Sale la tensione intorno al referendum sulla giustizia
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Il confronto si è tramutato in un braccio di ferro tra governo e opposizioni anche sulla data della consultazione. In un quadro già polarizzato si inserisce l'Associazione nazionale magistrati compatta contro una riforma che considera pericolosa.
Il referendum sulla riforma della giustizia, e in particolare sulla separazione delle carriere dei magistrati, si avvicina in un clima di crescente tensione politica e istituzionale che rischia di oscurare il merito della riforma stessa. Ancora prima che venga fissata ufficialmente la data della consultazione, prevista per la metà di marzo, il confronto si è trasformato in un aspro braccio di ferro tra governo e opposizioni, con strategie contrapposte che riflettono più i rapporti di forza del momento che una riflessione condivisa sul funzionamento della giustizia.
L’esecutivo spinge per anticipare il voto ai primi di marzo, convinto che l’attuale fase favorevole al fronte del sì possa tradursi in una vittoria capace di rafforzare politicamente la maggioranza e aprire persino la strada a una “capitalizzazione elettorale” in vista di possibili elezioni anticipate. Di segno opposto la posizione delle forze contrarie alla riforma, che chiedono di posticipare la data per avere più tempo per una campagna referendaria capillare e per ribaltare un orientamento dell’opinione pubblica che, secondo alcuni sondaggi, sembrerebbe oggi premiare i sostenitori del sì.
In questo quadro già polarizzato si inserisce il ruolo dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), compatta nello schierarsi per il no e fortemente critica verso una riforma ritenuta pericolosa per l’autonomia e l’indipendenza delle toghe. Secondo l’Anm, la separazione delle carriere e le modifiche al Consiglio superiore della magistratura, con l’introduzione del meccanismo del sorteggio, finirebbero per indebolire la componente togata e rafforzare il peso della politica, aprendo la strada a una magistratura più esposta alle pressioni delle maggioranze di turno. È una lettura che il governo e i comitati per il sì respingono con decisione, accusando i magistrati di alimentare paure infondate e di difendere corporativamente lo status quo, e ricordando che la riforma non modifica l’articolo 104 della Costituzione, che sancisce l’indipendenza della magistratura.
La campagna referendaria, intanto, è già entrata nel vivo, come dimostra la comparsa dei grandi manifesti nelle stazioni ferroviarie promossi dal Comitato del No, giudicati dai sostenitori del sì come fuorvianti e aggressivi, ma rivendicati dai promotori come uno strumento legittimo di informazione e mobilitazione.
Come detto, sullo sfondo resta l’incertezza, anche normativa, sulla data del voto, legata alle diverse interpretazioni delle regole che disciplinano i referendum costituzionali e alla possibilità che il governo attenda la conclusione di tutte le raccolte di firme prima di procedere all’indizione ufficiale, come avvenuto in passato. Una incertezza che, anziché favorire un confronto sereno, contribuisce ad alimentare sospetti e accuse reciproche.
A rendere il quadro ancora più complesso è la forte politicizzazione del referendum, ormai percepito da molti come un test di consenso sul governo più che come un giudizio puntuale su una riforma tecnica e delicata. Le opposizioni puntano sulla vittoria del no per indebolire l’esecutivo e rilanciare le proprie ambizioni in vista delle prossime elezioni politiche, mentre la maggioranza vede nel sì l’occasione per consolidare la propria leadership.
In questo gioco di specchi, il rischio concreto è che il dibattito sulla giustizia finisca in secondo piano rispetto alle convenienze di parte, allontanando i cittadini da una consultazione che dovrebbe riguardare il miglioramento dell’efficienza, dell’equità e della credibilità del sistema giudiziario. Non a caso cresce il timore di una forte astensione, segnale di disaffezione e di sfiducia verso una politica che sembra usare il referendum come terreno di scontro, piuttosto che come occasione di partecipazione consapevole. Se così fosse, a perdere non sarebbe solo una delle due parti in campo, ma l’intero sistema democratico, che vedrebbe ridursi ulteriormente lo spazio di un confronto informato su uno dei nodi cruciali del rapporto tra Stato, magistratura e cittadini.
Lo strapotere delle toghe rimane una delle emergenze democratiche del nostro Paese, sottovalutata per anni e ora diventata prioritaria nell’agenda politica del governo. La Meloni continua a ripetere che non si tratta di un referendum sul governo ma su una delle sue proposte più importanti. Il premier, dunque, non si dimetterebbe anche se vincessero i no, ma è innegabile che tale ipotesi frenerebbe non poco lo slancio riformatore del centrodestra e ne indebolirebbe l’azione politica. Si rimescolerebbe tutto e anche l’esito delle prossime elezioni politiche potrebbe risentirne. Palazzo Chigi ne è ben consapevole.
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