• FONDATORE DEI PASSIONISTI

San Paolo, una vita per amore della Croce

L’esistenza di san Paolo della Croce è segnata da un grande amore per Gesù e di gratitudine per la Sua Passione, sulla quale meditava di continuo. Nel Diario spirituale, emerge tutta la sua devozione insieme all’intelligenza dei beni che Dio ha riversato sulle anime per i meriti del Figlio e la Sua Croce. Che rimane, oggi come ieri, la via necessaria per la santità.

“Ecce Crucem Domini! Fugite partes adversae! Vicit Leo de tribu Juda, Radix David! Alleluia!”, così sant’Antonio di Padova aveva formulato uno dei più grandi esorcismi di tutti i tempi, volgendo il suo sguardo al segno di contraddizione per tutti i cristiani: la Croce. È la Croce che abbatte la morte, vince le tenebre del male, e s’illumina vittoriosa della Luce di Dio. È la Croce a vincere il deserto dell’anima, per farla giungere alla vita eterna. A questo punto, la riflessione viene quasi spontanea: com’è possibile che un simbolo di morte possa divenire albero della vita? Sulla Croce tanto si è scritto, tanto si è meditato e ancora - giustamente - tantissimo si scriverà. Leggendo le pagine, nella teologia e nella storia del Cristianesimo, riguardo a ciò, una sola parola sembra riassumere questo simbolo (che non è solo simbolo, sia chiaro): mistero. E dove c’è questo questo, non arrivano le parole.

San Paolo della Croce ha dedicato l’intera sua esistenza a quel segno d’Amore che rimane, ancora oggi, purtroppo scomodo per molti. In fondo, anche Paolo stesso lo aveva scelto in maniera non “opportuna” per i tempi da lui vissuti, in cui sembrava imperante una pura devozione pietistica poco consona alla visione profonda, teologica-esistenziale, che quel segno richiama. Per comprendere la spiritualità passionista del santo si deve necessariamente far riferimento alle sue lettere che contengono anche un Diario spirituale destinato al vescovo di Alessandria, monsignor Francesco Giuseppe Arborio di Gattinara.

L’alto prelato, dopo averlo rivestito di un abito nero in memoria della Passione, lo invita a sostare in meditazione presso una stanza vicina alla sacrestia della chiesa di San Carlo a Castellazzo Bormida. In questo luogo, gli chiede di scrivere le proprie meditazioni durante questa esperienza di preghiera e penitenza. Saranno quaranta giorni, numero significativo, in cui il santo si immergerà nella contemplazione più profonda, nella preghiera incessante e nella riflessione sulla Passione, ma non solo. Gli scritti recano le date comprese tra il 23 novembre 1720 e l’1 gennaio 1721. Tali documenti aiutano, senza dubbio, a farci penetrare nell’esperienza e nell’immensa spiritualità di san Paolo della Croce.

Bisogna cominciare, necessariamente, con il suo rapporto stretto con la “sua” Settimana Santa. Il suo amore verso Gesù era appassionato, prima di tutto. Il termine “appassionato”, nel suo caso, potrebbe essere interpretato in duplice maniera: “con passione”, quella amorosa; e come fiamma d’amore per la Passione di Cristo. Ma l’immagine più bella, più penetrante di questo ardore che animava il suo animo è forse quella che lo vede custodire la chiave del Tabernacolo durante la reposizione del Giovedì Santo. Si narra, infatti, che la poneva al suo collo e la baciava con amore, così come uno sposo bacia la sua sposa: “Questa è chiave che chiude il mio tesoro, il mio Bene, il mio Dio”. Così diceva San Paolo della Croce. In un’altra sua lettera, troviamo scritto: “Ora non è tempo di scrivere bensì di piangere. Gesù è morto per darci vita, tutte le creature sono in duolo: il Sole si oscura, la terra trema, le pietre si spezzano e il velo del tempio si squarcia”. Qual è il velo a cui fa riferimento san Paolo? È il velo che copre la Verità. Con la Croce, questa si palesa davanti a tutti. Senza distinzione alcuna.

Il ritratto del santo che da queste prime battute potrebbe venir fuori è quello di un uomo devoto alla Passione di Cristo, ma, forse, quasi solamente in maniera sentimentale. Errore grave, perché a questo senso devozionale - chiamiamolo così - Paolo, uomo di grande conoscenza, coniuga comunque il dono dell’intelletto che riesce a essere di supporto alla fede. Lo dice bene in una pagina del suo Diario: “Per l’intelligenza che Dio mi dà, so che l’anima sta fissa in Dio con la sua pace”.

Ciò che Benedetto XVI affermava di un altro Paolo, l’Apostolo delle genti, durante la sua Udienza generale del 29 ottobre 2008, potrebbe venirci in aiuto - in una sorta di ideale parallelismo - per comprendere cosa volesse dire la Croce per il santo nato in Piemonte: «Il tema della Croce di Cristo diventa un elemento essenziale e primario della predicazione dell’Apostolo. (...) Di fronte ad una Chiesa dove erano presenti in modo preoccupante disordini e scandali, dove la comunione era minacciata da partiti e divisioni interne che incrinavano l'unità del Corpo di Cristo, Paolo si presenta non con sublimità di parola o di sapienza, ma con l’annuncio di Cristo, di Cristo crocifisso. La sua forza non è il linguaggio persuasivo ma, paradossalmente, la debolezza e la trepidazione di chi si affida soltanto alla “potenza di Dio” (cfr 1 Cor 2,1-4). La Croce, per tutto quello che rappresenta e quindi anche per il messaggio teologico che contiene, è scandalo e stoltezza».

Paolo della Croce, scegliendo quel simbolo così “scomodo” per la sua Congregazione dei Chierici Scalzi della Santissima Croce e Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, darà lo stesso “scandalo”. Ma lui andrà avanti nella sua missione non curandosi di sembrare “stolto” allo sguardo degli uomini. Per san Paolo della Croce, l’insegnamento più ricco che Gesù ci affida - attraverso la scuola della sua Passione - rimane ciò che lui chiama la “segreta santità della Croce”.

È una salita, quella santità, tanto auspicata dal santo. Una salita che ha bisogno di volontà, ma soprattutto di un cuore aperto alla volontà di Dio e del Suo Amore. E se l’anima vuole conquistare queste vette d’Amore “porti la Croce con Gesù e riposi come una bambina nel suo divin Seno; dorma quieta all’ombra di questo albero di vita, e si cibi dei frutti che cadono (...) che sebbene paiono amari al palato del senso, sono però dolcissimi al palato dello spirito”.

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