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RICORRENZE

San Luigi Maria di Montfort, cantore della Croce

L’apostolo della Vandea è il “santo mariano” per eccellenza, ma raramente si ricorda che oltre al celebre Trattato della vera devozione, ci ha lasciato anche la Lettera agli amici della Croce. Nella spiritualità del santo di Montfort la sequela di Cristo, per mezzo di Maria, non può prescindere dalla Croce che ne ha segnato l’intera vita.

Ecclesia 14_09_2022

Ci sono dei binomi che sembrano scolpiti – in maniera indelebile – nella memoria di ognuno; ci sono dei binomi che la Storia – quella con la “s” maiuscola – ha fissato, impresso, nelle sue pagine con perentoria forza e che con il passare del tempo, invece di sbiadire, si sono rafforzati. Il nostro pensiero – infatti – il più delle volte, vive proprio di associazioni: un nome con un luogo; un luogo con un episodio storico o un ricordo; un libro con il suo autore; e tanti altri sarebbero gli esempi possibili da enumerare. Anche la Storia della Chiesa ha avuto i suoi binomi. Basterebbe pensare a uno dei più famosi: Francesco d’Assisi e Chiara, ad esempio; o ancora Sant’Agostino associato a sua madre Monica, un’associazione così ben definita che persino il calendario liturgico li vede festeggiare in maniera sequenziale.

Fra i tanti binomi a cui siamo ormai abituati ce n’è uno che rappresenta una sorta di pietra miliare della storia del cattolicesimo: San Luigi Maria da Montfort e la Vergine Maria. Nulla di più vero, visto che il santo francese è considerato uno dei più grandi cantori della Madonna.  Poche volte, invece, il nome di San Luigi Maria da Montfort viene associato alla Croce di Gesù. Eppure, proprio come la Vergine Maria sotto la Croce, lo sguardo del santo francese, in tutta la sua vita, è stato sempre rivolto a quel sacro Legno, al Cristo morto e risorto: «Ad Jesum per Mariam» scriverà; e, ancora, nel Trattato della vera devozione: «Tutta la nostra perfezione consiste nell’essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo». La Croce, dunque, è l’orizzonte, la meta da raggiungere; e la via per intraprendere il cammino, la Vergine Maria.

Proprio la Croce sarà l’oggetto di uno scritto intitolato Lettera agli amici della Croce – redatto durante un ritiro spirituale (del 1714) e indirizzato all’associazione “Amici della croce”, fondata da lui stesso a St-Similien nel 1708 – unica sua opera, assieme a una parte dei Cantici, che il missionario riuscì a dare alle stampe. Per comprendere appieno questo testo, bisogna però partire da un dato biografico che è necessario evidenziare: la stessa esistenza di San Luigi Maria da Montfort fu segnata profondamente dalla Croce; dalle gravi malattie vissute nel 1695, nel 1708 e nel 1713 che lo proveranno fortemente nel corpo, sino alla fase «della grande derelizione» (così la definisce lo storico francese Louis Perouas) che lo vedrà, negli anni 1703-1704, incompreso per i suoi progetti evangelici, abbandonato dai sulpiziani, in preda a desolanti tenebre dello spirito; e ancora, dal 1706 fino al termine della sua vita, il Montfort, farà – inoltre – esperienza di mortificazioni, insuccessi, contestazioni e avversità. Ma queste vicende biografiche non sono le uniche radici della Lettera. Infatti, la riflessione del santo francese sul mistero della Croce affonda anche in altro: nella letteratura spirituale della sua epoca, e, più in particolare, in uno scritto dell’Arcivescovo d’Évreux, Henri-Marie Boudon (1624-1702), dal titolo Les saintes voies de la Croix (1769), testo che Montfort aveva conosciuto e approfondito quando era seminarista.

La festa odierna dell’Esaltazione della Croce ci invita a contemplare quel sacro Legno, quell'albero di vita, altare della nuova alleanza sul quale Cristo, nuovo Adamo, si è addormentato per poi risorgere nella gloria della luce nel terzo giorno; e a questa stessa Croce, Montfort guarda in questa Lettera che – con inconfondibile stile poetico,  armonioso e incisivo – rappresenta un documento eccezionale nella biografia monfortana, nel suo itinerarium spiritualis.

