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La figura

San Nunzio Sulprizio, la gioia di Dio in mezzo al dolore

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Ricorre oggi la memoria liturgica del santo nativo di Pescosansonesco, che nell’infanzia era rimasto orfano di entrambi i genitori. Ma la fede ricevuta gli permise di vivere le sofferenze in unione a Cristo e di portare conforto agli altri.

Ecclesia 05_05_2026

Piazza Dante, pieno centro di Napoli. Per arrivarci bisogna passare per una strada, via Toledo. Qui è un continuo andare e venire di autovetture. Folle di turisti invadono i marciapiedi di quella che viene definita dai partenopei “spaccaNapoli”, la lunga strada che “spacca” appunto il capoluogo campano. La piazza è ampia: ci sono negozi e, poco più in là, una strada famosa per le sue bancarelle di libri. Ed è proprio in questa piazza che si apre una sorta di slargo: qui si erge una chiesa, non piccolissima ma neanche grande. È la chiesa-santuario intitolata a san Domenico Soriano (cioè al fondatore dell’Ordine dei Predicatori) e da qualche anno, cioè dopo la sua canonizzazione nel 2018, anche a uno dei “santarelli” di Napoli, san Nunzio Sulprizio, del quale oggi ricorre la memoria liturgica. Proprio in questa chiesa, meta di tantissimi pellegrini, sono conservati i resti mortali di san Nunzio. Il corpo è conservato in una teca di vetro, sotto l’altare maggiore, lì, in tutta la sua lucentezza: una luce che viene da Dio. Quando si entra in questa chiesa, subito, lo sguardo è colpito da questa teca, da questo piccolo corpo che sembra che dorma. Tra le mani, una rudimentale stampella di legno, testimonianza di una vita vissuta nella sofferenza, nell’accettazione di quello che potrebbe definirsi il suo “martirio” di lavoratore, sfruttato: una piaga che ancora oggi si fa sentire, quella del lavoro minorile, in tutto il mondo.

Nunzio Sulprizio nacque il 13 aprile 1817 a Pescosansonesco, in provincia di Pescara. “Di umili origini”, così si dice di solito: papà Domenico di professione calzolaio; mamma Rosa, filatrice. Nello stesso giorno della nascita venne subito battezzato. Dopo soli tre anni, la morte del padre, prima ferita nel cuore del piccolo Nunzio. La madre si risposò per esigenze economiche con Giacomo Antonio De Fabiis di Corvara, ma nel marzo del 1823 anche lei morì. Nunzio fu perciò mandato dalla nonna materna a Pescosansonesco: fu lei a insegnare al piccolo nipote i primi rudimenti della fede cattolica. La nonna, figura importantissima per la formazione cristiana del piccolo orfano: ma anche lei, nell’aprile del 1826, morì. Una vita, quella di Nunzio, segnata fin dall’inizio da gravi perdite. Ma il suo cuore comunque rimaneva sereno grazie alla fede salda trasmessagli dai genitori e dalla nonna.

Un incontro segnò profondamente la vita del giovane dal volto semplice e puro: quello con lo zio materno, Domenico Luciani, di professione fabbro ferraio, uomo senza scrupoli, duro, violento, che passava la sua esistenza tra un colpo di martello e bottiglie colme di vino. La vita di Nunzio, da questo momento, fu stravolta dallo zio: niente scuola, niente amicizie, ma soprattutto niente Dio; il santo doveva solo lavorare, “portare i soldi a casa”. Eppure Nunzio accettava tutto, in silenzio. Addirittura col sorriso. I lavori più pesanti nella bottega erano riservati a lui: allo zio poco interessava se il nipote fosse di gracile costituzione. E fu proprio questa a essere sempre più precaria. Era segnato nel fisico: una piaga cominciava a nascere sul suo piede sinistro. Una piaga che tanto ricorda quelle del Cristo sofferente sulla croce. Nunzio, alla fine della giornata, andava a pulire le ferite presso un torrente: l’acqua, unico balsamo per le sofferenze. E la preghiera, unico miele per la sua esistenza: un amore vero, verace, per la Vergine Maria animava le sue giornate. Con l’aiuto della Madre delle madri, la Vergine, riusciva ad andare avanti. Il suo cuore era animato da una fede salda: nessun lamento, nessun broncio, ma solo sorrisi da dispensare a chi incontrava. Una santità di piccole grandi cose: san Nunzio esprime proprio questo.

