Social a processo, la strategia per inchiodare Zuckerberg & Co.
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Quasi otto ore di interrogatorio per il fondatore di Facebook, nell’ambito della causa intentata contro Instagram e altri colossi come Google. Per anni protette dalla Sezione 230, ora le Big Tech devono difendersi dalla nuova strategia degli avvocati dei querelanti: l’accusa di aver volutamente progettato i social per creare dipendenza nei minori.
Il 18 febbraio Mark Zuckerberg ha testimoniato per quasi otto ore davanti a una giuria di Los Angeles nella prima causa civile della storia contro il fondatore di Meta, chiamato a rispondere sotto giuramento dell'accusa di aver progettato Instagram volutamente come un prodotto che crea dipendenza nei minori.
Il processo K.G.M. v. Meta Platforms, iniziato con le dichiarazioni d'apertura il 9 febbraio, è un caso-pilota che determinerà il destino di oltre 2.300 cause pendenti in tutti gli Stati Uniti, coinvolgendo centinaia di famiglie e distretti scolastici. Se Meta e Google perdessero, le conseguenze finanziarie e regolatorie sarebbero miliardarie e devastanti.
Dopo essere stato chiamato come testimone ostile dall'avvocato texano Mark Lanier, Zuckerberg è apparso «combattivo» e «irritato» secondo i cronisti presenti. Ha ripetuto più volte frasi come «state travisando quello che dico» e «non è affatto ciò che intendo». Un momento particolare è stato quando Lanier lo ha interrogato sulle sue competenze per valutare i danni causati dai social media. L'avvocato ha chiesto se Zuckerberg avesse una laurea in epidemiologia o scienze statistiche — discipline che studiano come determinare se un prodotto causa effetti dannosi sulla popolazione. La risposta dell'amministratore delegato di Meta è stata secca: «Non ho una laurea in niente». La frase è corretta, avendo Zuckerberg abbandonato Harvard nel 2004 per fondare Facebook, ma ha comunque provocato più di una risata nervosa in aula. L'intento dell’accusa era sottolineare che, nonostante Meta avesse a disposizione ricerche interne che dimostravano i danni ai minori, Zuckerberg non aveva le competenze per valutarle autonomamente, ma aveva scelto comunque di ignorare i risultati quando non erano favorevoli all'azienda.
La parte più significativa della deposizione ha riguardato alcuni documenti interni di Meta, come una email del 2015 in cui Zuckerberg fissava l'obiettivo di aumentare il «tempo trascorso» dagli utenti su Instagram del 12% in tre anni, o un report interno che prevedeva di portare il tempo medio su Instagram per utente da 40 minuti nel 2023 a 46 minuti nel 2026. Anche in questo caso, Zuckerberg ha fatto un passo indietro, ammettendo di non sapere come le sue indicazioni fossero state tradotte in obiettivi ufficiali dall’azienda.
Molto rilevante è stato il confronto sui minori di 13 anni. Un documento interno del 2015 stimava che 4 milioni di bambini sotto i 13 anni usavano già Instagram negli Stati Uniti, e che circa il 30% dei bambini tra i 10 e i 12 anni era presente sulla piattaforma. Un dato che già al tempo avrebbe dovuto allarmare i vertici di Facebook. Un documento del 2018 dichiarava: «Se vogliamo vincere in grande con gli adolescenti, dobbiamo portarli dentro da preadolescenti». Uno studio interno del 2020 mostrava che gli undicenni avevano una probabilità quattro volte superiore di tornare sulle app Meta rispetto agli utenti più adulti. Instagram non ha iniziato a richiedere la data di nascita in fase di registrazione prima della fine del 2019.
Il momento più drammatico in aula è stato quando l’avvocato Lanier ha fatto dispiegare da sei avvocati un collage largo 10 metri con centinaia di selfie che una ragazza, la querelante Kaley, aveva pubblicato su Instagram da minorenne, chiedendo a Zuckerberg se quell'account fosse mai stato oggetto di indagine. Il Ceo di Meta non ha risposto direttamente.
Tra le prove più dannose per la difesa è emerso il Project MYST (Meta and Youth Social Emotional Trends), uno studio interno condotto in collaborazione con l'Università di Chicago su mille adolescenti e i loro genitori. Secondo lo studio, i controlli parentali e la supervisione familiare avrebbero «poca associazione con i livelli di attenzione dei ragazzi al proprio uso dei social media». In parole povere: sono sostanzialmente inefficaci. Inoltre, pare che i minori che avevano subito eventi traumatici (si fa riferimento a genitori alcolisti, molestie sessuali, traumi scolastici) mostravano una capacità ancora minore di moderare la propria presenza sui social, rendendosi ancora più esposti alla dipendenza.
