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LA RICORRENZA

Sant’Antonino Fantosati e la missione come martirio

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Francescano missionario in Cina, subì il martirio il 7 luglio 1900. Una vicenda, la sua, emblematica dell’eroismo di tanti cattolici in terra di missione.

Ecclesia 07_07_2023

Quando si parla delle missioni in Cina si fa un gran parlare di quelle dei gesuiti, che hanno senz’altro avuto una grande importanza. Ma si dimentica che prima di loro, nel XIV secolo, arrivarono i francescani, con, tra gli altri, Giovanni da Montecorvino (primo Vescovo di Pechino) e il beato Odorico da Pordenone. Quella fu anche un’epoca importante per le missioni, che sembrò non risolversi in un successo, ma questa d’altronde è una costante nella travagliata attività missionaria cattolica in Cina.

La missione francescana continuò nel tempo e inaugurò il XX secolo con la gloria del martirio. Prendiamo Antonino Fantosati (battezzato Antonio Sante Agostino), nato a Trevi (in provincia di Perugia) e la cui famiglia aveva legami con quella di Gioacchino Pecci, che diverrà poi papa Leone XIII. Compì gli studi presso i francescani e intorno ai 16 anni manifestò il desiderio di unirsi a loro. Dopo aver ricevuto il sacerdozio, nel 1867 si mosse verso Marsiglia dove era atteso dai confratelli per partire per la missione in Cina. Si recò nella provincia centrale dell’Hubei, dove rimase per circa 25 anni, girando per varie città della regione. Dopo questo servizio fu trasferito nella regione limitrofa dell’Hunan, dove nel 1892 fu consacrato come Vescovo e come Vicario apostolico dell’Hunan meridionale.

Il suo territorio era ricolmo di problemi, con poche migliaia di fedeli (intorno a 5.000) e circa 15 sacerdoti autoctoni, neanche ben formati. Inoltre, vi erano intorno le persecuzioni anticristiane, culminate poi nella rivolta detta “dei Boxer”. La rivolta dei Boxer fu in pratica una sollevazione contro le potenze straniere che avevano conquistato varie regioni della Cina e fu chiamata in questo modo perché c’erano coinvolte molte scuole di kung fu (definite come scuole di pugilato, da qui “boxer”). Questa rivolta si svolse a cavallo tra il XIX e il XX secolo e fu tacitamente incoraggiata dall’imperatrice madre Tse Hsi, di fatto regnante, in un momento in cui la dinastia Qing era in forte decadenza, una decadenza che si chiuderà con la fine della millenaria stagione imperiale della Cina nel 1912.

Monsignor Fantosati, a un certo punto, si sentì travolto dal peso delle responsabilità e chiese a Propaganda Fide di affidare il Vicariato apostolico agli agostiniani delle Filippine, ma la sua richiesta non fu accettata. Le cose sembrarono andare meglio, ma per poco. La situazione della Cina, non solo per la rivolta dei Boxer, era molto caotica. La religione cristiana veniva vista come un’emanazione delle potenze straniere. Ricordiamo che si era negli anni del protettorato francese per le missioni cattoliche in Cina, il che dava facilmente occasione, da parte cinese, di chiamare il cattolicesimo “la religione francese”.

Molti missionari pagarono con la vita questa situazione di enorme tensione e difficoltà: tra questi mons. Fantosati. Ecco come Fortunato Margiotti, nel Dizionario Biografico degli Italiani, racconta l’epilogo della sua vita: «Ma quando già sembrava tornata la calma il clima politico si surriscaldò paurosamente contro gli stranieri indicati come la causa di tutti i mali dell’Impero cinese (rivolta dei Boxers). Il 5 luglio gli giunsero le prime confuse notizie dell’incendio delle opere della residenza centrale di Hwangshawan, dell’uccisione del p. Cesidio Giacomantonio e della dispersione delle ragazze della S. Infanzia. Nella speranza di poter salvare il salvabile il giorno 6 partì in barca insieme col p. G. M. Gambaro. Ma quando, sul mezzodì del 7 luglio 1900, vide con i propri occhi le rovine fumanti di Hwangshawan, decise di recarsi dalle autorità provinciali di Changsha. Riconosciuti però subito come stranieri, furono aggrediti e percossi con bastoni e sassi sulle rive del Hsiang-chiang. Il martirio del Gambaro terminò relativamente presto, mentre quello del Fantosati si protrasse per più ore. Ambedue i corpi mutilati furono bruciati. Il Fantosati fu beatificato da Pio XII il 24 nov. 1946». Verrà poi canonizzato da Giovanni Paolo II.

Antonio Borrelli, su Santi e beati, racconta con più particolari la morte di questi martiri: «Verso mezzogiorno del 7 luglio, la barca arrivò sul fiume nei pressi della città; riconosciuti da alcuni ragazzi e al grido “morte agli Europei”, la plebaglia dalla riva, prese le barche dei pescatori e circondarono quella dei missionari, i quali a stento riuscirono a scendere sulla riva, dove aggrediti dalla folla urlante, furono massacrati con sassi e colpi di bastone; padre Gambaro morì dopo una ventina di minuti di percosse, mentre al vescovo Fantosati, agonizzante per le botte, ma ancora vivo, un pagano gl’infilò un palo di bambù con punta di ferro da dietro; negli spasmi il martire riuscì a sfilarlo, ma un altro pagano preso lo stesso palo, lo conficcò in modo che uscì dall’altra parte; dopo due lunghe ore di martirio moriva così il vescovo Fantosati, dopo 33 anni di missione a 58 anni di età». Certo è difficile immaginare tanta crudeltà, sofferta per amore di Cristo e dei cinesi.

La vicenda di mons. Fantosati è emblematica dell’eroismo di tanti missionari cattolici che hanno pagato con il sangue la propria fedeltà al Vangelo e la dedizione al popolo che gli era stato affidato, ma ci descrive anche le difficoltà di comprensione esistenti fra la Cina e l’Occidente. Difficoltà probabilmente non risolte ancora oggi e di cui la religione è un elemento, ma non certamente l’unico, di contesa.