La malattia intanto diventava sempre più presente nella sua vita tanto da rendere necessario un ricovero all’ospedale de L’Aquila nell’aprile del 1831. Ed è in questo frangente che la santità di Nunzio ancora una volta si palesa in gesti umili ma carichi di significato: lo stare vicino agli ammalati, l’andare a trovarli di stanza in stanza e il dare a loro parole di speranza. Lui, gracile, sofferente, che andava in aiuto ad altri sofferenti. Come era possibile tutto questo? Possiamo solo immaginare questo giovane aggirarsi tra i letti d’ospedale e con voce flebile confortare chi aveva bisogno di una buona parola. Un’Ave Maria tra le labbra, una preghiera incessante per il bene delle persone che avevano bisogno di essere confortate. Intanto, i medici, accertata la gravità del suo male, lo dichiararono inguaribile: perciò fu dimesso a fine maggio del 1831.

Tornò, allora, nel suo paese natale, Pescosansonesco. Uno zio paterno, caporale del primo reggimento dei granatieri a Napoli, comprese le fragili condizioni in cui era Nunzio. Volle così informare su tale delicata questione il suo colonnello, cavalier Felice Wochinger: quest’uomo divenne un aiuto, una “carezza di Dio” per il giovane. Unico sollievo in una vita provata dalla malattia e dall’indifferenza di molti. Fu lui a decidere di far trasferire il ragazzino a Napoli. E sempre grazie a lui, Nunzio ebbe un “nuovo” papà, premuroso e attento.

Intanto Nunzio venne ricoverato presso l’ospedale di Santa Maria del Popolo, detto “degli Incurabili”. E qui, avvenne la stessa scena dell’ospedale de L’Aquila: Nunzio diveniva preghiera e conforto per tutti gli ammalati. In questo tempo, Nunzio fece la Prima Comunione, sacramento da lui tanto desiderato. Commuove ciò che si racconta di lui per questo periodo di permanenza nell’ospedale: divenne perfino “catechista” per tanti bambini. Ripeteva spesso durante la giornata questa invocazione alla Madonna: «Mamma Maria, fammi fare la volontà di Dio». Ma questo periodo trascorso all’ospedale degli Incurabili non riuscì a migliorare le condizioni di salute del giovane: fu così che il colonnello Wochinger decise di riportarlo nella propria casa. Era l’aprile del 1834. Sembrava che le cose, in un primo momento, andassero meglio: addirittura aveva abbandonato l’inseparabile bastone.

Conobbe anche un sacerdote di Secondigliano: don Gaetano Errico, fondatore dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, canonizzato nel 2008. Fra i due nacque una bellissima amicizia spirituale: don Errico promise al giovane Nunzio che, una volta fondata la congregazione, avrebbe potuto farne parte. Le giornate a casa del colonnello erano scandite soprattutto dalla preghiera, dalla visita al Santissimo Sacramento, dalle preghiere alla Vergine.

A metà del 1835, oltre alla dolorosa carie ossea di cui soffriva, gli fu diagnosticata anche l’idropisia, quella che oggi viene chiamata “anasarca”, un edema massiccio e diffuso, sottocutaneo, dovuto all’effusione di liquido nello spazio extracellulare. Maggio, il mese di Maria per eccellenza. Anno 1836: Nunzio ormai non poteva più muoversi dal suo letto. Il 5 maggio la data della sua nascita al Cielo. Nel pomeriggio, mentre Nunzio era in preghiera, chiese un crocifisso fra le mani. Voleva l’Eucaristia. Gli venne data con sua grande gioia. Dopo due ore, le ultime parole sulla Mamma celeste: «La Madonna! Vedete come è bella!». Ormai Nunzio non soffriva più. Era in braccio a Maria.