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Intervista

Siria, una Pasqua al chiuso con la paura dei bombardamenti

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I cristiani di Siria hanno vissuto una Settimana Santa all'insegna del terrore. A causa dell'intensificarsi degli attacchi di matrice islamista contro varie comunità, Vescovi e Patriarchi di tutte le denominazioni cristiane presenti nel Paese hanno deciso di rinunciare alle manifestazioni pubbliche di fede in occasione della Santa Pasqua.

Libertà religiosa 11_04_2026

I cristiani di Siria hanno vissuto una Settimana Santa all'insegna del terrore. A causa dell'intensificarsi degli attacchi di matrice islamista contro varie comunità, Vescovi e Patriarchi di tutte le denominazioni cristiane presenti nel Paese hanno deciso di rinunciare alle manifestazioni pubbliche di fede in occasione della Santa Pasqua; la Resurrezione di Cristo è stata celebrata unicamente al chiuso degli edifici religiosi.

Ad aggravare la situazione, IDF ha intensificato le operazioni militari in Siria, attaccando l'area di Quneitra, sul confine con Israele.

Il giorno di Sabato Santo, inoltre, l'esercito israeliano ha minacciato di bombardare la frontiera tra Siria e Libano all'altezza di Masnaa, il principale e più agevole punto di passaggio per merci e persone tra i due Paesi, situato in territorio libanese a circa metà strada tra Beirut e Damasco.

«A causa dell'utilizzo da parte di Hezbollah del punto di attraversamento di Masnaa a scopo di contrabbando di attrezzature militari, l'IDF intende  bombardarlo a breve» ha annunciato in un comunicato Avichay Adraee, portavoce di IDF in lingua araba.

L'effetto immediato dell'annuncio è stata la chiusura del passaggio (e del suo omologo in territorio siriano, Jdeidat Yabous), l'abbandono degli uffici da parte della polizia di frontiera dei due lati del confine e la diffusione del panico tra la popolazione di entrambi i Paesi.

La Nuova Bussola Quotidiana ha parlato al telefono di questi ultimi avvenimenti con suor F., religiosa italiana residente in Siria che ci ha chiesto di restare anonima.

Suor F., che Pasqua ha vissuto la sua comunità?
Non è stata una Pasqua molto facile, molto serena. Ci è arrivato un avviso dall'Ambasciata italiana  di fare attenzione nei luoghi di culto  e di riunione, di essere prudenti. Noi stiamo bene, abbiamo potuto celebrare la Pasqua, ma gli episodi di violenza che ci sono stati non lasciano i cristiani tanto tranquilli. C'è un'islamizzazione che avanza, perché comunque si sente che la mentalità non è più la mentalità di prima, sta cambiando. Non in tutti, ma nel Paese in genere sì. Diciamo che i cristiani si sentono sempre più a disagio, sempre più “tollerati”.

Ci sono timori per un eventuale coinvolgimento della Siria nel conflitto in corso? Cosa comporta per la popolazione la chiusura del principale  punto di attraversamento sul confine con il Libano?
Noi siamo in mezzo a questa guerra, per ora non ne risentiamo direttamente – almeno qui - ma se la Siria si unirà a Israele contro Hezbollah in Libano ciò significherà guerra territoriale, caos. Qui già si vedono movimenti di terra. C'è uno stato di tensione anche per questo. Le dico solo che io avrei dovuto viaggiare sabato, ma adesso che la frontiera tra il Libano e la Siria è chiusa non andrò in Italia perché la situazione può peggiorare, soprattutto se bombardano la frontiera.

A suo parere quale è al momento la principale preoccupazione della popolazione, e in particolare dei cristiani, in Siria?
Oltre all'aumento dei prezzi, con conseguente accrescimento della povertà - come del resto sta succedendo in tutto il mondo – direi che sia nel Paese che nelle comunità cristiane la cosa peggiore è soprattutto l'insicurezza, che prima non c'era. I cristiani hanno sì celebrato la Pasqua, però con questo sottofondo di timore e anche di paura di azioni concrete contro le comunità, come è accaduto ultimamente in maniera abbastanza pesante.

Mentre scriviamo, le ultime notizie riportano che - grazie a una presunta opera di “mediazione” americana - Israele avrebbe rinunciato, almeno per il momento, a bombardare il confine tra Libano e Siria; il coinvolgimento di quest'ultimo Paese nel conflitto, volente o nolente, sembra però in qualche misura inevitabile.