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Spendere tanto, spendere male: la piaga dei governi

Se dobbiamo pagare più tasse rispetto a qualsiasi altro paese europeo, se l'Ue ci tiene d'occhio e avvia procedure di infrazione, la causa è una sola: la spesa pubblica italiana. E tagliare, come dimostra il tentativo fallito di Carlo Cottarelli (l'uomo della "spending review") finora si è rivelato un miraggio.

La spesa

“Considero un successo la giornata in cui, girando attorno al proprio asse, la terra non impone nuove tasse” diceva Franklin Pierce Adams. Chissà se, al posto che negli Stati Uniti della prima metà del '900, il columnist avesse vissuto nell'Italia di oggi. Quella nazione in cui i governi appena eletti – pardon, nominati – non perdono occasione di promettere a destra e a manca la riduzione del carico fiscale salvo poi agire all'esatto opposto. La scusa è di solito sempre la stessa: ci abbiamo provato ma l'Europa ce lo ha impedito.

Un'apologia che si sta probabilmente ben studiando anche Paolo Gentiloni che si appresta a varare una nuova “manovrina” da 3,4 miliardi di euro che, facilmente, potrebbe in breve raddoppiare, raggiungendo quasi i sette miliardi (ovvero 120 euro sul capo di ogni italiano, bambini e anziani inclusi). Il prossimo 20 marzo, infatti, l'Eurogruppo di Bruxelles avrà sul proprio tavolo l'analisi del Comitato economico finanziario europeo, il gruppo di lavoro che include governi, Commissione europea e Bce. Si tratta non solo del primo passo in avanti verso una procedura d'infrazione ai danni del nostro Paese ma anche un tassello verso la rimozione della flessibilità per investimenti concessa all'Italia nel 2016. Come riferisce Repubblica, per evitare il commissariamento della politica economica, Bruxelles potrebbe imporre a Roma di restituire altri 3,4 miliardi di euro che si aggiungerebbero agli altri 3,4 già previsti nella manovra bis di fine mese.

Ma da dove derivano questi soldi? I primi 3,4 miliardi sono il frutto della bocciatura di febbraio della legge di Stabilità da parte della Commissione europea, che ha chiesto al governo di trovare risorse pari allo 0,2% del Pil. L'altra tranche, invece, deriva dalle perplessità del Comitato economico e finanziario sulla spesa del 2016. Nello specifico il governo Renzi avrebbe usato male la flessibilità: dei 19 miliardi attribuiti per riforme, migranti e ciclo economico, infatti, 3,4 sarebbero dovuti andare per gli investimenti e non per la spesa corrente. Al danno si aggiunge anche la beffa per il terremotati del Centro Italia se consideriamo che Renzi, per evitare la procedura d'infrazione, avrebbe potuto usare tutti quei soldi per la ricostruzione post-sisma cui ha invece attribuito solo 600 milioni.

Comunque la si pensi è evidente che spesa e debito pubblico restino uno dei principali problemi italiani. Secondo le stime europee nel 2017 il deficit del nostro paese raggiungerà il 2,3% del Pil mentre il debito toccherà quota 133,3%, una percentuale che ci colloca di fatto al terzo posto al mondo dopo Giappone e Grecia. Un problema annoso che, purtroppo, è ancora ben lontano dal risolversi. Una proposta interessante è quella introdotta dall'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli che nel suo ultimo libro, Il macigno (Feltrinelli, 15 euro) ha criticato alcune vie d'uscite dal debito proposte dalla politica: la ristrutturazione (non ripagare il debito è di fatto una tassa per quegli italiani che ne detengono i due terzi); l'uscita dall'euro con successivo rimborso del debito in lire svalutate (soluzione che spingerebbe in avanti l'inflazione); la mutualizzazione del debito fra gli Stati europei (vai a convincere la Germania a fondere il suo debito col nostro...); il rimborso con entrate da privatizzazioni (non facili con un patrimonio pubblico composto principalmente da edifici diroccati e aziende municipalizzate piene di debiti).

Alla fine la soluzione più equilibrata trovata da Cottarelli è quella che prevede di “combinare un po' di crescita con un po' di austerità” ovvero “congelare la spesa pubblica primaria, quella al netto degli interessi, per tre o quattro anni”. Per Cottarelli addirittura “non c'è bisogno di tagliare la spesa ma solo di congelarla. Se c'è un po' di crescita questo in tre o quattro anni eliminerà infatti il deficit pubblico: a questo punto il debito smette di crescere in termini di euro e così il rapporto debito/Pil comincia a scendere in termini percentuali”.

Basterebbe davvero poco per sperare di mettere a posto, nel lungo periodo, la situazione del debito pubblico. Per essere ancora più certi di poter pareggiare il bilancio, liberando magari al contempo risorse per la riduzione della pressione fiscale (quella che più è in grado di incrementare la crescita economica), sarebbe ideale cominciare a pensare anche a una spending review. Una parola che, in Italia, è sempre stata usata a sproposito visto che nessun governo l'ha mai davvero attuata. Lo stesso Cottarelli, così come i predecessori Enrico Bondi e Mario Canzio, ha avuto di fatto le mani legate da una politica contraria a ogni ipotesi di taglio di spesa. Prima di dimettersi e tornare al Fmi, Cottarelli ha scritto sul suo blog un articolo provocatorio dal titolo “La revisione della spesa come strumento per il finanziamento di… nuove spese” in cui spiegava come i tagli non ancora realizzati diventassero già pretesti per incrementare i bilanci degli anni successivi.

Pensare che si sarebbe potuto tagliare senza conseguenze da “lacrime e sangue”: nel dossier sulla spesa pubblica, pubblicato nel marzo 2015 (un anno dopo la compilazione dietro infinite insistenze), Cottarelli aveva programmato di risparmiare – con semplici azioni di riorganizzazioni, taglio dei costi della politica, spese standard ed efficientamento della macchina amministrativa – 7 miliardi nel 2014, 18 nel 2015 e addirittura quasi 34 nel 2016. E tutto ciò senza ridurre i servizi per i cittadini. Una scelta che, colpevolmente, si è preferito non fare solo per salvare inefficienze e privilegi. Quelli che, notoriamente, fanno male a tutti ma bene a qualcuno.

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