Il Mozambico piange il vescovo Osório Citora. Giallo sulla sua uccisione
Monsignor Osòrio Citora, vescovo di Quelimane, Mozambico, è stato assassinato nella notte fra il 5 e il 6 giugno. Ignoto il movente. Fra i sospetti più atroci: ucciso su commissione da un parroco della sua diocesi. O dal governo.
La Conferenza episcopale del Mozambico ha reso noto che la veglia e la messa funebre per monsignor Osòrio Citora Afonso, ucciso nella notte tra il 5 e il 6 giugno, si svolgeranno il 13 giugno nella Cattedrale di Nostra Signora di Fatima, a Nampula. La messa sarà presieduta da monsignor Iniacio Saure, arcivescovo di Nampula. La diocesi di monsignor Osorio, Quelimane, nella provincia di Zambezia, ha dato l’estremo saluto al suo vescovo il 12 giugno nella Cattedrale dove, alle 9 ora locale, si sono svolte le esequie solenni presiedute dal Nunzio Apostolico in Mozambico, l’arcivescovo Luis Miguel Munoz Càrdaba.
Monsignor Osorio è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco al torace. Il suo corpo senza vita è stato rinvenuto la mattina del 6 giugno nella sua residenza episcopale, in un lago di sangue. Ordinato sacerdote nel 2002, aveva 54 anni, era membro dell’Istituto Missionario della Consolata (IMC) ed era segretario della Conferenza episcopale del Mozambico. Era il quarto vescovo della diocesi di Quelimane che è stata istituita nel 1954, conta 29 parrocchie e missioni, circa 1.930 comunità per un totale di 1.366.593 fedeli e ha come patrona Nostra signora della Liberazione. Era stato assegnato a Quelimane da papa Leone XIV alla fine del 2025 e lo scorso aprile gli era stata affidata anche l’amministrazione apostolica dell’arcidiocesi di Beira in seguito alla rinuncia di don Claudio della Zuanna per motivi di salute.
Le indagini sono subito state avviate mentre da tutto il mondo cristiano arrivavano messaggi di cordoglio alla Chiesa mozambicana colpita da un così grave lutto. “La sua morte violenta ci interroga, ci ferisce, ci mette in ginocchio – ha detto Padre James Bhola Lengarin, superiore generale dell’IMC, in un messaggio rivolto ai missionari della Consolata – abbiamo il dovere morale e spirituale di desiderare che la verità su quanto accaduto emerga pienamente. La morte di un pastore non può rimanere avvolta nel silenzio o nell’incertezza. La verità è un atto di giustizia verso Osório, verso la sua gente e verso la nostra stessa missione”.
L’11 giugno hanno incominciato a circolare voci sui possibili autori e mandanti dell’omicidio. La rivista Africa sostiene di aver saputo da fonti missionarie locali che è stato arrestato un sacerdote, padre Novais, sospettato di aver commissionato l’esecuzione di monsignor Osorio. Testate locali hanno confermato l’arresto e la detenzione del sacerdote che avrebbe ingaggiato un uomo arrivato dalla capitale del paese, Maputo, per uccidere il vescovo. A motivare padre Novais sarebbero i cambiamenti radicali che monsignor Osorio aveva deciso di apportare nell’organizzazione amministrativa e pastorale della diocesi per avvicinare maggiormente i fedeli alla Chiesa e per concentrare l’operato di sacerdoti e religiosi sulla missione di evangelizzazione. Il progetto comportava una ridistribuzione degli incarichi, nuove nomine e sembra che abbia effettivamente creato forte malumore in certi settori della diocesi. Al momento, tuttavia, le autorità locali non confermano questa versione dei fatti.
Non confermata è anche un’altra ipotesi che però sta circolando nelle stesse ore, secondo la quale a uccidere monsignor Osorio invece sarebbero stati due agenti di polizia. L’ordine di eliminare il presule sarebbe arrivato dalla capitale, intendendo con questo che i mandanti apparterrebbero ai vertici del potere, e in questo caso l’obiettivo sarebbe stato eliminare un sacerdote ritenuto scomodo, imbarazzante: perché monsignor Osorio denunciava apertamente la corruzione diffusa nel paese, in ogni ambito e a tutti i livelli, e perché non temeva di parlare delle mancanze del governo e di richiamare le autorità politiche e amministrative ai loro doveri, in particolare quello di garantire sicurezza e assistenza nei territori del nord nei quali dal 2017 è attivo un gruppo jihadista, Ansar al-Sunna, che è affiliato all’Isis ed è una delle componenti dell’Iscap, la Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico.
Se anche si dimostreranno infondate, tuttavia entrambe le ipotesi sono verosimili. Monsignor Osorio non sarebbe il primo vescovo vittima di persone vicine o persino interne a una diocesi. È successo, ad esempio, a monsignor Christian Carlassare, vescovo di Rumbek, Sudan del Sud. Nel 2021, appena arrivato in sede, fu ferito gravemente alle gambe da due sicari mandati da un sacerdote della diocesi, John Mathiang Machol. L’ostilità di sacerdoti e religiosi è riuscita persino a impedire che dei vescovi si insediassero: in Sierra Leone e in Nigeria, nel 2012. In entrambi il fattore tribale fu la causa: i vescovi designati appartenevano a etnie minoritarie nella diocesi.
La seconda ipotesi, rilanciata sulle reti social, è indicativa della sfiducia, anzi della diffidenza che tanta parte della popolazione del paese nutre nei confronti di chi governa, delle autorità: del tutto comprensibile perché i rimproveri e le denunce di monsignor Osorio erano fondati. Come lui, sono tanti in tutto il continente africano i vescovi che osano schierarsi con gli abitanti dei loro paesi, denunciare corruzione, malgoverno, le violazioni dei diritti umani di chi detiene cariche politiche. Sanno di correre dei rischi. A monsignor Osorio potrebbe essere costata la vita.
Molti dei messaggi pervenuti alla diocesi di Quelimane e alla direzione della IMC, scrive l’agenzia di stampa Fides, esprimono lo stato di tensione e sfiducia che anima tanta parte della popolazione mozambicana: «per chi rappresenta una minaccia un vescovo? Quale pericolo rappresentava il vescovo Osório Citora? Chi disturbava la sua voce? Cosa predicava? Cosa denunciava? Perché oggi in Mozambico persino la fede sembra camminare scortata dalla paura. Quante morti devono finire sui giornali perché ci siano risposte concrete e non solo fredde dichiarazioni? La gente non vive più. C'è terrorismo a Cabo Delgado. Ci sono rapimenti nelle città. Ci sono omicidi inspiegabili. Ci sono sparizioni. C'è paura di parlare. C'è paura di denunciare. C'è persino paura di chiedere. E ora c'è anche paura di pregare. Che futuro avrà un Paese in cui uomini di pace muoiono a causa della violenza? Che futuro avrà una nazione in cui persino i leader religiosi vengono uccisi nelle proprie case? Che futuro avrà un popolo che si sveglia ogni giorno nel lutto, nell'insicurezza e nel silenzio?»