Ne La lettera prevale la concezione della Croce come conseguenza della sequela di Cristo: «Se vi lasciate guidare dallo stesso spirito di Gesù Cristo dovete aspettarvi solo la croce, perché bisogna che il discepolo sia trattato come il maestro e il membro come il capo». Ed è Gesù solamente che – «con la sua grazia vittoriosa»può far “gustare” il mistero della Croce. Sono innumerevoli le immagini che emergono dalla lettura del testo monfortano; in questo accavallarsi di illuminazioni, di immagini, di meditazioni teologiche, l’incipit della Lettera riesce però a fornirci una sorta di riassunto di tutto il testo: oggetto dello scritto; motivo della sua stesura; il suo amore per la Croce di Cristo che il santo francese vuole trasmettere agli amici dell’associazione da lui creata. Montfort scrive: «La divina Croce mi tiene nascosto, obbligandomi al silenzio. Non posso, quindi, né desidero rivolgervi la parola, per confidarvi i sentimenti del mio cuore sull'eccellenza e le pratiche sante della vostra unione nella Croce adorabile di Gesù Cristo. Tuttavia, oggi, ultimo giorno del mio ritiro, esco per così dire dall'incantevole soggiorno del mio spirito, per delineare su questa carta alcuni lievi tratti della Croce, affinché si imprimano nel vostro buon cuore. Volesse Dio che il sangue delle mie vene, più dell'inchiostro della mia penna, li renda penetranti! Ma che sto dicendo, se il mio sangue è quello di un peccatore troppo colpevole! Lo Spirito del Dio vivente sia dunque la vita, la forza e il contenuto di questa mia lettera; la sua amabilità sia l'inchiostro del mio calamaio! La Croce divina sia la mia penna, e il vostro cuore il foglio sul quale andrò scrivendo!».

Ma quali sono questi «lievi tratti»? Montfort ne delinea molti, ma – forse – più degli altri ve n’è uno che sorprende e che sconvolge l’animo del lettore; un tratto che, difficilmente, potrebbe venir in mente – a primo acchito – nel pensare, nel riflettere sul mistero della Croce; il santo francese parla di “eroicità” di fronte al Calvario: «La conoscenza vitale del mistero della Croce è data soltanto a pochi. Chi vuol salire sul Calvario e lasciarsi inchiodare sulla croce con Gesù, in mezzo alla propria gente, deve essere un prode, un eroe, un uomo deciso ed elevato verso Dio. Deve calpestare il mondo e l'inferno; il proprio corpo e la propria volontà. Deve invece essere deciso a lasciare tutto, a tutto intraprendere e a tutto soffrire per Gesù Cristo».

E impresa eroica fu, senza dubbio, quella che San Luigi Maria da Montfort compì a Pontchâteau, nel 1709, al fine della sua missione di predicazione nel comune francese che  – all’epoca – contava 4000 abitanti: costruire un Calvario al naturale, con tutte le statue necessarie, le tre croci al termine di un percorso che rappresenti la Via Crucis. Montfort, visionario regista, poetico scenografo, si mette al lavoro per realizzare l’eroica impresa; cerca il denaro necessario e lo trova; arrivano rinforzi da ogni parte per la costruzione, perfino dall’Inghilterra. I lavori cominciano nell’agosto del 1709 e nel settembre del 1710 è tutto pronto per la solenne inaugurazione. Il giorno scelto è quello del 14 settembre: l’Esaltazione della Santa Croce, non poteva essere altrimenti. Ma la situazione cambia: verrebbero in mente le parole verdiane de Il Rigoletto: «E tutto il sol giorno cangiare poté!». Infatti, la sera del 13 settembre arriva direttamente dal ministro della guerra l’improvvisa proibizione di benedire il Calvario. Il sogno di Montfort si realizzerà solo nel 1748 grazie al Duca di Bourbon, a trentadue anni dalla sua morte.