I risultati del Project MYST non sono mai stati pubblicati e nessun avvertimento è stato comunicato ai genitori o agli adolescenti. Altri documenti interni presentati al processo includono comunicazioni in cui un dipendente Meta descrive Instagram come «una droga» e i dipendenti come «spacciatori». Documenti interni di Google, l'altro imputato, paragonavano YouTube a un casinò e affermavano esplicitamente che «l'obiettivo è la dipendenza dello spettatore».
La querelante è Kaley, una ventenne californiana identificata con le iniziali K.G.M., diventata già il simbolo di questo processo. Ha iniziato a usare YouTube a 6 anni e Instagram a 9 anni. Prima di finire le elementari aveva pubblicato oltre 284 video su YouTube e usava Instagram per diverse ore al giorno, con un picco documentato di oltre 16 ore. K.G.M. imputa alla dipendenza da social media depressione, ansia, dismorfismo corporeo, pensieri suicidari, episodi di bullismo e sextortion. La madre aveva tentato di bloccare l'accesso con software di terze parti e sottraendole il telefono, senza successo.
L'approccio dei querelanti rappresenta una rivoluzione giuridica nel modo in cui si possono citare in giudizio le Big Tech. Tradizionalmente, le piattaforme social sono state protette dalla Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, una legge federale che stabilisce che i provider di servizi Internet non possono essere ritenuti responsabili per i contenuti pubblicati dagli utenti. In pratica, Facebook non può essere citato in giudizio per un post offensivo scritto da un utente, così come il servizio postale non risponde del contenuto delle lettere che consegna. Questa legge ha però garantito una protezione praticamente totale delle piattaforme social, rendendole immuni alle cause legali per decenni. Ogni volta che qualcuno ha cercato di fare causa a Facebook, YouTube o Twitter per danni derivanti da contenuti sulle piattaforme, i tribunali hanno respinto le cause citando la Sezione 230.
Ma l'avvocato Lanier ha adottato una strategia diversa: non sta citando Meta per i contenuti pubblicati dagli utenti, ma per il design stesso della piattaforma. La causa sostiene che Instagram è un «prodotto difettoso» secondo il diritto sulla responsabilità del produttore, la stessa teoria giuridica usata contro le case automobilistiche quando producono auto con freni difettosi, o contro i produttori di farmaci quando un medicinale causa effetti collaterali non dichiarati. È per questo che l’incartamento del processo è così ricco di dichiarazioni che non vogliono tanto puntare sul fatto che i social siano causa di dipendenza, quanto sul fatto che l’azienda ha volontariamente progettato una piattaforma che la generasse (con notifiche infinite, autoplay dei video, algoritmi di raccomandazione progettati per massimizzare il tempo di utilizzo, meccanismi di "like" che creano dipendenza). Il tema è l’intenzionalità della progettazione di Meta.
Se questa teoria legale venisse accolta dalla giuria, Meta risponderebbe per come Instagram stesso è costruito. È come se un'azienda producesse sigarette con additivi specifici per aumentare la dipendenza: il problema non è il tabacco in sé (che esiste in natura), ma gli additivi aggiunti intenzionalmente. I documenti interni presentati al processo — gli obiettivi di aumentare il «tempo trascorso», gli studi sui meccanismi neurologici della dipendenza, la consapevolezza degli effetti sui minori vulnerabili — servono a dimostrare che Meta sapeva che il prodotto era “difettoso” e scelse comunque di commercializzarlo. È la dimostrazione del "dolo" necessaria per superare le difese legali standard.
Il processo K.G.M. durerà circa sei settimane. La giuria di 12 persone dovrà raggiungere un accordo di almeno 9 su 12. La posta in gioco va ben oltre il singolo caso: i processi-pilota federali per i distretti scolastici sono fissati per l'estate 2026, quelli dei procuratori generali per la tarda estate. Meta ha detto che potrebbe affrontare «perdite finanziarie materiali» quest'anno.
L'analista legale Josh Golin ha riassunto dopo la testimonianza: «Tutto ciò che Mark Zuckerberg ha ottenuto oggi è stato dimostrare ancora una volta che non ci si può fidare di lui, specialmente quando si tratta della sicurezza dei bambini». La professoressa di diritto dell’UCLA, Melodi Dinçer, ha aggiunto: «Un processo come questo svelerà il divario tra ciò che le aziende dicono pubblicamente e ciò che accade dietro le quinte».
Una nota eloquente a margine: la giudice Kuhl ha minacciato di procedere per oltraggio alla corte contro chiunque usasse gli occhiali Ray-Ban con intelligenza artificiale di Meta per registrare la testimonianza. Alcuni membri della scorta di Zuckerberg, infatti, sono stati fotografati all'ingresso del tribunale con indosso questo prodotto. La tecnologia sfida perfino le regole dell'aula in cui è sotto processo: una metafora forse involontaria della spregiudicatezza che quarantadue procuratori generali, migliaia di famiglie e ora una giuria californiana stanno chiedendo di giudicare.

