzò aiuti per i perseguitati e divenne uno dei principali punti di riferimento per Solidarność.
La figura di Jankowski era controversa già quando era in vita. Ma per decenni il suo nome è rimasto legato alla storia simbolica della resistenza polacca al comunismo. Il 3 dicembre 2018 Duży Format, supplemento della Gazeta Wyborcza, uno dei principali quotidiani polacchi, di orientamento liberal-progressista, pubblicò un reportage di Bożena Aksamit che cambiò radicalmente il modo in cui il sacerdote veniva ricordato nell'opinione pubblica. Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2019 tre attivisti abbatterono il suo monumento. Il 7 marzo il consiglio comunale di Danzica gli revocò la cittadinanza onoraria, cambiò il nome della piazzetta a lui intitolata e decise di rimuovere la statua. Tutto questo avvenne molto prima che un tribunale arrivasse a una decisione definitiva.
La Corte d'appello è andata oltre il tribunale di primo grado, che si era pronunciato nel 2023. Ha disposto la rimozione dal reportage non solo dei passaggi riguardanti una ragazza di sedici anni che, secondo l'articolo, sarebbe rimasta incinta del sacerdote e si sarebbe poi tolta la vita, ma anche di parte del racconto di Barbara Borowiecka sugli abusi che avrebbe subito personalmente da Jankowski tra il 1967 e il 1970 e dei passaggi sulla paura che il sacerdote avrebbe suscitato nei bambini.
Nel testo delle scuse imposto dalla Corte si afferma che l'articolo, pubblicato senza la particolare diligenza e accuratezza richiesta nella raccolta e nell'utilizzo del materiale giornalistico, conteneva informazioni su abusi di minori attribuiti a Jankowski e cercava di collegarlo alla morte per suicidio della sedicenne. Di quest'ultima vicenda non è stata trovata traccia negli archivi giudiziari né in quelli della Milizia civica, la polizia della Polonia comunista. La presidente del collegio, Teresa Karczyńska-Szumilas, ha sottolineato che accuse di questa gravità non potevano poggiare sulla testimonianza di un'unica fonte senza ulteriori verifiche.
Il legale di Agora, editore della Gazeta Wyborcza, ha annunciato un ricorso per cassazione alla Corte suprema. Ha inoltre ricordato che il tribunale di primo grado aveva considerato credibile la testimonianza di Borowiecka.
È importante precisarlo: si tratta di un processo civile promosso dalle sorelle di Jankowski a tutela della memoria del fratello. Non è una sentenza sull'intera biografia del sacerdote, né su ogni accusa formulata contro di lui nel corso degli anni. La Corte d'appello si è però espressa con chiarezza sul modo in cui le accuse relative agli anni 1967–1970 furono presentate e verificate giornalisticamente. È questo il punto più delicato. Le accuse di abusi sessuali su minori devono essere prese con la massima serietà e chi denuncia di aver subito violenza deve essere ascoltato. Ma proprio la gravità dell'accusa impone al giornalista una verifica più rigorosa, non meno rigorosa.
La tutela delle vittime e il diritto di una persona a non vedere distrutta la propria reputazione sulla base di fatti non verificati non sono principi incompatibili. Al contrario, quando il giornalismo rinuncia al controllo dei fatti perché una storia appare già moralmente convincente, finisce per danneggiare entrambi. E rende meno credibile la stampa anche quando porta alla luce abusi reali e documentati.
La colonna di Milano fu abbattuta nel 1778. Quelle di oggi non si innalzano più nelle piazze. Restano negli archivi digitali, nei risultati dei motori di ricerca e nella memoria collettiva.
Le scuse pubblicate in cinque numeri consecutivi di un giornale non basteranno ad abbatterle. Una sentenza può ordinare la rimozione di alcuni passaggi e imporre delle scuse. Non può cancellare quasi otto anni durante i quali un'immagine pubblica ha avuto il tempo di consolidarsi. Nel caso di un uomo la cui biografia appartiene anche alla storia di Solidarność, quindi, non è in gioco soltanto il buon nome di una persona. C'è una questione più ampia: chi costruisce la memoria storica, e secondo quali criteri?
Manzoni, quasi due secoli fa, diffidava proprio della fretta di trovare un colpevole. Non è una domanda soltanto polacca. In un'Europa che giustamente difende la libertà dei media, dovrebbe esserci spazio anche per una domanda sulla loro responsabilità.
* Miłosz Manasterski è saggista e commentatore politico polacco, amministratore delegato di Agencja Informacyjna. Già corrispondente dal Medio Oriente con base negli Emirati Arabi Uniti, scrive di economia politica, memoria storica e cultura dell'Europa centrale per «The Washington Examiner», «The European Conservative» e «Brussels Signal». È insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine della Polonia Restituta e della Medaglia ECOSOC delle Nazioni Unite.

