Più centralismo, meno sovranità: la von der Leyen prepara il blitz
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In vista del prossimo Consiglio Europeo la Commissione tenterà un “blitz”: Ursula von der Leyen vuole depauperare le competenze dei singoli paesi e centralizzare i poteri di Bruxelles. Un copione familiare per cedere sempre più sovranità.
La Commissione prepara un’Unione allargata nella quale le capitali conterebbero meno, nascondendo, dietro l’efficienza decisionale che avanza, l’antico vizio centralista: considerare le sovranità nazionali un intralcio. Prima si denuncia la paralisi, poi si invoca l’emergenza, infine si chiede agli Stati di cedere sovranità. È un copione familiare a Bruxelles e torna stavolta sotto il nome rassicurante di «efficienza decisionale». Chi non vorrebbe più efficienza? Ora la si propone evitando il taglio di burocrati inutili e lo snellimento delle procedure, ma tagliando le mani ai poteri degli Stati membri.
Secondo bozze interne visionate dalla stampa della capitale belga, la Commissione prepara una strategia per un’Unione con più di trenta membri: meno unanimità nei negoziati di adesione, più maggioranza qualificata e un Collegio ridotto a due terzi degli Stati. Tradotto dal burocratese: alcuni Paesi potrebbero essere messi in minoranza su decisioni essenziali e restare persino senza un proprio commissario. La proposta, attesa per il 6 ottobre, conserverebbe l’unanimità all’inizio e alla conclusione di ogni adesione, eliminandola in molti passaggi intermedi, secondo il principio dello spiumare il pollo piuma a piuma. Si estenderebbe la maggioranza qualificata ad ambiti quali le sanzioni alla violazione dei diritti umani, la sicurezza, il contrasto dell’evasione fiscale, pur mantenendo la soglia ordinaria del voto a maggioranza: 15 Stati su 27, rappresentativi del 65 per cento della popolazione.
Non si tratta per ora di una decisione e neppure di una proposta legislativa vincolante. La comunicazione della Commissione dei prossimi giorni indicherà una direzione politica e, per attivare le clausole passerella dei Trattati, servirà comunque l’unanimità del Consiglio europeo. Anche l’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea mantiene l’unanimità per l’ingresso di un nuovo Stato. Sarebbe ingenuo minimizzare: in Europa le cessioni di sovranità cominciano spesso come eccezioni tecniche, diventano prassi e infine vengono presentate come l’unica scelta ragionevole per l'efficienza.
La seconda “riforma” arriva da Berlino. Un’iniziativa tedesca, sostenuta inizialmente da Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo, propone più «astensioni costruttive» nella politica estera, un’interpretazione creativa delle procedure esistenti e limiti più severi per chi invochi ragioni vitali di politica nazionale. I governi contrari dovrebbero astenersi invece di bloccare le decisioni, mentre sarebbe vietato collegare le obiezioni ad altri dossier. L’astensione costruttiva è prevista dall’articolo 31 del Trattato: uno Stato può non applicare una decisione, accettando però che essa vincoli l’Unione. Usarla volontariamente per favorire un compromesso è legittimo ma trasformarla in un obbligo politico, accompagnato dalla pubblica accusa di «ostruzionismo», è ben altra cosa. Il veto può essere abusato ma può anche difendere interessi essenziali, ordinamenti costituzionali e identità nazionali che nessun funzionario europeo ha il diritto di liquidare come arretratezza.
Peraltro, la maggioranza qualificata governa già circa l’80 per cento della legislazione dell’Unione. L’unanimità sopravvive solo nelle materie considerate più sensibili: politica estera e di sicurezza, adesione di nuovi membri, risorse proprie, bilancio pluriennale, fiscalità indiretta e alcuni settori della giustizia. Abolirla lì non significa semplicemente accelerare il centralismo, piuttosto, significa mutare l’equilibrio politico tra l’Unione e gli Stati che l’hanno costituita.
Ancora più eclatante è l’ipotesi di ridurre i commissari. Il Trattato di Lisbona prevedeva già un Collegio pari a due terzi degli Stati, con rotazione paritaria, ma nel 2013 il Consiglio europeo conservò un commissario per ogni Paese. Tornare alla formula ridotta sarebbe giuridicamente possibile, con decisione unanime, ma politicamente, lasciare nove capitali senza un proprio commissario, alimenterebbe la distanza fra istituzioni e popoli e, per gli Stati piccoli, significherebbe privarli della pari dignità. I Trattati affermano che le competenze non attribuite all’Unione restano agli Stati, che l’Unione ne rispetta l’uguaglianza e l’identità nazionale e che l’esercizio dei poteri è regolato da attribuzione, sussidiarietà e proporzionalità. Bruxelles non è la fonte originaria del potere, ma riceve competenze limitate da nazioni libere e responsabili. E’ francamente inconcepibile che a Bruxelles invece di rispettare questi principi costitutivi ci si impegni a demolirli.

